Armamenti nucleari: scelta suicida per l’umanità e l’ambiente?

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Autori
Elena Camino e Paolo Candelari


Armamenti nucleari: scelta suicida

Devastazioni durante la seconda guerra mondiale

La bomba atomica che colpì Hiroshima era contenuta in un involucro in acciaio lungo di 3 metri x 70 cm, e pesava circa 4,4 tonnellate.  Fu trasportata con un grande aereo, un bombardiere modello Boeing B-29 Superfortress, fu sganciata sulla città ed esplose a circa 600 metri dal suolo. I morti immediati furono circa 80.000, altri morirono nei giorni successivi, e molto altri ancora negli anni. Sorte analoga ebbe Nagasaki, dove si contarono circa 40.000 morti. Complessivamente furono circa 400.000 le persone che nel volgere di pochi giorni o mesi persero la vita per effetto delle due bombe atomiche.

Ma il numero dei morti non è il dato più significativo che contraddistingue le armi nucleari. Il 13 e 14 febbraio 1945 le aviazioni inglesi e americane attaccarono la città di Dresda, in Germania. Prima sganciarono bombe ad alto potenziale esplosivo che sfondarono i tetti delle case e ruppero le finestre, poi lanciarono bombe incendiarie, in modo che le case sventrate bruciassero più facilmente. Il numero dei morti non è stato mai chiarito: si stima che siano state uccise tra 25.000 e 250.000 persone. 

Poche settimane dopo, nella notte tra il 9 e il 10 marzo 1945, al bombardamento della città di Tokyo parteciparono 325 bombardieri statunitensi, che sganciarono 1.665 tonnellate di bombe incendiarie uccidendo più di 100.000 civili.

Non contenti di uccidere con mezzi ‘tradizionali’…

Il potere distruttivo delle armi ‘tradizionali’ era dunque altrettanto grande quanto quello delle prime bombe atomiche che colpirono il Giappone. Ma il complesso militare che aveva messo a punto questa nuova, terribile arma, volle spingersi oltre.   Incuranti dei crescenti allarmi sui terribili effetti che questi tipi di armi potevano causare, i governi di alcuni Paesi – sotto l’influenza degli apparati tecno-scientifici e militar-industriali – continuarono per tutto il resto del novecento a fabbricare armi nucleari, rendendole sempre più potenti, in una continua gara al rialzo, in una competizione sempre più irrazionale e rischiosa tra le grandi potenze che si fronteggiavano ai confini tra occidente e oriente.

Fin dall’inizio alcuni scienziati si opposero a questa scelta, e tra gli anni ’60 e ‘80 del secolo scorso numerose associazioni della società civile organizzarono imponenti manifestazioni chiedendo ai governi di fermare la produzione di armi nucleari. Ma il numero e la potenza distruttiva sviluppata da queste armi hanno continuato a crescere, grazie alle nuove conoscenze della fisica e alle innovazioni tecnologiche, che hanno permesso di migliorare la gittata, la velocità, la precisione dei sistemi di lancio. Rispetto alle armi tradizionali, l’aspetto più problematico degli ordigni nucleari è che tale potenza è stata ottenuta utilizzando una forma di energia che emette nell’ambiente circostante delle radiazioni che si sono rivelate estremamente dannose per tutte le forme viventi, e talmente persistenti nel tempo, da renderne impossibile il controllo e l’eliminazione, anche a lungo termine.

Verso la proibizione delle armi nucleari

La produzione di ordigni nucleari, e più in generale l’uso dell’energia nucleare e la trasformazione e manipolazione di sostanze radioattive lungo tutta la filiera produttiva, aggiungono dunque agli armamenti atomici un elemento di estrema e persistente pericolosità che le armi convenzionali non hanno. Per questo motivo, oltre alle numerose iniziative che dal 1945 ad oggi sono state messe in campo per fermare le guerre e per smantellare gli arsenali, alcune associazioni, gruppi, istituzioni si sono impegnati per bloccare specificamente la proliferazione di armi atomiche, e per convincere i governi di tutto il mondo a dichiarare illegali questi strumenti di morte.

Da un lato – in tutti questi decenni – sono stati avviati, messi a punto e via via modificati dei Trattati tra gli Stati allo scopo di frenare l’escalation nella costruzione di tali armi e di gestire i conflitti attraverso gli strumenti della politica e della mediazione. Dall’altro – soprattutto negli ultimi venti anni – si è manifestato un impegno crescente verso l’obiettivo di abolire questi tipi di armi, della cui pericolosità, per tutte le forme di vita e per gli ecosistemi, sono ormai disponibili ampie documentazioni e testimonianze.  

Nel 1970 entra in vigore il Trattato di Non Proliferazione, che impegna gli Stati firmatari nucleari a non trasferire a chicchessia tali armi, e quelli non nucleari a non procurarsene. L’obiettivo del disarmo nucleare è scritto nel preambolo al trattato e nell’art 6 dove impegna gli Stati nucleare “…  a concludere in  buona  fede  trattative  su  misure  efficaci per una prossima cessazione della corsa agli armamenti nucleari e per il disarmo nucleare”.

Con gli accordi tra Reagan (e Bush) con Gorbaciov si procede al primo vero grande taglio degli ordigni nucleari, ma dopo tutto rimane sospeso e la corsa agli armamenti anche nucleari riprende.

A una delle periodiche conferenze di revisione del Trattato, nel 2010 alcuni Stati neutrali presentarono un documento che per la prima volta propone la messa al bando delle armi nucleari.

Nel frattempo si costituisce, a partire dal 2007 la coalizione ICAN (International Campaign for the Abolition of Nuclear Weapons) su cui convergono gli sforzi e le campagne dei molti gruppi, comitati associazioni che da decenni si battono per un mondo senza armi nucleari.

Nel 2016 l’Assemblea Generale decise a maggioranza l’avvio di un negoziato che il 7 luglio 2017 portò all’approvazione, con 122 voti favorevoli su 124, del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons: TPNW). Questo trattato vieta espressamente agli Stati che vi aderiscono di «sviluppare, testare, produrre, acquisire, detenere, immagazzinare, utilizzare o minacciare di utilizzare armi nucleari». Il 22 gennaio 2021, 90 giorni dopo la 50sima ratifica (ad oggi sono 54 le ratifiche, 86 le firme), il Trattato TPNW è entrato in vigore: ora chi possiede o ospita ordigni nucleari è fuori dal diritto internazionale, e continua a ricevere adesioni da un numero crescente di stati. Il primo incontro ufficiale tra i firmatari avrà luogo a Vienna tra gennaio e febbraio del 2022.

Tra il dire e il fare

Mentre confidiamo nel graduale coinvolgimento di un numero crescente di stati (e quindi di membri delle società civili) in un lungo percorso che speriamo porterà – sia pure in tempi lunghi – ad abolire le armi nucleari dal nostro pianeta, la situazione resta critica.  Nel 2021 ci sono più di 13.000 ordigni nucleari sul pianeta Terra. La maggior parte ha una capacità distruttiva superiore a quella della bomba che rase al suolo la città di Hiroshima; più di 1.600 sono in stato di allerta negli Stati Uniti e in Russia.

La ridondanza delle potenzialità distruttive degli arsenali nucleari mette in evidenza la totale irrazionalità delle scelte finora fatte. Flussi enormi di materia e di energia sono stati convogliati e ‘intrappolati’ in condizioni di perenne rischio e con un dispendio inimmaginabile di denaro… con lo scopo dichiarato di non farne uso! Si tratta di decisioni che non solo sono ingiustificabili sul piano strategico ed economico, ma che si dimostrano ancora più scellerate quando si tiene conto della loro irreversibilità. La messa al bando di queste armi richiederà infatti un enorme impegno per smantellare le basi militari, ‘smontare’ gli ordigni, confinare tutto il materiale radioattivo in modo da isolarlo – per quanto possibile – dagli ambienti in cui siano presenti forme di vita. Una sfida tecnologica ed economica, ma anche etica, per ridurre il carico di veleni lasciati da gestire alle generazioni future.

La costruzione del nemico 

La situazione politica creatasi dopo la 2a guerra mondiale, dominata dalla guerra ‘fredda’ tra USA e URSS, ha talmente condizionato il quadro geopolitico che ancor oggi lo scenario più diffuso che viene presentato al pubblico dei non esperti è quello di un confine – ancora tra Ovest ed Est, in Europa – con i missili vicendevolmente puntati gli uni contro gli altri. Siamo ancorati all’idea di “deterrenza”: questa parola deriva dal verbo “deterrere” cioè “distogliere incutendo terrore”.  I fautori del nucleare sostengono che il semplice possesso delle armi nucleari crea un “equilibrio del terrore”: il nemico è scoraggiato dal compiere un eventuale attacco perché teme una rappresaglia che sarebbe certamente “totalmente distruttiva”. Inoltre, nel nostro immaginario la “bomba” spesso è ancora identificata con quei grossi ordigni – Little Boy e Fat Man – sganciati sulle città giapponesi da piloti militari addestrati, arrivati sul bersaglio dopo ore di volo.

 In questi ultimi tempi stiamo assistendo a una rinnovata messa in scena della ‘guerra fredda’: USA e Unione Europea, grazie alla comune appartenenza alla NATO, stanno conducendo grandi esercitazioni militari lungo i confini con la Russia; inoltre i paesi della UE ricevono pressioni crescenti per destinare risorse finanziarie crescenti alla ‘Difesa’. Dal canto suo la Russia risponde schierando sul lato opposto le tue truppe e quelle dei Paesi suoi alleati.  La tensione sta crescendo nell’area del Mar Nero…

Ma nel frattempo lo scacchiere geo-politico si è fatto più complesso: è iniziata in questi giorni la più grande esercitazione militare del continente africano: la “African Lion”, pianificata a guidata dalla US Army. Accorpata all’esercitazione in corso ‘Defender Europe’ ha lo scopo ufficiale di contrastare ‘malefiche attività e aggressioni militari avversarie’. Da parte sua la Russia denuncia che il sistema di sicurezza europeo è ‘fortemente degradato’, proprio mentre sarebbe auspicabile conseguire una maggiore stabilità strategica Russia – UE. Nel frattempo la Cina, diventata anch’essa potenza mondiale, sta prendendo posizione sullo scacchiere globale. Ma quali sono ora gli avversari, i nemici? A chi si dovrebbe incutere terrore?  Chi è il nemico di chi?

Piccole guerre nucleari locali?

In questi decenni la situazione che riguarda gli stati nucleari è molto cambiata. I Paesi che possiedono armi nucleari sono diventati nove, e situazioni di tensione sono presenti lungo molti confini. Gli ordigni a disposizione sono più maneggevoli, e possono essere lanciati in meno di 15 minuti.  Una ‘piccola’ guerra nucleare tra India e Pakistan – ciascuna dotata di una cinquantina di bombe delle dimensioni di quelle usate in Giappone – utilizzerebbe meno dell’1% dell’arsenale mondiale, e il bombardamento di un paio di megalopoli di questi due paesi provocherebbe la morte di decine di milioni di persone.

Non solo. Oggi sappiamo che questa guerra ‘locale’ provocherebbe cambiamenti climatici drammatici e duraturi, che si sommerebbero alla situazione già allarmante in atto: fumi e particelle prodotti dalle esplosioni e dagli incendi potrebbero causare reazioni imprevedibili e incontrollabili a livello globale. Inoltre si metterebbe a rischio la capacità di produrre cibo dell’intero pianeta, perché vasti ambienti – diventati radioattivi – renderebbero impossibile stazionare all’aperto, quindi coltivare i campi, allevare animali…  

Anche tutto l’immaginario legato alle postazioni nucleari – con i missili a lungo raggio puntati verso l’avversario – non è più verosimile: le bombe atomiche più moderne sono di piccole dimensioni, facilmente trasportabili, e dotate di sistemi di controllo in grado di dirigerle con precisione verso il bersaglio. 

La strategia della minaccia di mutua distruzione tra due contendenti non funziona proprio più. L’unica soluzione ragionevole (anche se praticabile con grande fatica e con tempi lunghi) è l’applicazione del Trattato Onu sulla abolizione totale delle armi nucleari.

E l’Italia?

La costituzione italiana all’articolo 11 recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Non c’è dubbio che le armi nucleari non possono essere considerate ‘difensive’, dunque l’Italia non dovrebbe possederne. Ma allora perché l’Italia non ha finora aderito al Trattato per la proibizione delle armi nucleari? Ecco perché. Nel testo del Trattato è specificato che l’adesione allo stesso comporta che «Ciascuno Stato che abbia sul proprio territorio armi nucleari, possedute o controllate da un altro Stato, deve assicurare la rapida rimozione di tali armi».

E allora? L’Italia non è una potenza nucleare… ma ospita delle armi nucleari – modello B61 – in almeno due sedi sul proprio territorio: Aviano (numero stimato 20 bombe) e Ghedi (15 bombe). Sono ordigni di proprietà USA, parcheggiati in Italia grazie a un accordo bilaterale tra Roma e Washington.  Firmando il Trattato l’Italia dovrebbe quindi restituire questi ordigni al loro proprietario.

Bombe difensive???

Sono in arrivo versioni più moderne di queste bombe B61: il nuovo modello, B61-12, avrà una caratteristica molto desiderabile per i militari, la flessibilità.  Saranno dotate di un impennaggio di coda per colpire con precisione l’obiettivo e potranno essere lanciate a distanza per evitare all’aereo il fuoco difensivo dalla zona attaccata”. Le nuove B61-12 sono state prefigurate sia per le esplosioni al suolo sia in aria con una potenza predeterminabile fra 0,3 e 50 kilotoni[1], consentendo di colpire gli obiettivi con “minori danni collaterali e minore ricaduta radioattiva. La loro evoluzione tecnologica le rende dunque più facilmente utilizzabili, aumentando i rischi di un conflitto nucleare.

Per il trasporto di queste bombe occorrono speciali aerei: ecco perché – nonostante le polemiche sulla loro sicurezza, le considerazioni sull’enorme costo[2] e le campagne di protesta che sono durate anni – il governo italiano ne ha confermato l’acquisto. Secondo gli esperti di Archivio Disarmo, se quella di Aviano è base statunitense, quella di Ghedi è della nostra Aeronautica militare, dotata di cacciabombardieri Tornado IDS del 6º Stormo, che verranno prossimamente sostituiti dai nuovi F35E Strike Eagle preparati appositamente per il trasporto delle bombe B61.

Italia ripensaci!

Mentre in Italia l’attenzione generale è ancora focalizzata sulla situazione sanitaria e sulle prospettive di una ripresa economica e sociale nel nostro paese, la situazione internazionale sta progressivamente degenerando.  Lo scenario da ‘guerra fredda’ che si pensava fosse stato definitivamente superato è di nuovo presente, con più contendenti, con armi ancora più pericolose, e in una condizione globale di grande instabilità. È molto importante che la società civile – in Italia con in altri Paesi – si faccia sentire, e contribuisca a individuare strategie e modalità nonviolente per affrontare i conflitti in atto.   La campagna “Italia, ripensaci”, partita nel 2016, ha sondato più volte l’opinione pubblica italiana in materia: l’87% degli italiani vuole l’adesione al Trattato TPNW e per il 74% chiede l’eliminazione dal nostro territorio delle testate nucleari statunitensi attualmente presenti.

Ci sono alcune occasioni prossime per farsi sentire dai governi, e per compiere qualche passo verso la distensione e la pace.  Tra queste, una mobilitazione che culminerà con tre date altamente significative. Il 7 luglio si celebra infatti l’approvazione del TPNW, l’8 luglio ricorre il 25º anniversario del pronunciamento della Corte Internazionale di Giustizia contro le armi nucleari e il 9 luglio viene ricordata la pubblicazione del Manifesto Russell-Einstein, pietra miliare delle iniziative per un disarmo nucleare globale.

“Questo dunque è il problema che vi poniamo, un problema grave, terrificante, da cui non si può sfuggire: metteremo fine al genere umano, o l’umanità saprà rinunciare alla guerra?” (9 luglio 1955).


Note

[1] La bomba sganciata su Hiroshima aveva una potenza di 15 kilotoni

[2] Una stima dell’Osservatorio Milex ha calcolato che le “spese direttamente riconducibili alla presenza di testate nucleari su suolo italiano” oscillano tra i 20 e i 100 milioni l’anno. A questa cifra si devono aggiungere i costi per l’acquisto e l’utilizzo di nuovi cacciabombardieri F-35, che sarà di circa 10 miliardi di euro in 30 anni.