Omicidi e sparizioni di attivisti in Iraq

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Omicidi e sparizioni di attivisti in Iraq
Una manifestazione del 2019

Un Ponte Per esprime cordoglio e preoccupazione per le ripetute repressioni sui manifestanti iracheni: anche nella giornata di ieri uccise 2 persone e altre decine ferite da colpi d’arma da fuoco. Dopo mesi di omicidi e sparizioni di attivisti in Iraq, quale futuro per il Paese con le elezioni sempre più vicine? Non lasciate soli i ragazzi della Mesopotamia. Fermiamo gli squadroni della morte in Iraq.

Dopo molti mesi in cui la pandemia aveva costretto a ridurre le mobilitazioni, i ragazzi e le ragazze della “rivolta di ottobre” sono tornati in piazza, in tutto l’Iraq a centinaia di migliaia, per rivendicare ancora la fine della corruzione, del sistema delle quote settarie e soprattutto chiedere giustizia nei confronti degli oltre 700 loro fratelli e sorelle uccise dalla repressione poliziesca e dalle milizie armate. Ma ancora una volta, nella giornata di ieri, una manifestazione pacifica è stata repressa nel sangue. Due manifestanti sono rimasti uccisi, decine sono stati feriti da armi da fuoco.

“Who killed me?” era lo slogan cantato da molti, con riferimento alla campagna lanciata dalla famiglia dell’attivista Al-Wazni, membro del coordinamento delle manifestazioni, ucciso da milizie filoiraniane a Kerbala l’8 maggio scorso. Solo negli ultimi mesi erano stati 35 gli attivisti e le attiviste uccisi o fatti sparire in Iraq per mano di veri e propri squadroni della morte.

L’Iraq si avvia verso le elezioni anticipate di ottobre, chieste e ottenute dalle mobilitazioni di massa, ma nel clima di intimidazione e di violenza cui gli attivisti sono sottoposti – e fino a che i loro assassini, anche quando sono noti, non vengono assicurati alla giustizia – i manifestanti non ritengono che ci saranno le condizioni per elezioni eque e trasparenti che portino al cambiamento necessario.

Un Ponte Per auspica che il nostro Ministro degli Esteri e le cancellerie europee chiedano rispetto verso il legittimo dissenso di milioni di giovani iracheni, esclusi sistematicamente da qualsiasi prospettiva di vita dignitosa.

Auspichiamo inoltre che ci sia una volontà autentica di arrivare alla verità e assicurare alla giustizia i responsabili della repressione.

Il sistema di spartizione settaria del paese ha ingoiato decine di miliardi di aiuti e di proventi del petrolio, diffuso corruzione e impunità, con la conseguenza che ancora oggi, a 16 anni dalla guerra, lo Stato iracheno non è in grado nemmeno di erogare acqua potabile ed energia elettrica a tutta la popolazione della capitale.

Oggi i ragazzi e le ragazze di Baghdad sono tornati in piazza per ricordare questo e per rivendicare un futuro diverso. Vorrebbero solo un paese normale, senza truppe straniere e milizie armate sul territorio, in cui tutti gli iracheni siano uguali senza divisioni settarie. Nel condominio iraniano-statunitense, che è diventato l’Iraq, rischiano di essere un vaso di coccio nello scontro geopolitico. Hanno bisogno di tutto il nostro sostegno.

La recente visita del Papa in Iraq ha acceso i riflettori del mondo su quel Paese, non facciamoli spegnere di nuovo nell’indifferenza della comunità internazionale, che avrebbe il dovere di monitorare il rispetto dei diritti umani in un momento delicato per il Paese, con le elezioni sempre più vicine.

I paesi come l’Italia – che hanno partecipato con il proprio esercito alla guerra e alla proliferazione degli armamenti in Iraq – hanno un debito nei confronti di questi ragazzi e di queste ragazze. Chiediamo al nostro governo di onorarlo.