Giornalismo di pace e libertà di stampa

Autore
Gianmarco Pisa


Nella ricorrenza del 3 maggio, una riflessione sul rapporto tra giornalismo di pace e libertà di stampa

Giornalismo di pace e libertà di stampa
Photo by Buchen WANG on Unsplash

In occasione della Giornata Internazionale della Libertà di Stampa, il 3 maggio, una riflessione può essere utile, in generale, sulla libertà dell’informazione e, indissolubile da questa, sull’etica dell’informazione, ma anche, in termini più puntuali, su quella dimensione dell’informazione, specifica e universale al contempo, che è la «informazione per la pace» («giornalismo di pace»).

La ricorrenza internazionale rappresenta, infatti, una occasione preziosa per situare la riflessione all’interno di una cornice di contesto dalla quale possa trasparire il senso della giornata nonché i valori, la portata, gli obiettivi associati a questa forma di «scrittura costruttiva».

Com’è noto, la Giornata Internazionale della Libertà di Stampa è una ricorrenza delle Nazioni Unite. È stata infatti l’Assemblea Generale a istituirla, nel dicembre 1993, dando seguito alla raccomandazione promossa dalla Conferenza Generale dell’UNESCO che, nel contesto del Seminario sulla promozione di mezzi di informazione indipendenti e pluralisti di Windhoek dell’aprile-maggio 1991, aveva redatto la “Dichiarazione di Windhoek”.

Quest’ultima, nella cornice sancita dall’art. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, afferma che «l’istituzione, il mantenimento e la promozione di una stampa indipendente, pluralistica e libera è essenziale ai fini dello sviluppo e del mantenimento della democrazia in un Paese nonché per lo sviluppo economico». Inoltre, stabilisce una serie di connotazioni essenziali della libertà di informazione, dal momento che (punto 6) «in molti Paesi i giornalisti sono vittime di repressione: assassinati, arrestati, detenuti e censurati, e sono limitati da pressioni economiche e politiche»; quindi (punto 11) «i finanziamenti dovrebbero mirare a incoraggiare il pluralismo e l’indipendenza». Infine, al punto 10, «la comunità internazionale, in via prioritaria, dovrebbe indirizzare il sostegno finanziario verso lo sviluppo e la creazione di giornali, riviste e periodici non governativi che riflettano la società nel suo insieme e i diversi punti di vista all’interno delle comunità».

Giornalismo di pace e libertà di stampa

Nanni Salio e il giornalismo di pace

È propriamente in questa cornice che si inscrive anche quello spaccato specifico della libertà di informazione che è l’informazione per la pace, come si è accennato poc’anzi, il «giornalismo di pace». Imprescindibile, da questo punto di vista, la riflessione che a questo aspetto, come ad altri, del lavoro per la trasformazione sociale, ha dedicato Nanni Salio (1943-2016) che non a caso è curatore, con Silvia De Michelis, del volume Giornalismo di pace, pubblicato dalle Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2016, con contributi di Stuart Allan, Birgit Brock-Utne, Johan Galtung, Jake Lynch, Dov Shinar, Elissa J. Tivona.

Una riflessione che Nanni Salio condensa in una sintesi rapida quanto efficace:

«Il giornalismo di pace si basa su tre passi fondamentali: mappare tutti gli attori del conflitto; individuare i loro obiettivi legittimi (quelli che non violano i bisogni e i diritti umani fondamentali); elaborare soluzioni concrete, costruttive e creative per soddisfare gli obiettivi legittimi di tutte le parti in conflitto».

Una definizione pratica, come si vede, che non si dilunga su una ricognizione astratta, ma si sofferma su una dimensione propriamente operativa, una definizione operativa si direbbe, in cui a prevalere non è tanto il “descrivere”, quanto piuttosto l’“agire”, in coerenza con la prassi tipica della ricerca-azione per la pace che fa dei contenuti del lavoro di pace non degli schermi attraverso cui contemplare la realtà, bensì degli strumenti con i quali intervenire nelle contraddizioni, agire dentro e sopra i conflitti, cimentarsi nella trasformazione.

Dunque, il giornalismo di pace non è semplicemente una “forma della scrittura”, quanto piuttosto una modalità di lettura e di ricostruzione degli eventi, utile a supportare un’azione costruttiva di trascendimento del conflitto e di trasformazione sociale. Più complessivamente, si tratta di una “pratica della scrittura” che avverte, al tempo stesso, la propria responsabilità sociale e una propria dimensione etica, che impegna in prima persona la responsabilità dell’autore/autrice, specie nella individuazione degli eventi da rappresentare e degli elementi (gli atteggiamenti, le contraddizioni, le azioni) su cui soffermare l’attenzione, e che, proprio in virtù di tutto questo, non si conforma al paradigma dominante del potere, del dominio, della violenza, ma intende contribuire attivamente a promuovere, sviluppare e costruire la pace.

È cioè, nell’ambito delle misure di promozione dell’informazione e di costruzione della comunicazione in contesti di conflitto; una delle dimensioni più significative del lavoro di pace e, in particolare, del peacebuilding. In pratica, è una scrittura che si rivela fondata dal punto di vista argomentativo ed esauriente dal punto di vista espositivo; puntuale nei suoi riferimenti alle 5W (chi, cosa, quando, dove, perché); capace di individuare le contraddizioni in maniera chiara all’insegna dell’approccio nonviolento (imparziali rispetto alle persone, mai rispetto alle ingiustizie); mettendo in luce le molteplici dimensioni del conflitto e della violenza (fisica e diretta, strutturale e culturale) e sfuggendo alla tentazione della polarizzazione (rappresentando le complessità di tutti i fenomeni e di tutti i soggetti); che fa ricorso, infine, a un linguaggio comprensibile, né sciatto o scialbo, né enfatico o moralistico, evitando, da un lato, tuttologie e accademismi, nonché, dall’altro, personalismi e approcci manipolatori.

Dedicata alla informazione come “bene pubblico” (public good) la giornata del 3 maggio 2021 richiama dunque a una assunzione di responsabilità, «nel produrre e diffondere le informazioni, contrastando la disinformazione e altri contenuti dannosi», come si legge nel messaggio di Audrey Azoulay, Direttrice Generale dell’UNESCO.


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