Gli USA raggiungono gli imperi del passato nel cimitero afghano

Autori
Medea Benjamin e Nicolas J. S. Davies


Gli USA raggiungono gli imperi del passato
Truppe USA in Afghanistan | Creative Commons

Il presidente Biden ha annunciato la rimozione di tutte le truppe USA per l’11 settembre 2021, ma ha mancato di citare qualche dettaglio importante: Gli USA raggiungono gli imperi del passato nel cimitero afghano

Un taxista afghano a Vancouver ci disse un decennio fa che questo giorno sarebbe arrivato. “Abbiamo sconfitto l’impero persiano nel diciottesimo secolo, quello britannico nel diciannovesimo, i sovietici nel ventesimo. Adesso, con la NATO, combattiamo ventotto paesi, ma li sconfiggeremo anch’essi” disse il taxista, sicuramente non un membro talebano, ma tranquillamente fiero delle credenziali imperocide del suo paese.

Benché Biden venga messo alla gogna per il ritiro troppo precoce, la verità è che sta violando il termine del 1° maggio per il ritiro delle truppe USA scrupolosamente negoziata con l’amministrazione Trump.

Ora, dopo quasi vent’anni di una guerra sanguinosa e futile come tutte le invasioni e occupazioni precedenti, gli ultimi 3.500 militari USA e i loro fratelli d’armi NATO se ne torneranno a casa dall’Afghanistan.

Il presidente Joe Biden ha cercato di presentare la cosa come se fossero gli USA che avevano raggiunto i propri obiettivi, assicurando alla giustizia i terroristi responsabili dell’11 settembre [2001] e che l’Afghanistan non sia usato come base per un futuro attacco agli Stati Uniti. “Abbiamo raggiunto quegli obiettivi”, ha detto Biden, “Bin Laden è morto e Al Qaeda è degradata. E’ ora di por fine alla guerra perpetua”.

Quel che Biden non ha ammesso è che gli Stati Uniti e i loro alleati, con tutti i loro soldi e relativa potenza di fuoco, sono stati incapaci di sgominare i talibani, che attualmente controllano circa la metà dell’Afghanistan e sono in posizione tale da controllarne ancor più nei prossimi mesi senza una tregua. Né Biden ha ammesso che in vent’anni gli Stati Uniti e i loro alleati non sono stati in grado di costruire un governo popolare stabile, democratico, o [almeno] un apparato militare competente nel paese.

Come l’URSS, anche gli USA se ne vanno sconfitti, con lo sperpero di innumerevoli vite di afghani, di 2,488 cittadini USA e di trilioni di dollari.

Tuttavia un ritiro USA— specialmente non basato su condizioni acquisite sul terreno — è una mossa ardita per Biden; contraria al consiglio della comunità d’intelligence UDA e dei massimi ufficiali del Pentagono, ivi compreso il capo delle Forze USA-Afghane e presidente dei generali di stato maggiore.

Biden sta finendo anche sotto attacco da parte di Repubblicani e Democratici al Congresso. Il senatore Mitch McConnell, con scaltrezza, ha aspramente criticato la decisione di Biden accusandolo di aiutare i nemici degli USA “a radunarsi nell’anniversario degli attacchi dell’11 settembre restituendogli il paese confezionato con tanto di fiocco”. La senatrice Democratica Jeanne Shaheen, membro della Commissione Rapporti Esteri, ha detto che il ritiro “mina il nostro impegno verso il popolo afghano, particolarmente le donne afghane”.

Ironicamente, Biden ha riconosciuto nel suo discorso di mercoldì [14 aprile u.s.] che l’accordo di ritiro firmato dagli stati Uniti con i talebani nel febbraio 2020 era un impegno solenne, dicendo però poi che le forze USA avrebbero iniziato il ritiro il 1° maggio completandolo il prossimo 11 settembre, che non è quanto era stato pattuito.

Appena chiarito che gli USA avrebbero trasgredito all’accordo di ritiro del 1° maggio, Mohammad Naeem, portavoce talebano in Qatar, ha emesso una dicharazione che i talebani non avrebbero partecipato ai colloqui di pace di dieci giorni condotti dall’ONU programmati con inizio a Istanbul il 24 aprile, né a qualunque ulteriore negoziato di pace finché gli ultimi soldati stranieri non avranno lasciato l’Afghanistan.

Questa è una reversione alla posizione consolidate dei talebani di non negoziare con un governo sostenuto da forze d’occupazione straniere.

L’inviato USA Zalmay Khalilzad ha trascorso anni di vita negoziando con i talebani per giungere all’accorso di ritiro del 2020. Il segretario di stato Blinken ha fatto un passo indietro potenzialmente storico rispetto all’unilateralismo USA invitando le Nazioni Unite a guidare un nuovo processo di pace afghano. E il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov ha preparato il contorno per una tregua e una transizione pacifica di poteri riunendo in marzo a Mosca i due belligeranti afghani, dove hanno concordato di continuare i colloqui.

Rinnegando il termine del 1° maggio, il presidente Biden ha sperperato gran parte della buona volontà e fiducia faticosamente conquistate palmo a palmo da tutti quegli sforzi diplomatici. Non era impossibile rispettare il temine del 1° maggio: l’amministrazione Trump ritirava costantemente truppe; la transizione di Biden è iniziata a novembre, ed è presidente da fine gennaio.

Non è chiaro anche se gli USA continueranno la guerra fornendo forza aerea ai militari afghani e attuando operazioni nascoste. In questi vent’anni gli USA hanno sganciato più di 80.000 bombe sull’Afghanistan a ingaggiato una guerra segreta con forze speciali, operativi, CIA mercenari, e unità paramilitari. Por fine agli attacchi aerei e alle operazioni nascoste USA è vitale alla pace quanto il ritiro delle truppe.

È vero che un ritiro USA può portare a regressi nelle conquiste fatte dalle donne e ragazze afghane; che però riguardano principalmente la capitale Kabul. Due terzi delle ragazze in Afghanistan ancora non fruiscono di alcuna istruzione elementare, e le donne afgane non faranno mai progressi significativi fintanto che il loro paese resta in guerra.

La presenza militare USA e NATO ha reso impossibile una fine della violenza per vent’anni, dato che i talebani hanno chiarito da tempo che continueranno a combattere fintanto che il loro paese è sotto occupazione straniera. E fintanto che gli USA continuano a puntellare un governo debole e corrotto a Kabul, sono inevitabili instabilità e frammentazione politica.

Por fine ai combattimenti e investire una piccola frazione della spesa di guerra USA in istruzione e sanità farebbe ben di più per migliorare la vita delle donne e ragazze afghane.

L’ONU, pur con pieno sostegno e cooperazione USA, si troverà il lavoro interrotto nel convincere i talebani a riprendere i colloqui. Se l’ONU non riesce a negoziare una tregua permanente pima che si ritirino le forze d’occupazione, USA e alleati NATO se ne andranno da un paese ancora in guerra con i talebani, il governo afghano, e vari signori della guerra in competizione per il potere.

Dobbiamo sperare che nei prossimi mesi l’ONU trovi modo di riportare i belligeranti in Afghanistan ad accordarsi per una tregua e un processo di pace gestibile basato sulla condivisione del potere. Dopo i decenni di guerra e intensa sofferenza, per lo più a carico degli Stati Uniti e loro alleati, iI popolo afghano ha disperato bisogno di una meritata fine di questa guerra.


Medea Benjamin

Medea Benjamin è cofondatrice di CODEPINK for Peace e autrice di diversi libri, tra cui Inside Iran: The Real History and Politics of the Islamic Republic of Iran.

Nicolas J. S. Davies

Nicolas J. S. Davies è un giornalista indipendente, ricercatore con CODEPINK e autore del libro Blood on Our Hands: The American Invasion and Destruction of Iraq.


Pubblicazione originaria di progressive.org, 15 aprile 2021

https://progressive.org/dispatches/us-in-afghan-graveyard-benjamin-davies-210415/

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereni Regis


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