Rotta Balcanica: dall’aiuto umanitario all’impegno politico

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Benedetta Pisani intervista Adna Camdzic


Ho incrociato per la prima volta lo sguardo dolce e arguto di Adna nella stessa aula in cui ho conosciuto Mihaela, altra preziosa protagonista di HUMANS.

Ho sempre ammirato l’intraprendenza mai invadente con cui partecipava alle lezioni e la capacità di lavorare in gruppo, disegnando con discrezione la traiettoria che avrebbe condotto tutti gli altri a un buon risultato. È stato arricchente e piacevole collaborare con lei all’università ed è sorprendente che le nostre strade si siano incontrate di nuovo, fuori dalle mura del nostro amato Campus Einaudi.

Rotta Balacanica: dall'aiuto umanitario
Adna Camdzic | disegno di Margherita Caretta

Poco tempo fa, ho letto un bellissimo articolo che Adna ha scritto per il Pulmino Verde, un’associazione piemontese alla quale sono estremamente affezionata, attiva in modo particolare sul tema delle frontiere e presente sui luoghi che compongono quella che, dal 2015, viene denominata la “rotta balcanica”, uno dei principali corridoi che rifugiati, migranti e richiedenti asilo – prevalentemente provenienti da Iraq, Afghanistan e Siria – percorrono per raggiungere l’Europa.

Rotta Balacanica: dall'aiuto umanitario
Foto Fredoom House | Fonte Flickr, Di dominio pubblico

In che occasione e con quali modalità è stata definita la rotta balcanica? E che cosa ha comportato rispetto alla gestione dei flussi migratori e dei controlli alle frontiere?

Ne parla in modo molto chiaro l’ultimo Dossier pubblicato dalla rete RiVolti ai Balcani, che analizza gli sviluppi principali della rotta balcanica a partire dal 2015. Il 2015 viene preso come anno di riferimento perché è proprio in quel periodo che quasi un milione di persone transita attraverso i Balcani. La rotta mediterranea che tocca l’Italia passa in secondo piano: il mare è troppo pericoloso e il numero di vittime aumenta. Non a caso il Dossier si apre ricordando il tragico ritrovamento del corpo senza vita di Alan Kurdi, il bimbo di origine curdo-siriana annegato nel tentativo di raggiungere le isole greche. La vicenda segna un punto di svolta, ma soprattutto, evidenzia il peso del conflitto siriano sui flussi migratori.

Nel 2015 i profughi riescono ancora a spostarsi più o meno liberamente all’interno dei territori balcanici, compiendo viaggi in autobus o in treno sino a giungere in Austria o Germania. Di fronte a questi movimenti alcuni paesi periferici dell’UE cominciano a prendere misure drastiche di contenimento, prima fra tutte la Bulgaria, che già innalzava recinzioni di filo spinato, ma anche l’Ungheria, che cominciava a costruire il muro al confine con la Serbia: entrambi paesi UE che agiscono secondo i propri interessi nazionali. Anche la Slovenia decide arbitrariamente di ammettere sul proprio suolo solo siriani, iracheni e afghani. Vi è chiaramente difficoltà a definire una politica europea comune in materia di gestione delle migrazioni. Anche i tentativi di azionare meccanismi di ricollocamento di emergenza interni all’UE (tramite sistemi di quote) vengono bloccati, specialmente dai membri dell’est europeo, e si rivelano fallimentari, tanto che il raggiungimento di una piena condivisione di responsabilitá sembra un’utopia. Pian piano le porte si chiudono.

La guerra in Siria ha portato la Turchia a diventare, nel 2014, il principale paese d’accoglienza di profughi al mondo. Nel corso del 2015, la situazione inizia a cambiare. Un crescente numero di siriani ha preso la rotta balcanica per raggiungere l’Europa del nord. Diverse le ragioni: la precaria situazione in Turchia, la diminuzione delle risorse internazionali destinate ai campi profughi, il persistere del conflitto siriano e la perdita di speranza sull’eventualità di un imminente ritorno.

Con l’accordo del 2016 tra UE e Turchia, vengono nuovamente chiuse le frontiere e la rotta balcanica, un canale di fatto monitorato e legalizzato, interrotta. Da quel momento, il viaggio verso l’Europa torna a essere un calvario… I nuovi provvedimenti interni ai paesi dell’Unione e la delega alla Turchia del controllo di parte delle proprie frontiere esterne, hanno reso l’attraversamento dei paesi balcanici un’impresa illegale e disumana, contro ogni diritto fondamentale della persona.

Che cosa prevede, nello specifico, quest’intesa? E quali sono state le sue conseguenze nel breve e nel lungo periodo?

Intanto ci terrei a precisare che, nonostante venga preso come spartiacque, l’accordo UE- Turchia non segna un punto di rottura estremo rispetto al passato. Come dicevo prima, le porte si stavano già chiudendo per azione dei singoli governi europei. E poi la rotta balcanica non si è mai chiusa del tutto. Si è aperto semplicemente uno spiraglio per i trafficanti e il ricorso a vie di transito estremamente pericolose. Ricordo che proprio in quel periodo mio zio, autista di tir per una ditta bosniaca, venne fermato alla frontiera austriaca e rischiò un procedimento legale infinito per via di un afghano nascosto sotto al suo rimorchio. La storia finì bene, per mio zio, che dopo alcune ore venne rilasciato e poté proseguire il suo viaggio per le autostrade del mercato interno, quello in cui lavoratori, merci, servizi e capitale hanno piena libertà di movimento – a sancire la vera natura dell’Unione Europea, nata per favorire la cooperazione economica e servire gli interessi degli stati membri.

Con l’Agenda Europea per le Migrazioni del 2015 l’UE decide di adottare un approccio più flessibile e pragmatico per affrontare la crisi migratoria, come? Dando più potere decisionale ai paesi membri. Il Trattato UE-Turchia rientra precisamente all’interno di questo nuovo orientamento. Senza scendere nei dettagli, basti sapere che ci sono ancora dubbi rispetto a chi sia stato il reale firmatario di tale Accordo: gli Stati Membri oppure l’UE? In ogni caso, è chiaro che si è trattato di un accordo informale che non offre alcuna garanzia sul rispetto dei diritti umani, al contrario diventa uno strumento che, nelle mani degli Stati, permette di chiudere un occhio sui respingimenti e gli abusi a favore della salvaguardia della sovranità nazionale.

Conseguenze nel breve periodo: decremento degli arrivi via mare sulle isole greche favorito dalla militarizzazione delle frontiere turche e l’aumento dei processi di rimpatrio e riammissione. Nel lungo periodo? Basta guardare alla rotta balcanica oggi.

La crisi sanitaria scatenata dalla diffusione del Covid-19 ha determinato un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita dei profughi, troppo spesso ignorati. Dopo le riaperture dei confini statali durante l’estate, infatti, c’è stato un aumento dei respingimenti da parte dell’Italia, nonché delle riammissioni in Slovenia e in Croazia dove, dopo inaudite violenze perpetrate dalla polizia, le persone vengono mandate al punto di partenza, in Bosnia o in Serbia, e dunque lasciate in gravi condizioni morali e materiali.

In teoria, l’insieme di norme che compongono il sistema comune europeo sull’asilo, e i principi sanciti dalla Convezione di Ginevra del 1951 e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE, pongono un limite importante al principio di sovranità statale, al fine di garantire, riconoscere e proteggere i diritti delle persone che si trovano sotto la giurisdizione di ciascuno Stato. Ciononostante, la pratica dei respingimenti è drammaticamente consolidata in spregio alle leggi internazionali.

Che cosa prevede il cosiddetto “divieto di respingimento” (non refoulement)? E che conseguenze comporta la sua violazione sulla gestione della frontiera di paesi extraeuropei come la Bosnia, anche alla luce della attuale crisi sanitaria?

Sono due gli elementi del “non refoulement”: innanzitutto, il diritto internazionale pone le condizioni affinché i richiedenti asilo abbiano il diritto di presentare la propria domanda di protezione internazionale in un paese UE; in secondo luogo, proibisce l’allontanamento degli individui verso situazioni in cui sarebbero esposti ad un rischio di persecuzione.

Nonostante esistano dispositivi di protezione dei richiedenti asilo a livello internazionale, i paesi membri sono stati in diverse occasioni denunciati per il loro coinvolgimento in operazioni di “pushbacks”. Potrei citare, per esempio, la recente ordinanza del Tribunale di Roma, in merito al ricorso presentato da un cittadino pakistano arrivato a Trieste attraverso la rotta balcanica, respinto prima in Slovenia e poi in Bosnia. L’ordinanza ha chiarito l’illegalità della riammissione operata dalle autoritá italiane, sia perché avrebbe violato il diritto del ragazzo a presentare la propria domanda di asilo, che prevede una valutazione della posizione individuale della persona (impedendo in ogni caso allontanamenti collettivi), sia perché le autoritá non potevano ignorare che questi sarebbe stato soggetto ad un respingimento a catena e sottoposto a trattamenti degradanti.

Secondo il Danish Refugee Council, solamente nel 2020 circa 20.000 persone sarebbero state respinte dalla Croazia (un paese dell’UE) verso la Bosnia (paese extra-UE) in violazione dei dispositivi di protezione dei diritti umani. Il Border Violence Monitoring Network ha ulteriormente osservato come la pandemia abbia portato ad un aumento dei controlli, in risposta alla necessità di contenimento del COVID 19, accompagnati da una maggiore brutalità da parte delle autoritá di frontiera nelle loro attività di “pushback”. Le frontiere “esterne” dell’UE si sono sempre più militarizzate.

Un attore chiave per l’implementazione delle politiche di esternalizzazione è l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera – Frontex – più volte denunciata dalle organizzazioni internazionali per il suo coinvolgimento nelle operazioni di rimpatrio e respingimento. Inoltre, l’intervento rapido alle frontiere (RABIT), messo in pratica a marzo 2020 dai funzionari Frontex, ha contribuito a inasprire ancor di più il processo di militarizzazione dei confini e le violazioni dei diritti umani osservate lungo la rotta balcanica. Anche se l’implementazione di RABIT sarebbe dovuta scadere il 3 aprile 2020, la misura è stata radicata a causa della crisi sanitaria, segnando una transizione graduale da azione di emergenza a politica duratura.

Cos’è Frontex? Quando è stato costituito e chi lo controlla? E che responsabilità ha rispetto all’attuazione di massicce violazioni dei diritti contro i rifugiati e le comunità migranti?

Frontex è l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera fondata nel 2004. Dovrebbe assistere gli Stati membri dell’UE e i paesi dell’area Schengen nella protezione delle frontiere esterne e nel rimpatrio di cittadini di paesi terzi illegalmente presenti sul territorio UE.

Da poco il personale ha anche una propria uniforme. Consultando il documento in cui viene definito il design e le specifiche per la divisa, si nota come venga posta in luce la sua importanza strategica: le uniformi dovrebbero trasmettere un senso di credibilità e fiducia, si legge, essere autorevoli ma non intimidatorie. Come a porre in evidenza l’innocenza di Frontex rispetto alle accuse recentemente mosse contro l’Agenzia per i presunti respingimenti al confine greco-turco, nonché le questioni di trasparenza emerse a seguito dell’inchiesta avviata dall’OLAF.

A parte tutto, ufficialmente è la prima divisa di un corpo che afferisce all’UE, ovvero la prima divisa dell’Unione Europea, sempre sotto accusa per la sua incapacità di coordinamento e armonizzazione delle politiche tra Stati membri e ora più determinata che mai a dare una risposta uniforme alla crisi. E questo dimostra come il processo di integrazione europea sia ormai legato ad aspetti militari e securitari. L’identità europea si costruisce sempre di più sull’allontanamento di individui ritenuti “illegali” oltre ai limiti territoriali dell’UE, tramite un processo ribattezzato di “esternalizzazione delle frontiere”. Processo che, a sua volta, crea una netta distinzione tra un interno protetto e al riparo da sconvolgimenti ed un’area esterna in cui regna il caos e la violenza.

Ma al di là del quadro dello stato-nazione, che ci porta a guardare alle frontiere come spazi ben definiti posti a protezione della sovranità, quello che appare interessante è proprio questa de-territorializzazione dei confini che fornisce maggiori poteri ad agenti costituiti su base transnazionale, come appunto Frontex, che opera al di fuori dei meccanismi classici di protezione, rendendo molto più complessa l’attribuzione di responsabilitá.

Sulle recenti accuse a Frontex invito a consultare il Pushback Report 2020 di Mare Liberum.

Quando si parla di migrazioni, quindi, non è possibile ignorare le continue e spietate restrizioni della libertà di movimento che si materializzano in spazi di detenzione che, in qualunque modo essi vengano denominati – campi profughi, centri di accoglienza, centri di permanenza temporanea… – hanno come obiettivo principale lo smistamento di esseri umani, con la pericolosa conseguenza di porre uno stigma sulla clandestinità.

L’Unione Europea è costellata di zone di transito e tendopoli per migranti, nei pressi delle quali sorgono in poco tempo stazioni di treni ad hoc, centri di distribuzione dei beni di prima necessità, cliniche mediche… Ma l’intervento pratico attuato da parte delle organizzazioni internazionali e della società civile non è sempre sufficiente e talvolta agisce da “tappabuchi”. Deve necessariamente tradursi in una più profonda riflessione, individuale e collettiva, sulle responsabilità e le potenzialità del nostro operato, affinché questo non cada nell’oblio.

Per voler dare un’indicazione precisa a chiunque voglia contribuire concretamente alla mobilitazione solidale a sostegno dei migranti della rotta, a quali associazioni si può far riferimento?

Vorrei rispondere a questa domanda permettendomi di ampliare il discorso avviato nell’articolo che ho pubblicato per il Pulmino Verde e che tu hai precedentemente citato. L’articolo adotta uno sguardo critico sugli interventi umanitari e l’assistenzialismo. Per spiegarmi meglio prenderò in prestito le parole di Gorana Mlinarevic, ricercatrice e giornalista bosniaca indipendente, nonché amministratrice del gruppo Facebook “Help for refugees in Bosnia”, che nota come spendere troppo tempo e denaro sull’assistenza umanitaria, sulla raccolta di indumenti e di alimenti per i profughi, porta via del tempo fondamentale che potrebbe invece essere dedicato a fare politica.

“Non abbiamo bisogno di aiuto umanitario, ma abbiamo bisogno di impegno politico”

Gorana Mlinarevic

Lo stesso Luca Rastello, scrittore e giornalista che fu personalmente impegnato nei Balcani negli anni ‘90, ha spesso denunciato le problematiche legate alla professionalizzazione delle attività non-profit, che lui definisce come il mondo dei “buoni”, ricco di contraddizioni e certamente non immune a dinamiche di potere. Per questo motivo, pur capendo le dichiarazioni di Mlinarevic, mi viene difficile pensare ad una netta distinzione tra azione politica e azione umanitaria: i due linguaggi comunicano e si intersecano continuamente. Ogni azione umanitaria è anche politica e ha degli impatti non indifferenti sulle popolazioni che abitano i luoghi in cui viene condotto l’intervento. Più che rifiutare di intraprendere azioni umanitarie, penso sia necessario ragionare sulle loro ricadute a livello sociopolitico.

Veniamo alla fatidica domanda: “che fare?”. Delegare la nostra azione a rappresentanti della “società civile”, a qualcuno che possa combattere le battaglie per noi e che possa prendersi la briga di cercare una soluzione alla sofferenza e alla violenza? Al contrario, entrare a far parte di un’associazione e conoscerne le dinamiche interne, seguire i dibattiti, e trovare modi per responsabilizzarsi può essere un punto di inizio. E poi, in un secondo momento, cercare di dare sostegno ad altri soggetti che operano sul campo e che sono radicati sul terreno, che quindi hanno consapevolezza delle dinamiche sociopolitiche. Mi viene in mente IPSIA, per esempio, associazione attiva in Bosnia fin dalla guerra e oggi in prima linea sul campo di Lipa.

Nel suo articolo, Adna ha condotto con cura e dovizia di particolari un’analisi storica sul ruolo della società civile italiana nei paesi balcanici, partendo dagli anni ’90, quando “l’Italia si ritrovò nella posizione di dover accogliere un numero consistente di profughi proveniente dalla ex Jugoslavia”, fino ad arrivare alle forme più recenti di attivismo che, attraverso la creazione di reti informali anche online, raggiungono un numero ampio e diversificato di partecipanti “con l’obiettivo di dare una risposta alla violenza” sempre più efficace.

Per non rischiare di cadere nel tranello paternalistico, che attribuisce agli stati membri il ruolo ipocrita di “salvatori benevoli”, è fondamentale smontare il ruolo stereotipato, passivo e vittimistico, spesso attribuito agli abitanti dell’ex Jugoslavia, durante e dopo la guerra e, in modo particolare, alle donne.

Negli anni ’90, infatti, i principali promotori del pacifismo in tutta l’area furono i gruppi femministi di intellettuali donne, portavoce delle atrocità che, silenziose, incombevano pesanti sulla sorte dei Balcani. Da un atto di disobbedienza, di sottrazione di sé all’ideologia predominante, l’associazione spontanea delle donne ha portato avanti un impegno civile, volto a intessere una rete di solidarietà internazionale fondata sull’autorità morale delle singole persone, dando vita a una società civile pluralista, fondata sul rispetto dei diritti dei cittadini e dei popoli.

Una nuova cultura della dissidenza e della resistenza, che ha regalato a tutti una profonda lezione di democrazia e un esempio di cambiamento. Un esempio che, quando rielaborato secondo le proprie individuali esigenze e intrecciato con quelle degli altri, ha le potenzialità per riformare le vita di tutti noi, donne e uomini, rendendoci più consapevoli, rispettosi e felici.

Adna, cos’è per te la felicità?

Al momento la ricerca della felicità mi appare come una sorta di ricerca del tempo perduto, che può essere colto in piccoli e spesso impercettibili segni, in grado di attivare la nostra memoria. La memoria, diversamente dalla storia (che riguarda la cronologia degli eventi), è il modo in cui organizziamo la nostra esperienza, il nostro passato, quello vissuto, ma se vogliamo anche il nostro futuro, quello mai realizzato. È in questa dimensione atemporale, personale e allo stesso tempo universale, che emerge la felicità, come espressione dell’essenza delle cose e del senso stesso della vita.