A riveder le stelle. L’inquinamento luminoso e il «furto» della notte

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Autore
Massimiliano Fortuna


A riveder le stelle. L’inquinamento luminoso
Vincent van GoghNotte stellata, 1889, olio su tela, cm 73,7 x 92. New York, Museum of Modern Art (MoMa)

«E quindi uscimmo a riveder le stelle». L’ultimo, famosissimo, verso dell’Inferno si presta bene, in margine a questo anniversario dantesco, a stimolare riflessioni che esulano da un commento diretto della Divina Commedia, ma che la suggestione della grande poesia è capace di evocare. Sull’onda di questa suggestione proviamo dunque a porci alcune domande. Cosa significa vedere le stelle al giorno d’oggi? Quale cielo guardiamo dalle nostre città e quanto diverso da quello dell’epoca di Dante?

Il cielo sopra Los Angeles

Il 17 gennaio 1994, alle quattro e mezza del mattino, Los Angeles è scossa da un violento terremoto. Cadono tralicci, manca l’elettricità e il buio cala sulla Città degli Angeli. Qualcuno nota una sorta di nube argentea sospesa sopra la propria testa, al centralino si susseguono telefonate che segnalano con preoccupazione il fenomeno. Ma nessun pericolo viene da lì, quella nube è la Via Lattea, la galassia di cui siamo parte. Molti a Los Angeles, in quella drammatica mattina di metà gennaio, hanno l’occasione di guardarla per la prima volta.

Non si creda però di trovarsi di fronte a un fenomeno circoscritto al territorio americano, proprio di un centro urbano ricolmo di luci artificiali come Los Angeles, in Europa e in diverse altre zone del mondo la condizione è più o meno la stessa, a quanto pare anche un tedesco su tre non ha mai visto la Via Lattea e a otto italiani su dieci non è dato ammirarla da casa propria.

Traggo queste informazioni, e altre che seguiranno, da un libro di Irene Borgna appena pubblicato (Cieli neri, Ponte alle Grazie, 2021; poi CN), pagine preziose per documentarsi e interrogarsi su una forma di inquinamento della quale poco si parla e che attira minor attenzione rispetto ad altre devastazioni ambientali, ma che riserva effetti non meno preoccupanti: l’inquinamento luminoso.

La luce elettrica e l’illuminazione artificiale hanno certamente rappresentato, al loro apparire, una risorsa foriera di progresso, condensata in una parola di nuovo conio, nightlife, che ha sancito l’apertura di uno spazio di vita inedito. Ma, si sa, l’innovazione tecnologica è spesso ancipite, capace al tempo stesso di consentire la soluzione di vecchi problemi e di inaugurarne dei nuovi, va dunque ripensata e ricalibrata di continuo.

L’eccesso di luce artificiale nelle città del nostro Pianeta, ma non solo in esse, comporta una conseguenza immediata, quella di sottrarre, o perlomeno rendere monca, l’esperienza della notte all’80% della popolazione mondiale e al 99% di quella europea e statunitense. Ma il problema non riguarda solo gli umani, l’inquinamento luminoso sta complicando anche la vita di molti altri viventi, con effetti a catena e danni ecologici.

Ad esempio, nota Irene Borgna, «solo di recente si è iniziato a indagare l’effetto della luce non intenzionale, quella che attraversa l’acqua come effetto collaterale dell’illuminazione di argini, ponti, porti, strade. […] Dove le sponde sono illuminate, soprattutto da luci fredde, le alghe e i microrganismi che costituiscono il periphyton faticano a svilupparsi. Sono loro il pascolo subacqueo di invertebrati, girini, e pesci: ai nostri occhi niente di più che una insignificante poltiglia melmosa, ma di fatto il primo anello della stessa catena che tiene insieme il lago e il suo intorno: pesci, uccelli e umani. Niente pappetta di fango piena di alghe e microrganismi vuol dire niente insetti che se ne nutrono, niente pesci che pappano gli invertebrati, niente uccelli che si cibano di pesci. Un cielo troppo luminoso nelle ore sbagliate porta a un lago morto, a un cielo vuoto» (CN, p. 101).

I danni all’ambiente e alla salute provocati dall’inquinamento luminoso abbiamo iniziato ad appurarli solo di recente e li stiamo ancora scoprendo, ma «ci sono sempre più prove scientifiche a supporto del fatto che dopo il tramonto le luci, in particolare quelle con tonalità bianco-blu, ritardino il sonno e il rilascio dell’ormone melatonina, con conseguenze anche gravi, persino fatali per la nostra salute» (CN, p. 119).

Illuminare meno illuminare meglio

La riduzione dell’illuminazione comporterebbe inoltre un evidente risparmio economico e un vantaggio per le finanze pubbliche. Tuttavia l’idea di luogo illuminato è correlata a quella di sicurezza, la luce è un deterrente per i malintenzionati: più luce c’è più siamo protetti, non è così? A quanto pare non proprio, nel senso che non è la quantità ma la qualità dell’illuminazione l’obiettivo a cui puntare. Ascoltiamo Diego Bonata, ingegnere specializzato in illuminotecnica: «il principio che ispira la lotta alla sovrailluminazione è semplice: perché le vie siano sicure non deve esserci tanta luce, ma un’illuminazione di qualità che rischiara senza abbagliare, distribuita in modo uniforme con il minimo di punti luce, accesi solo quando è davvero utile» (CN, p. 114).

Illuminare meno illuminare meglio, potrebbe essere questo lo slogan per una campagna contro gli sprechi dell’illuminazione pubblica, si pensi, ad esempio, che la sola Unione Europea spende circa 7 miliardi all’anno per l’accensione dei lampioni (rapporto di «Cities at Night», 2015).

In Italia l’illuminazione pubblica costa oltre un miliardo di euro all’anno; nel 2012 – su sollecitazione dell’Associazione CieloBuio, punto di riferimento italiano per la difesa del cielo notturno – si è andati vicini all’approvazione di una legge che ne avrebbe fatti risparmiare circa la metà. Solo vicini purtroppo, perché si inciampò in un grave errore di comunicazione, definendo il progetto «Operazione cieli bui», che suggeriva l’idea di una sorta di coprifuoco, il risultato fu una generale levata di scudi mediatica che finì per bloccare l’iter parlamentare della legge.

Eppure gli esempi virtuosi da noi non mancano – ancora Diego Bonata: «la migliore legge per contrastare l’inquinamento luminoso al mondo è stata quella della Lombardia, approvata nel 2000. Ce l’hanno copiata in molti Paesi nel mondo: in Repubblica Ceca, Slovenia, Cile, Francia, tanto per citarne qualcuno» (CN, p. 114). Eccolo qui il modello lombardo da esportare nel resto d’Italia, altro che sistema sanitario, cosa peraltro che dopo un anno di pandemia dovrebbe esserci ormai chiara.

Che fai tu, luna, in ciel?

Ma sugli eccessi di illuminazione e sulla loro ripercussione sui cieli notturni queste, importantissime, considerazioni di natura economica e ambientale non esauriscono la questione. C’è un ulteriore aspetto da tenere in conto, che riguarda una sfera più strettamente esistenziale. La contemplazione di una notte stellata è parte essenziale della nostra dimensione spirituale, attiene al senso della bellezza, stimola l’interrogazione filosofica, alimenta il nostro stupore di fronte a ciò che ci supera. Le profondità dello spazio, e del tempo, da cosa possono esserci suggerite, se non dallo smisurato numero di corpi celesti che si riescono ad ammirare nell’oscurità?

Oggi ci troviamo di fronte a un fenomeno inedito, perché l’esperienza del mondo notturno ha segnato la psiche e il senso estetico della specie umana sin dai suoi albori, soltanto da pochi decenni questa esperienza sta invece diventando una rarità, concessa a un numero sempre più limitato di persone. Per lunghi millenni l’umanità ha guardato un cielo che nel buio delle tenebre risplendeva del chiarore degli astri, ha dialogato con esso e in rapporto a esso costruito una parte decisiva della sua cultura e del suo immaginario. Quali sviluppi futuri ci può riservare la cancellazione, per una vasta percentuale di esseri umani, di quel cielo e del senso di infinito che la sua contemplazione è in grado di suggerire?

Scrive Irene Borgna nelle pagine iniziali del suo libro: «poeti, pittori e innamorati soffrono da sempre d’insonnia e fame di infinito: la notte è loro e il suo cielo è nero. Quanti versi sono stati scritti col favore delle tenebre? Quanti sarebbero stati impossibili da comporre in una notte senza buio? Con l’inquinamento luminoso, non ci sarebbe stato nessun dialogo del pastore errante dell’Asia con la luna in ciel, ridotta a patetico spettro annegato nel chiarore. […] Il Guercino non avrebbe dipinto il Paesaggio al chiaro di luna e avremmo dovuto fare a meno della Notte stellata di Van Gogh. Che immagini evocano i versi scintillanti di stelle nella testa di chi non ha mai fatto davvero esperienza della notte? Un bambino cresciuto senza stelle è capace di sognare altri mondi? Di volere bene al proprio?» (CN, pp. 18-19).

Se il cielo notturno, diventato invisibile, smette di parlarci, con esso viene meno una lingua che gli uomini hanno ascoltato e praticato sin dai tempi più remoti della loro storia. Il respiro cosmico di una notte stellata apre una linea del tempo che ci lega all’origine del nostro stare al mondo, perché, anche se a questo punto la citazione può risultare fin troppo scontata, davvero, come canta Alan Sorrenti, «noi siamo figli delle stelle / figli della notte che ci gira intorno».