Fare la pace. L’importanza delle parole nella riconciliazione

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Recensione di
Cinzia Picchioni


Vittorino Andreoli, Fare la pace. L’importanza delle parole nella riconciliazione, Solferino, Milano 2020, pp. 178, € 16,00


Vittorino Andreoli Fare la pace

L’importanza delle parole nella riconciliazione è il bel sottotitolo del libro (con un altrettanto bel titolo, evocativo della mia e nostra infanzia no?) presentato questa settimana dai «Topi di biblioteca». Un libro di parole, questo, scritto – benissimo – dal famoso psichiatra che ci informa del suo intento: «Il proposito è come sempre pratico. Non amo le teorie, e a una grande teoria preferisco l’applicare un’azione per aiutare a evitare e non ripetere un errore. […] Il mio piano è di costruire un piccolo insieme di parole che rischiano, nel tempo presente, di far scatenare la guerra non solo nella coppia, nel rapporto genitori-figli e nei piccoli gruppi, ma persino tra popoli e tra religioni. […] da una parte le parole della pace, dall’altra quelle della guerra», p. 20.

Gli ultimi saranno i primi

Da molto tempo scrivo recensioni librarie, tanto da poter dire che non è più un caso se trovo cose interessanti alla fine di un libro… forse l’autore/l’autrice deve «scaldarsi» come per una gara? Fatto sta che anche qui l’ultimo capitolo è bellissimo, e d’altra parte s’intitola proprio «Bellezza», una parola piena di mistero! Da Elena di Troia, agli angeli, passando per i vecchi e per Dante e Dostoevskij (con le parole che mette in bocca al principe Myškin: «La bellezza salverà il mondo»), Andreoli ci accompagna nel viaggio attraverso le bellezze. Giunge così a dire che la bellezza, lungi dall’essere una rappresentazione, è un «modo di essere, uno stile di esistenza […] la bellezza del comportamento. Nell’eleganza delle parole scaturisce l’etica dell’esistenza, perfettamente simmetrica, equilibrata al punto che si può capovolgere in “estetica dell’etica”. E in questa sentenza vi è la pace», p. 171. Tutto il libro si chiude con queste parole… rivelandone la magia: in quale sentenza vi è la pace? Quella appena letta 3 righe più su o quella stessa sentenza dentro cui si trova la pace? Tutto sembra come il koan «Qual è il suono di una sola mano?». Ma in pù, dello stesso tema, mi fa anche venire in mente l’opera di Escher in cui due mani si disegnano a vicenda i polsini della camicia da cui spuntano… all’infinito. Guardarlo e guardarlo costituisce un esercizio insuperabile per educare la mente a restare elastica e aperta; proprio come leggere e rileggere la sentenza che chiude l’opera di Andreoli.

Vittorino Andreoli Fare la pace

10 parole prima della fine

L’Indice del libro è molto semplice: un elenco di parole (ovviamente), 10 per la precisione, che all’interno del testo si espandono però a dismisura. Soprattutto ciascuna ha la sua «contro-parola», anzi, non mi va di usare «contro» in questa recensione di un libro intitolato Fare la pace! Preferisco il termine «sostituto». Nella sua trattazione, Andreoli sostiene che alcune parole – le dieci dell’elenco – possano scatenare la guerra, e che occorra quindi sostituirle con altre parole che aiutino a fare la pace. Ecco il suo progetto: sostituire alla parola verità la parola dubbio; a proprietà (io-mio) il concetto di dotazione; e via di seguito. Ecco le altre 8:

discussione/conversazione-dialogo
superbia/umiltà
rancore/perdono
sospettosità (gelosia)/fiducia
esclusione/cooperazione
pulsione/volontà
ubbidienza/rivolta
dimenticare/ricordare

Ogni parola occupa un intero capitolo in cui – a partire spesso dall’etimologia – scopriamo perché quella parola scatena le guerre e come la sua sostituzione con un’altra può scatenare la pace. Un esempio? «La superbia, dunque, scatena lotta e distruzioni; l’umiltà è, invece, il fondamento dello stare insieme e dell’umanesimo che, intrinsecamente, è società. Ciò favorisce la pace», p. 84.

Microcosmo/macrocosmo+Trismegisto

«Mi sono […] convinto che la miccia, le cause di un conflitto di coppia o tra un padre e un figlio, che può portare alla distruzione di un piccoli ambito qual è quello della famiglia, sono le stesse che – attivate e vissute da un uomo di grande potere – arrivano a scatenare una guerra che coinvolge l’esercito, ma si combatte anche nelle città tra la popolazione civile», p. 25.

Tutti parliamo! Persino chi sia muto usa il «linguaggio» (benché siano le mani e non la lingua a parlare) dei segni per creare parole. Perciò bene ha fatto Andreoli a rivolgersi all’origine di tutto, alle parole come sorgente di guerra o di pace. Leggendo – facilmente – tutto il libro alla fine scaturisce in effetti (o almeno a me è capitato così) un senso di pace, e anche di pacificazione: da ora in avanti potrò usare quella parola invece di quell’altra e sperare di non litigare. Ho una nuova cassetta degli attrezzi per parlare, ma anche per scrivere, e anche per leggere! Ci si può divertire, leggendo questo libro, a vedere che effetto hanno su di noi le parole, anche solo quelle proposte: rancore (così piena di «r»), perdono (col suo significato nascosto di gratuità: per dono), come le sentiamo risuonare dentro? Che differenze notiamo, se le notiamo?

Un altro buon sistema per leggere questo libro – scritto, non a caso, da uno psichiatra – è analizzare i nostri personali esempi: «Abbiamo toccato il capitolo delle proprietà»