La rivoluzione è donna e madre del cambiamento

Autrice
Luisa Ruffa


La rivoluzione è donna e madre del cambiamento sociale: donne e madri che hanno cambiato la storia

La rivoluzione è donna e madre del cambiamento
Photo by Matias Jacobi on Unsplash

Nell’immaginario comune la storia è degli uomini e imparare a considerare le donne come soggetti storici e politici fa parte di un lungo processo culturale di cui ancora oggi non si vede la fine.

È più che doveroso chiedersi se senza il contributo femminile nelle varie lotte di resistenza contro regimi totalitari sarebbe stato possibile raggiungere gli stessi risultati. E se le donne in epoca fascista non avessero rischiato la vita svolgendo il ruolo di staffette partigiane? Se non avessero nascosto nelle loro case le famiglie ebree e gli oppositori politici prendendosene cura?

Certo non abbiamo il potere di tornare indietro nel tempo per poter trovare risposta a queste domande, ma abbiamo sicuramente il potere, e per meglio dire il dovere, di cambiare le narrative a riguardo e di commemorare il contributo femminile alla lotta all’antifascismo con la stessa devozione con cui commemoriamo quello maschile.

Ma l’Italia non è certamente l’unico paese in cui le donne hanno segnato la storia.

L’Argentina assistette nel 1966 al sesto colpo di stato, che destabilizzò le forze peroniste in favore della presidenza del capo dell’esercito Juan Carols Onganía.

Iniziò così una nuova epoca buia della storia argentina, caratterizzata da continui sequestri di oppositori politici: venivano catturati di notte e da lì portati in campi di tortura, infine uccisi e fatti sparire, motivo per cui passeranno alla storia con il nome di desaparecidos.

Furono proprio le donne, soprattutto le madri dei ragazzi scomparsi, a mobilitarsi per prime. Muovendosi tra questure, uffici ministeriali e parrocchie iniziano insistentemente a pretendere informazioni e giustizia per i loro figli, ma le risposte vaghe e disinteressate che ricevono altro non sono che la prova di un crimine.

Fu proprio grazie al contatto con le parrocchie che queste donne ebbero modo di rendersi conto di quanto la chiesa fosse complice del sistema dittatoriale.

Significativo fu il caso di monsignor Grasselli, vicario dell’arcivescovo militare e presidente della conferenza episcopale argentina. Quest’ultimo era in possesso di un elenco contenente i nomi della maggior parte dei desaparecidos, fornitogli dalla marina militare. Molte madri si rivolsero a lui per avere notizie dei propri figli scomparsi, ma si resero conto ben presto che lo scopo di Grasselli non era quello di supportarle, ma di estorcere loro informazioni riguardanti gli amici e le frequentazioni dei figli scomparsi.

I movimenti femministi argentini di oggi vantano tra i loro più famosi slogan quello che afferma “Juntas somos más fuertes” (insieme siamo più forti) e forse furono proprio le mamme dell’epoca a insegnarlo alle generazioni di oggi, quando il 20 aprile 1967 si riunirono tutte insieme a Plaza de Mayo.

Da quel momento si ritrovarono in piazza ogni giovedì, scontrandosi con le forze dell’ordine per chiedere verità, giustizia e memoria: non una memoria imbalsamata in una statua, ma una memoria viva e formata da università popolari e circoli culturali che diventarono il simbolo e il punto di ritrovo di questa lotta.

Un singolare esempio di lotta pacifica, ma non per questo meno radicale. Una lotta costante nel tempo che ancora oggi non è finita. Per la maggior parte di loro la verità non emerse mai, motivo per cui oggi i nipoti continuano a lottare al posto loro.

Le violenze che subirono a loro volta sono innumerevoli: molte furono picchiate ed uccise, ma non si lasciarono intimidire. Tante ragazze giovani furono rapite in gravidanza e i loro bambini, una volta nati, furono affidati alle famiglie dei militari, mentre a loro fu riservato solo un macabro destino conosciuto come “volo della morte”: spinte giù da aerei in volo, i loro corpi non furono mai ritrovati.

Le donne di Plaza de Mayo sono un incredibile modello non solo di resistenza, ma anche di empowerment femminile. Uscendo dalle loro case per chiedere giustizia si mostrarono come soggetti forti ed autodeterminati, si liberarono dal ruolo di angeli del focolare. E fu proprio per questo che non riuscirono ad ottenere il supporto della popolazione maschile. La cultura patriarcale non permetteva agli uomini di manifestare il loro dolore in pubblico e tantomeno permetteva loro di accettare che le mogli si occupassero di politica autonomamente.

“Aparición con vida” fu il loro grido di battaglia, oggi è quello delle mamme che, sempre il giovedì, si riuniscono sotto il carcere delle vallette di Torino per chiedere giustizia e liberazione per i propri figli.

A unire queste donne non è solo il giorno scelto per la ricorrenza, ma l’aver avuto figli coraggiosi che si sono esposti in favore della giustizia sociale e che per questo sono stati puniti. Uomini coraggiosi perché nati e cresciuti da donne coraggiose.

Il comitato delle mamme in piazza per la libertà di dissenso di Torino è nato sei anni fa, quando una trentina di ragazzi furono sottoposti a misure cautelari senza apparente motivo.

Dalle testimonianze di alcune mamme emerge un’iniziale senso di colpa e di vergogna sociale: quando la DIGOS sfonda la porta di casa tua, mette mano nei tuoi oggetti personali e se ne va un’ora dopo portando via tuo figlio in manette, certo non  facile per nessuno mantenere la calma.

Ci si chiede che cosa penseranno i vicini di casa, ma soprattutto ci si chiede dove abbiamo sbagliato. Se abbiamo dedicato la vita ad educare i nostri figli secondo principi e valori di giustizia ed uguaglianza sociale perché oggi ci appaiono come criminali?

Ma la risposta a questa domanda era più semplice di quanto si possa pensare: sono stati proprio quegli insegnamenti di giustizia sociale che oggi ci portano ad avere guai con la legge. Perché non sempre ciò che è legale anche giusto.

Chi oggi protesta contro sistemi politici oppressivi è figlio della generazione di chi si oppose alla guerra in Vietnam, siamo i nipoti della resistenza partigiana.

Ma proviamo a osservare più da vicino alcuni di questi casi: quattro ragazzi furono accusati di terrorismo per aver preso parte a una manifestazione NO-TAV. Furono tutti assolti con formula piena, ma dopo aver trascorso ugualmente sei mesi in carcere.

Sei mesi di carcere anche per il ragazzo accusato di essere in possesso di armi da scoppio, anche lui assolto con formula piena in sede processuale poiché si trattava di una bomboletta di spray al peperoncino.

Le madri di questi ragazzi si domandano, e tutte noi donne ci chiediamo la stessa cosa, dove fossero queste forze dell’ordine e questi tribunali così determinati a far rispettare le leggi quando numerosi casi di stupro cadevano in prescrizione davanti ai nostri sguardi increduli, quando le nostre denunce di violenza sessuale non vengono considerate credibili, quando ci viene data la colpa di ciò che subiamo.

Quando abbiamo lasciato che tutto ciò accadesse? In che momento abbiamo permesso allo stato di scherzare con le nostre vite e i nostri corpi?

Le donne più di tutte sanno cosa questo significhi. Molte di quelle che fanno parte del comitato di mamme in piazza sono le stesse che quarant’anni fa lottarono attivamente per il diritto all’aborto.

L’ospedale Sant’Anna di Torino fu uno dei primi su territorio italiano a sostituire, a fine degli anni Settanta, il metodo del raschiamento con quello dell’aspirazione del feto. Tra gli anni Ottanta e Novanta iniziarono a formarsi i primi movimenti pro life, che si accamparono il diritto di decidere sui corpi delle donne.

Nel 2010 il presidente della regione Piemonte dell’epoca Roberto Cota firmò una delibera per aprire le porte dei consultori ai movimenti per la vita, portando i collettivi femministi a manifestare e fare ricorso fino a quando la delibera non fu annullata.

Un diritto, quello all’aborto, che credevamo ormai inviolabile e che invece negli ultimi anni è nuovamente stato messo in discussione, a dimostrare che nessuna conquista è per sempre e la resistenza non può mai abbassare la guardia.

Il sacrifico delle madri rivoluzionarie non va dimenticato e per questo saremo insieme in piazza ogni volta che ci sarà possibile, a lottare per cambiare la legge e non perché la legge cambi noi.


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