Il costante conflitto tra bene comune e privatizzazione

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Autrice
Noemi Epoté


costante conflitto tra bene comune e privatizzazione
Photo by Alina Grubnyak on Unsplash

Il quarto incontro del Corso permanente online della Scuola per l’Economia Trasformativa tratta del costante conflitto tra bene comune e privatizzazione. Relatore è Roberto Brioschi, Ricercatore militante del mutualismo e Collaboratore della Rivista “Altreconomia” nonché cofondatore della scuola.

Ci spiega che, oggigiorno, il termine di beni comuni rischia di essere un intendimento superficiale, un brand che rimane indefinito.

Innanzitutto, occorre stilare una scaletta del sistema dentro il quale i beni comuni sono chiamati commons, chi li utilizza si identifica come commoner e i tipi di relazione che entrambi implicano sulla società ne suggeriscono la gestione, ovvero la politica dei beni comuni.

In sintesi, nella storia i beni comuni sono stati le risorse naturali gestite da una comunità che ne ricavava il proprio sostentamento grazie al libero accesso alla terra e, conseguentemente, vi era una relazione di scambio e di equilibrio tra l’uomo e la natura.

Tuttavia, il percorso storico dei beni comuni non è stato privo di ostacoli. Vi è sempre stata la contrapposizione della proprietà privata e dunque di quel sistema di accumulazione basato sul valore d’uso e misurato secondo la relazione tempo/lavoro. Infatti, ci spiega il Relatore, questi due concetti hanno dato origine a scontri fortissimi già dal primo secolo avanti Cristo. Lucrezio, nel suo De rerum natura, chiarì espressamente che le sofferenze dell’umanità ebbero inizio con la nascita della proprietà privata e questo contenzioso si è protratto a lungo nella storia.

Una svolta decisiva a questo confronto viene data dalla forte riduzione che i beni comuni subiscono tra il 1200 e il 1350 che equivale alla privazione del sostentamento delle comunità locali e ha come conseguenza la distruzione dell’economia dell’intera comunità.

Un’altra svolta viene data dall’azione di Federico II di Svevia che apre la comunicazione culturale scientifica con il mondo arabo, a causa di una perdita di “conoscenza” dell’Occidente, andata distrutta  nel 425 d.c, in seguito all’incendio del grande archivio della storia del mondo: la biblioteca di Alessandria. Occorre specificare che questa apertura ha fatto sì che fossero conosciuti tutti quei riferimenti che sono oggi alla base del diritto consuetudinario. Effettivamente, di questa apertura ne usufruisce Fibonacci che unisce i procedimenti della geometria greca euclidea e gli strumenti matematici di calcolo elaborati dalla scienza araba per costituire in seguito quello che sarà considerato il motore della finanza e dell’attività mercantile e dunque una società che è capace di produrre un’accumulazione.

Tutto ciò ha condotto alla graduale privatizzazione di quantità sempre maggiori di beni comuni e dunque al depauperamento delle comunità locali che subiscono un cambio di direzione. La collettività senza terra si muove in massa verso le città per evitare le sorti del vagabondaggio. Si assiste alla nascita della società urbana che si rimodella al posto della società agricola. Questa trasformazione non comporta solo una variazione del settore lavorativo ma determina anche il cambiamento della persona e della sua famiglia poiché l’homo economicus richiede che la sua vita sia strutturata in base alle variabili tempo-lavoro.

Brioschi conclude dicendo che occorre ripristinare i beni comuni poiché ciò significa ripristinare la cittadinanza dei “diversi ma uguali” e il senso delle relazioni tra l’uomo e la natura.

Il bene comune è una risorsa illimitata se usato per soddisfare il bisogno materiale e il bisogno della creatività, alla base del desiderio umano.

Non perdetevi il prossimo appuntamento di mercoledì 3 marzo con la relazione “Oltre la cultura patriarcale: l’economia come cura” .