La violenza nucleare è il motivo per cui viviamo nell’Antropocene

Autore
Richard Falk


Photo by Andrea Riunno on Unsplash

Il seguente articolo  è il mio contributo al Forum tematico del Great Transition Initiative (GTI). È una risposta allo scritto sapientemente composto dal fondatore del GTI Paul Raskin sotto gli auspici del ‘Tellus Insistute’. ed evidenzia perché la violenza nucleare è il motivo per cui viviamo nell’Antropocene. La pubblicazione iniziale di Paul e l’affascinante seguito delle risposte possono essere lette qui. Il GTI ha sviluppato una potente e sofisticata rete globale di dialogo per il raggiungimento di un futuro visionario, nonostante le nubi grigie che adesso riempiono il cielo.


Contributo per il Forum GTI Interrogare l’Antropocene: Verità e false credenze

Violenza: un’altra crisi esistenziale

Richard Falk – 15 febbraio 2021

Comprendo l’essenza del consenso emerso da questa discussione dell’eloquente scritto di Paul Raskin. Infatti si tratta di un’accettazione dell’Antropocene come un terribile avvertimento che la specie umana è destinata al disastro, se non all’estinzione, se la sua impronta ecologica non sarà notevolmente ridotta in un futuro relativamente prossimo. La prospettiva GTI aggiunge l’indispensabile intuizione che l’evoluzione sociale ha molti percorsi verso il futuro che possono essere istruttivamente inquadrati come una narrazione drammatica messa in atto come una lotta tra le forze che sostengono i modelli distruttivi di deperimento delle varianti moderniste di civiltà attualmente dominanti e quelle intente a raggiungere una varietà di costellazioni di civiltà alternative che incorporano ciò che Paul chiama alla fine delle sue congetture: “identità, solidarietà e cittadinanza allargate”.

È giusto supporre che questi allargamenti spostino i vettori di civiltà verso maggiori apprezzamenti del destino delle specie insieme alle possibilità di nutrire la soddisfazione per l’esperienza della comunità umana su scala globale. Tali futuri implicano vivere con un nuovo appagamento basato sulle comunanze di fondo e allo stesso tempo valorizzare le differenze di genere, sociali, etniche e generazionali e superare gli abusi del passato.

Considero la comunità GTI come un’avanguardia ideativa che sta portando avanti il lavoro di visione restaurativa rispetto alle sfide ecologiche e sociali organicamente connesse. La premessa ontologica di speranza è l’esistenza di riserve di potenziale di specie per trasformare gli impatti negativi dell’agenda geologica umana, che spiega soprattutto la designazione del nostro tempo come Antropocene, in forme positive di comportamento sociale che incorporano l’etica ecologica e umanistica in modi capaci di attualizzare varianti del progetto GTI.

C’è inoltre l’inspiegabile questione della trascendenza che apre le porte alla libera scoperta dell’unico e importante privilegio della specie umana, la libertà [di scelta], quindi della responsabilità di fare la cosa giusta. Individualmente e collettivamente, possiamo imparare a vedere in modo appropriato, e quando lo facciamo, abbiamo la libertà e la responsabilità di combattere per un futuro migliore, e forse radicalmente diverso. In questo spirito, lo sforzo principale dovrebbe essere quello di ridisegnare le dinamiche capitalistiche per evitare effetti ecologici distruttivi e mitigare gli impatti alienanti e di sfruttamento sulle relazioni sociali, o i nostri modi di produrre, consumare e vivere dovrebbero essere ridisegnati per conformarsi più da vicino agli immaginari di prosperità umana?

A causa del tempo limitato per evitare danni irreversibili o catastrofici, gli sforzi della GTI dovrebbero dare priorità all’”acquistare tempo” accontentandosi di piccoli aggiustamenti, assumendo che un cambiamento più fondamentale possa emergere in periodi più lunghi?

Esiste una “trappola hegeliana” per cui un futuro previsto viene confuso con un futuro raggiungibile. L’insegnamento dell’Antropocene è che importanti aggiustamenti ecologici devono essere fatti presto – con il cruciale riscontro sociologico che la tragedia incombente non è attribuibile alla condizione umana, ma riflette piuttosto una svolta di civiltà, talvolta associata al passaggio dalla civiltà dei cacciatori-raccoglitori a quella dell’agricoltura e della specializzazione, e che raggiunge il suo apice attraverso la “modernità” come emanazione della rivoluzione industriale.

Contrariamente a questo scenario, trovo sia utile evidenziare il ruolo della guerra, della violenza, e dell’identità, portato chiaramente all’estremo  dagli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti sono i principali esportatori al mondo di armamenti, mantengono il mercato nero nei paesi stranieri usati per torturare chi è sospettato di terrorismo, controllano una delle più grandi popolazioni carcerarie pro capite al mondo, possiedono l’unica cultura sulle armi al mondo basata sulla costituzione, e sono anche il paese meno sicuro come mai nella loro storia. Per sottolineare questo modello inquietante, il più noto sostenitore della lotta nonviolenta negli Stati Uniti, Martin Luther King, Jr., è stato assassinato nel 1968.

La mia interpretazione in ambito socioeconomico del capitalismo predatorio e del negazionismo ecologico consiste nella illusione diffusa che il possesso di armi e la violenza garantiscano “sicurezza” agli individui, ai vicini, e ai paesi. Anche i campanelli d’allarme, suonati dopo l’uso delle bombe atomiche nel 1945, non hanno sconfitto gli intrecci profondi delle radici del militarismo a ogni livello di interazione sociale, dalla cultura delle armi fino agli arsenali nucleari. Con il passare del tempo, il possesso di armamenti nucleari è diventato norma per gli stati che hanno vinto la II Guerra Mondiale e la politica globale si è concentrata sul mantenere le armi lontane dagli altri stati, stabilendo un regime di non-proliferazione, un sistema di apartheid nucleare che riflette l’ultima fase del primato geopolitico con un errato fondamento della stabilità negli affari mondiali.

Sono due gli aspetti correlati a questo punto: la pervasività della violenza nell’esperienza umana e la possibilità di una guerra nucleare affiancata a un eco-catastrofe, minacciando l’Equilibrio di Gaia che permette agli stratigrafi di definire la nostra era geologica come un Antropocene. Quindi la violenza nucleare è il motivo per cui viviamo nell’Antropocene.

Quando pensiamo alle sorti del futuro dell’essere umano affinché trascenda le malattie delle attuali circostanze storiche, non possiamo andare molto lontano senza una svolta radicale contro le forme individuali e collettive di violenza e guerra. Per questo è rilevante notare il tasso di crescita a cui la violenza in ogni sua forma e grado è diffusa, anche negli ambiti di molte civiltà, incluse soprattutto le comunità indigene. La Cina è distante dall’essere nonviolenta, anche con la sua notevole crescita, superando l’estrema povertà di trecento milioni di cinesi, almeno la sua visione espansionista del ‘Belt and Road Initiative’ (nuova via della seta n.d.t.) sembra una base migliore in cui sperare per una benigna trascendenza della civiltà .

Come osservato in precedenza, ci sono anche ostacoli associati alle modalità di civilizzazione che attualmente controllano le categorie fondamentali di tempo e spazio. C’è un’incompatibilità tra gli orizzonti temporali delle sfide ecologiche, economiche e di sicurezza e l’affidabilità delle tornate elettorali. I leader politici, del governo e della finanza vengono riconosciuti per i loro traguardi performativi a breve-termine e quindi tendono a sottovalutare i rischi a medio e lungo termine.

Per quanto riguarda lo spazio, le vaste differenze in salute e capacità tra stati e regioni, producono diseguaglianze percepite come ingiuste, che necessitano di essere difese e giustificate da ideologie che frammentano l’identità umana e la comunità. In termini di ordine mondiale, l’intero è minore della somma delle sue parti, e finché questo rapporto può essere invertito, l’imperativo di Paul Raskin sull’identità , la solidarietà e la cittadinanza allargate finirà sicuramente nelle orecchie di chi è sordo. Viviamo in un mondo in cui la parte è valutata più del tutto, e un tale ordine politico avrebbe potuto persistere in una visione del mondo pre-Antropocene, ma ora è in profondo pericolo. 


Richard Falk

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Richard Falk è membro della Rete TRANSCEND, è uno studioso di relazioni internazionali, professore emerito di diritto internazionale all’Università di Princeton, Ricercatore Eccelso all’Orfalea Center of Global Studies dell’Univ. di Calif. A Santa Barbara, autore, co-autore o redattore di 60 libri, e portavoce ed attivista in affari mondiali. Nel 2008, il Consiglio sui Diritti Umani ONU (UNHRC) ha nominato Falk per due mandate triennali da United Nations Special Rapporteur su “la situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967”. Dal 2002 vive a Santa Barbara, California, occupato con il campus locale dell’Università di California, e presiede da parecchi anni il Consiglio d’amministrazione della Nuclear Age Peace Foundation. Il suo libro più recente è On Nuclear Weapons, Denuclearization, Demilitarization, and Disarmament (2019).


La violenza nucleare è il motivo per cui viviamo nell’Antropocene

TRANSCEND MEMBERS, 22 Feb 2021 | Richard Falk | Global Justice in the 21st Century – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Fabrizio Caridi per il Centro Studi Sereno Regis


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