La forza della coscienza. Storia di una persuasione: Claudio Baglietto e Aldo Capitini

Recensione
di Enrico Peyretti


Pietro Polito, La forza della coscienza. Storia di una persuasione: Claudio Baglietto e Aldo Capitini, Biblion Edizioni, Milano 2020, pp. 96, € 10,00

La forza della coscienza. Storia di una persuasione

Claudio Baglietto (1908-1940) fu il giovane ispiratore di Aldo Capitini, il filosofo italiano della nonviolenza, ma è assai meno conosciuto. Nell’ottantesimo della morte, grazie a questo accurato libretto, si può vedere meglio lo spirito e l’azione di Baglietto, e il suo rapporto con Capitini. Pietro Polito ce li documenta, con accesso a fonti inedite, tra le quali compaiono diverse figure di rilievo della cultura di quel momento.

L’Autore, storico delle idee, è stato allievo e collaboratore di Bobbio, è direttore del Centro studi Piero Gobetti di Torino. Ha pubblicato in particolare studi su Gobetti, su Capitini, sull’obiezione di coscienza e sulla nonviolenza.

Baglietto e Capitini rappresentano i «persuasi», le coscienze sveglie che rifiutano compromessi, e decidono di vivere facendo scelte anche estreme di verità.  I due si conobbero alla Scuola Normale di Pisa intorno al 1930 e si riconobbero nell’uguale tensione morale religiosa. Entrambi rappresentano quella rara eresia religiosa italiana, che in altri modi era comparsa e schiacciata dalla Controriforma. Entrambi fuorusciti dal cattolicesimo istituzionale e tradizionale, indignati specialmente per i patti del 1929. Baglietto nel 1932 si fa esule in Svizzera per sottrarsi al servizio militare obbligatorio. Capitini ne resta dapprima sconcertato, ma poi ammira il suo atto morale e ideale, che invece Gentile e Cantimori disapprovano pur ammirando la cultura di quel giovane.

Interessante il fatto che Baglietto compie quel suo atto per intima persuasione di un bene doveroso. Ma non intende fare alcun proselitismo verso altri, non presume una propria superiorità etica, e non ne fa un atto politico: egli vede la politica legata alla violenza, all’atto di uccidere, e la religione come amore per ogni uomo e ogni creatura. Baglietto muore inaspettatamente nel 1940. Intanto  Capitini ha scoperto Gandhi e il metodo della non-collaborazione. Perde il posto di segretario economo della Normale di Pisa nel 1932 per essersi rifiutato di iscriversi al partito fascista. 

Si può dire che «Capitini sia stato ammaestrato dall’esempio luminoso di Baglietto». Il loro è un atto pubblico, ma non anzitutto per politica, bensì per dovere morale e religioso, per il principio metapolitico dell’amore e della nonviolenza. Capitini esprime a Gentile, direttore della Normale, nella lettera di dimissioni forzate, la convinzione che la violenza è male assoluto e mancanza di fede nello spirito. Il rifiuto del fascismo deriva dal rifiuto della violenza.

Capitini avrà sempre presente il valore della persona e dello spirito di Baglietto, che «lavorò all’avvenire di una umanità migliore» e si impegnò a farlo conoscere.  Per entrambi la vita religiosa è coscienza e responsabilità, vissute insieme nell’amicizia, che è «il di più religioso aggiunto alla semplice conoscenza degli altri».

In Appendice Polito ripresenta sei brevi Scritti religiosi stesi in collaborazione da Baglietto e Capitini. «Amore del bene vuol dire amore di tutte le creature, perché sono tutte beni». «Pregare vuol dire svolgere coerentemente l’amore […], pregare è riconoscimento che Dio ci dà tutto». «Tu sei ideale e non realtà, ma noi sappiamo per Te che l’ideale è realtà vera». «La morte non tocca ciò che è più Tuo, e i morti vivono, ed io, avendo fede in Te, vivrò con essi, così come coi vivi, una sola vita». Ecco, la realtà e la forza spirituale, che si presenta nella coscienza intima, è grande e varia, più delle dottrine e dei sistemi, e produce vita buona, giusta.

(già pubblicata da «il foglio», 474, ottobre 2020, p. 6)


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