Verso un disarmo nucleare universale?

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Autrice
Giulia Faraci


il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, al di là delle prospettive di entrata in vigore, va inquadrato nel contesto di una progressiva riduzione ed eliminazione delle armi nucleari verso un sistema di disarmo nucleare universale

Verso un disarmo nucleare universale

Caro amico, ti scrivo per avere un consiglio, con la rivelazione dell’energia atomica la nostra generazione ha portato nel mondo una forza rivoluzionaria dopo la scoperta del fuoco da parte dell’uomo preistorico. La forza fondamentale dell’universo non può essere in alcun modo adattata al concetto ormai superato di rivalse nazionaliste. Con lei non c’è segreto, non c’è difesa, non c’è possibilità di controllo se non attraverso la rigida comprensione e l’insistente partecipazione dei cittadini di tutto il mondo.

Così il 22 gennaio 1947 Albert Einstein metteva in luce il potenziale distruttivo del nucleare chiedendo con forza un’alleanza fra scienziati e cittadini.

Insieme a Unione Scienziati per il Disarmo, Conferenze Pugwash e Istituto Ricerche Archivio Disarmo, con il patrocinio della Rete delle Università italiane per la pace, il CISP il 22 Gennaio ha organizzato un incontro di approfondimento sull’entrata in vigore del Trattato di messa al bando delle armi nucleari.  

Una visione d’insieme di queste armi

Vicenzo Camporini, ex capo di Stato Maggiore dell’aeronautica e della Difesa illustra la progressiva diminuzione dell’ordigni nucleari. Durante il periodo della Guerra Fredda vi erano in media 70 mila testate nucleari che sono andate riducendosi fino ad oggi in cui se ne contano 13 mila. Tuttavia una forte minaccia nucleare è ancora presente. Fra le armi nucleari ci soffermiamo su quelle strategiche a breve raggio ovvero le B61 di proprietà americana. Quest’ultime non sono soggette a trattati bilaterali. Si tratta di armi molto particolari e potenti, lanciate da aerei e posizionate in diverse basi in Europa: Belgio, Italia, Olanda e Turchia. Si stimano attualmente 150 bombe. Per quello che concerne l’Italia, sono contenute in due basi, quella di Aviano e in quella di Ghevi , configurandoci così come unico paese che in ben due basi contiene questo tipo di bombe . Il progredire di queste armi porta a quelli che sono gli F35 con un raggio d’azione superiore in grado di minacciare non solo Marocco e Tunisia ma anche la Russia. Per quello che concerne i costi stimati del settore si parla di 73 miliardi di dollari nel 2019 mentre per le bombe di B61 modernizzate il costo si aggira fra i 7 e i 10 miliardi, quindi non sono mai da dimenticare le cifre significative di cui parliamo.

Il Trattato di PROIBIZIONE che integra quello di NON PROLIFERAZIONE delle armi nucleari

Barbara Gallo, giornalista di Archivio Disarmo come responsabile di Relazioni Internazionali ci aiuta a definire meglio l’architettura dal trattato di non proliferazione. Quest’ultimo è strutturato da una serie di livelli che attraverso strumenti giuridici danno vita a delle regole sull’uso e la regolazione delle armi nucleari. Di questo regime fanno parte trattati, intese bilaterali, multilaterali e le leggi nazionali. Gallo sottolinea come il trattato di non proliferazione sia più importante poiché firmato da quasi l’intera comunità internazionale. Si parla di 191 firmatari e soprattutto è stato ratificato dalle 5 potenze ufficiali. Fuori dal trattato rimangono l’India, Pakistan, Israele, sud Corea e Corea del nord, la quale ne faceva parte fino al 2003 quando citò il diritto di recesso stabilito dall’articolo 10, ritirandosi di fatto dal trattato. L’Italia ha aderito nel 1975 con la legge 179.

I capisaldo su cui si regge il trattato di non proliferazione sono tre.

La non proliferazione, sancita dall’articolo 2 del trattato, ovvero l’obiettivo è quello di contenere il numero degli stati nucleari vietando agli Stati non nuclearizzati di entrare in possesso di queste armi e di fabbricarne.

Segue poi il disarmo sancito dall’esercizio dall’articolo 6 che impegna gli Stati militarmente nucleari a frenare la corsa agli armamenti fino a ridurli.

Infine il terzo pilastro è la cooperazione nel settore nucleare e civile sancito dall’articolo 4 del trattato che stabilisce il diritto inalienabile degli stati di dotarsi di tecnologie nucleari civili. Il trattato non è di certo perfetto, affermano gli esperti, si riscontrano numerosi  punti deboli e debolezze che vanno assolutamente messe in rilievo come: l’assenza di tre grandi potenze nucleari come l’India, Israele e Pakistan, il ritiro della Corea del Nord che essa stessa una potenza nucleare e alcune falle nel meccanismo di sanzione.

Nonostante non sia un accordo perfetto si tratta di uno strumento legale che in qualche modo ha contribuito allo sforzo della comunità internazionale di limitare moltissimo gli ordigni nucleari. Fino alla metà degli anni 80 in tutto il mondo circolavano circa 70.000 ordini nucleari. Oggi siamo arrivati a circa 13.000. Dato il potenziale dell’arma in questione non si può certo cantar vittoria ma bisogna riconoscere che si è assistito a una riduzione significativa.

Un secondo trattato molto importante anche se non entrato in vigore, per il mancato raggiungimento della soglia dei 44 Stati è il Trattato di cessazione completa degli esperimenti nucleari. Non è stato firmato da: India, Pakistani, Israele, Stati Uniti e Cina. L’importanza di questo accordo riguarda la numerosità di test nucleari che vengono effettuati. Ad oggi sono stati esercitati circa 2050 test nucleari con una potenza di 480 megatoni ovvero l’equivalente di circa 35.000 bombe di Hiroshima. Ne consegue chiaramente un brutale impatto ambientale e sulla salute umana.  

Il Trattato per la proibizione delle armi nucleari, come afferma Elena Camino nel suo articolo “Dalla “non proliferazione” alla proibizione delle armi nucleari”, integra il Trattato sulla non proliferazione. Quello riguardante la proibizione è entrato ufficialmente in vigore il22 gennaio 2021. Particolare attenzione è rivolta all’articolo 1 che vieta la fabbricazione, o l’acquisizione con altri mezzi di armi nucleari, o l’utilizzo con scopo di minaccia. Ma anche l’articolo 6 e 7 che introducono obblighi positivi come l’assistenza alle vittime e risanamento ambientale insieme alla cooperazione e assistenza internazionale.

Chiaramente più significativo è il numero di Stati che ratifica il trattato, maggiore sarà la sua risonanza e impatto nella comunità internazionale. A tal proposito, Elena Camino nel suo articolo riporta la posizione di Maurizio Boni secondo il quale non molti stati saranno incentivati ad aderire al nuovo trattato: in particolare per «l’obbligo di astenersi in ogni circostanza dall’assistere, incoraggiare o indurre chiunque (individui, società, organizzazioni internazionali, attori non governativi) a intraprendere ogni tipo di attività proibita dal trattato».

In conclusione, il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, al di là delle prospettive di entrata in vigore, va inquadrato nel contesto di una progressiva riduzione ed eliminazione delle armi nucleari verso un sistema di disarmo nucleare universale. Credo inoltre sia sempre opportuno in un discorso comune mettere in rilievo sicuramente l’impatto distruttivo di queste armi, ma anche il significativo costo che esse comportano. Soprattutto se messo a confronto con altri settori, che necessiterebbero di un maggiore sostegno economico ma vengono penalizzati nell’investimento di capitale a dispetto di quello della difesa.