Non esiste vaccino per l’emergenza climatica

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Autore
Nicholas Loubere

I veicoli tentano di attraversare una strada allagata a Dhaka, in Bangladesh. 21 luglio 2020. Foto: Sk Hasan Ali / Shutterstock.com

Il fallimento dell’umanità di rispondere alla pandemia ci pone davanti alla nostra incapacità di affrontare l’attuale emergenza climatica.

La distruzione causata dal COVID-19 rappresenta una crisi senza precedenti nella storia recente, anche se per certi aspetti ci sembra stranamente familiare. Questo perché nel corso della pandemia si sono rispecchiate alcune dinamiche della crisi climatica, ma in un lasso temporale molto più breve. Una minaccia globale imminente – la cui gravità è stata a lungo ignorata –  per la quale sarebbe stata necessaria un’azione rapida, coordinata e collettiva. Invece, ha incontrato risposte nazionali divergenti, accuse, appelli alla responsabilità individuale e resistenza estrema a qualunque tipo di cambiamento nello status quo.

Alcuni studiosi di sinistra, tra cui Vijay Kolinjiavadi, Andreas Malm. Rob Wallace e altri, hanno fornito importanti informazioni sull’interconnessione tra COVID-19 e la crisi climatica. In particolare, hanno sottolineato il fatto che la pandemia è solo una manifestazione di un’emergenza ecologica ben più estesa, e che entrambe sono il risultato del capitalismo globale che le ha generate.

Lo scopo di questo saggio è di argomentare e dimostrare che c’è anche un valore analitico nel concepire queste due emergenze come l’una il riflesso dell’altra. La pandemia riproduce in un microcosmo accelerato le stesse dinamiche del surriscaldamento globale. In quest’ottica, un’analisi della pandemia, e delle risposte che sono state fornite, può aiutare a capire meglio dove stiamo sbagliando nella gestione del cambiamento climatico.

CIRCOSTANZE ATTENUANTI

Quindi, quali altri similitudini ci sono tra il COVID-19 e l’emergenza climatica? Per qualcuno, la nostra capacità di comprendere e discutere di entrambe le crisi è ostacolata da disinformazione diffusa, teorie complottiste, lobbismo aziendale interessato all’inazione e semplice disaccordo riguardo le prassi migliori da mettere in pratica.

In quest’ambito, sono emersi due campi principali, portando avanti diverse risposte politiche: quelle che sostengono la via della “mitigazione”, per cui si può convivere con il riscaldamento globale e la pandemia, attenuandone gli effetti; e quelle che spingono per una risposta veloce e decisiva, in grado di porre fine a entrambe le crisi.

Salvo rari casi di paesi che hanno applicato con successo strategie volte a interrompere la diffusione del virus – come Taiwan, Vietnam e Nuova Zelanda – i governi nazionali hanno optato per svariate forme di “mitigazione”. Queste misure reattive sono state generalmente prese per necessità poiché le lente risposte iniziali hanno fatto degenerare ancor di più la già critica condizione, ma sono anche il riflesso della scarsa volontà di portare avanti una reale ristrutturazione del sistema capitalista.

Nel caso della pandemia, le attenuanti spaziano dai tentativi espliciti di ottenere l’immunità collettiva agli sforzi di “appiattire la curva” per evitare il sovraccarico della sanità pubblica. Mentre si è tentato di vedere le restrizioni adottate come prova della volontà politica di condurre una repressione, in realtà, come sottolinea Andreas Malm, “l’apparente dinamicità dell’azione contro la pandemia è solo una farsa. Il contrasto tra la supervisione dei contagi e la remissività riguardo la questione climatica è mera illusione.”

Allo stesso tempo, i governi hanno fallito nel tentativo di coordinarsi e hanno riposto le speranze in soluzioni tecniche stile deus ex machina, sia per la pandemia che per l’emergenza climatica. C’è anche stata un’attenzione particolarmente ossessiva su “chi stava facendo meglio cosa”, un approccio di poco conto, considerando che si tratta di problemi globali, interconnessi e transnazionali.

SIAMO REALISTI! IMMUNITÀ COLLETTIVA E ADATTAMENTO CLIMATICO

Per comprendere i parallelismi tra cambiamento climatico e logiche di contenimento del virus, possiamo fare riferimento agli studi di Bjørn Lomborg, scettico dell’azione per il clima che argomenta contro i tentativi di limitare la crisi climatica al discorso economico, e dichiarato oppositore delle rigide misure adottate per contenere la pandemia. Per esempio, nel criticare uno studio pubblicato dal World Development, Lomborg ha sostenuto che: “ridurre le emissioni secondo gli Accordi di Parigi porterà a un aumento della povertà di circa il 4%”.

Questa tesi contro l’azione coordinata per il clima rispecchia le obiezioni di coloro che so oppongono ai lockdown per rallentare la pandemia a causa del danno che questi comportano per il sistema economico e, nello specifico, nella vita dei più vulnerabili. In realtà, la Great Barrington Declaration – una dichiarazione ampiamente divulgata agli inizi di ottobre, che sostiene il proposito dell’immunità di gregge –  dichiara che le misure di contenimento danneggiano in modo sproporzionato “la classe lavoratrice e i membri più giovani della società.”

Vale la pena ricordare che la dichiarazione fu firmata sulle premesse dell’American Institute for Economic Research – un gruppo di esperti liberali che ha anche minimizzato i pericoli del collasso ambientale.

Lomborg continua affermando che “l’umanità – inclusi i più poveri del mondo – starà molto meglio in uno scenario di “sviluppo energetico fossile” piuttosto che in uno sostenibile e a basso impatto di carbonio, sostenendo essenzialmente che dobbiamo semplicemente imparare a vivere con gli effetti contrari del cambiamento climatico.

Questo rispecchia l’idea di chi crede nell’attenuazione del coronavirus, come l’epidemiologo di stato svedese, Johan Giesecke, che ha scritto: “il nostro compito più importante non è quello di fermare la diffusione, che è quasi del tutto inutile, ma concentrarsi nel dare alle vittime le cure migliori.” E il professore di Stanfor, John Ioannidis, che ha sostenuto che i lockdown volti a ridurre la diffusione del virus, stanno “uccidendo le persone”.

In entrambe le crisi, i sostenitori della mitigazione non sbagliano nel dire che le risposte mal strutturate e reattive dei governi hanno avuto un impatto negativo sui poveri e i deboli, soprattutto a causa della reiterata incapacità di fornire un adeguato sostegno sociale insieme alle stesse misure; né sbagliano nel sostenere che l’azione per il clima e i lockdown per il Covid-19 spesso ignorano questa realtà e diventano forme di privilegio per le classi medio-alte della popolazione che non sono  toccate in modo particolarmente negativo dalle norme per il clima e dalle disposizioni che impongono lo smart-working.

Ciò che non riescono a riconoscere, comunque, è che anche i poveri del mondo soffrono in maniera sproporzionata a causa dell’inazione, e che senza un importante cambiamento strutturale, la oro sofferenza continuerà e si tramuterà in situazioni di crisi incalzante.

Le popolazioni ai margini ricevono il peggio da entrambi i mondi, sopportando il peso dell’afflizione e soffrendo gli effetti collaterali più acuti del trattamento. Questo si può chiaramente vedere nella risposta liberale del governo svedese alla pandemia, con un rischio di mortalità tre volte maggiore per i più poveri, che soffrono anche degli effetti della crisi economica più grave degli ultimi 40 anni. Da ciò, la nostra comprensione della crisi richiede un approccio intersezionale che ci renda consapevoli dei modi molteplici e sovrapposti nei quali coloro che sono ai margini sono svantaggiati.

Infine, la resistenza diffusa a una qualunque risposta alla crisi che presenti una sfida per lo status quo potrebbe essere considerata espressione di ciò che il teorico culturale Mark Fisher ha definito “realismo capitalista” – o la situazione in cui il capitalismo è rappresentato come l’unico sistema socio-economico realizzabile. Mentre il lavoro recente ha evidenziato il fatto che il realismo capitalista sta cominciando a “sfaldarsi”, fratturandosi potenzialmente in una nuova configurazione che Kai Heron ha definito “catastrofismo capitalista”, questo non preclude la esistenza – e anche l’intensificazione – di discorsi di realismo capitalista di fronte alla ovvia e crescente assurdità dell’affermazione che il capitalismo è in qualunque modo realistico.

Nel caso del Covid-19 e del cambiamento climatico, la logica dell’attenuazione esiste perché molte persone sono fondamentalmente incapaci di concettualizzare forme differenti di organizzazione socio-economica, che invece diventa necessaria quando ci troviamo di fronte a una catastrofe imminente. Mentre noi spesso attribuiamo questa mancanza di immaginazione al centro e alla destra, neanche la sinistra è immune, come reso evidente dal fatto che Jacobin Magazine ha ritenuto opportuno pubblicare un’intervista a Martin Kulldorff – uno dei firmatari della Great Barrington Declaration – in cui argomenta contro i lockdown.

In questo contesto, è più facile immagine la morte e la malattia di massa che non le alternative radicali al sistema capitalista. In quest’ottica, i sostenitori dell’attenuazione sono fermi sull’analisi dei costi e dei benefici basata sull’idea che la nostra attuale economia politica rimarrà necessariamente statica e immutata – un fallacia in tempi normali, dovuta alla natura dinamica delle strutture sociali, ma un grave errore di calcolo in periodi di drammatici e rapidi sconvolgimenti socio-economici causati dalla crisi.

Allo stesso tempo, sia il cambiamento climatico che il coronavirus hanno illuminato, in maniera netta, una incapacità diffusa di percepire e indirizzare una crisi  in corso, che è crescente e collettiva. Nella nostra posizione attuale sembriamo in sintonia con crisi isolate e statiche che esistono in un determinato luogo spazio-temporale. Sotto vari aspetti, somigliamo alla proverbiale rana che bolle lentamente nella pentola.

MOVIMENTO ACCELERATO

Forse, il lato positivo della crisi sanitaria è che ci ha permesso di sperimentare  risultati della logica della mitigazione a ritmi accelerati. Voci eminenti che hanno criticato gli approcci di soppressione della pandemia, come Johan Giesecke e il biofisico Premio Nobel, Michael Levitt, hanno fatto numerose previsioni pubbliche riguardo la conclusione spontanea della pandemia con un numero relativamente ridotto di morti – le quali si sono rivelate tutte drammaticamente errate. Piuttosto che ammettere i propri errori, questi sostenitori della mitigazione hanno continuato a insistere, scovando prove sempre più inconsistenti per cui l’immunità di gregge e il ritorno alla normalità sarebbero dietro l’angolo.

Il fallimento nel comprendere le dinamiche mortali del COVID-19 è dovuto a un’incomprensione di fondo relativa al funzionamento della società umana. Al posto di popolazioni interconnesse e reciprocamente interdipendenti, che affrontano un problema comune, loro vedono individui omologati – un caso emblematico di chi si perde nei dettagli. Questo permette loro di soffermarsi su fantasie disilluse, come gruppi a rischio “protetti” mentre il resto della popolazione raggiunge un’immunità collettiva – un suggerimento che non tiene conto del fatto che non vi è una possibilità concreta di separare i più fragili dalle società nelle quali noi tutti coabitiamo.

Come fossimo in movimento accelerato, la risposta al COVID-19 ci aiuta a vedere come i sostenitori della mitigazione intendono affrontare il movimento lento e incalzante della catastrofe climatica. Chi sostiene l’adattamento al cambiamento climatico, immagina un mondo semplicemnte più caldo e propone modi per adattarsi – e magari anche avvantaggiarsi – di questa condizione. Ciò che non comprendono è che questi cambiamenti drammatici, che noi stessi imponiamo al nostro ecosistema, produrranno punti di non ritorno irreversibili, alterando le condizioni di vita sul pianeta in modi che non possiamo realmente comprendere, ma che avranno conseguenze sicuramente devastanti.

Alla fine, colo che auspicano la mitigazione del Covid-19 e un adattamento al cambiamento climatico mancano di un’impostazione mentale funzionale – vedono il mondo come una serie di semplici relazioni individuali, piuttosto che come ecosistemi integrati complessi con caratteristiche emergenti. Con la diffusione del virus, la loro incapacità di comprendere il danno irreparabile che la malattia e la morte infligge sulle società e le economie ha avuto conseguenze devastanti. In quest’ottica, con una prospettiva anche peggiore rispetto al clima, sarebbe saggio non dare loro alcun credito.

Al contrario, dovremmo guardare a soluzioni “radicali”, come il movimento di decrescita, il Green New Deal, o assimilare altri scenari post-capitalisti attualmente emergenti, ognuno dei quali comprende la gravità della situazione e la necessità di un’azione coordinata, collettiva e solidale per affrontare la catastrofe imminente. Come ha scritto Malm: “Essere ‘radicale’, dopotutto, significa andare alla radice dei problemi; essere radicale in uno stato costante di emergenza significa andare alle radici ecologiche dei disastri perpetui.”

VACCINIAMO IL FUTURO

Quali sono le reali possibilità che l’umanità ha di attuare questo cambiamento radicale e necessario? Se guardiamo la risposta globale al Covid-19 come un microcosmo accelerato e come sintomo della crisi climatica, la prognosi è cupa.

Il fatto che alcuni paesi abbiano con successo soppresso il virus è la dimostrazione che un’azione concertata, coordinata e collettiva è possibile, ma che si tratta di un’eccezione. Trattare simili emergenze sanitarie o sfide più ampie come quella climatica, richiede solidarietà globale e mobilitazione di massa, entrambe assenti al momento. In realtà, la pandemia ha generato sospetti e competizioni nazionalistiche, che si sono poi manifestate in tensioni geopolitiche crescenti e violenza razzista contro gli asiatici nel mondo.

L’eventualità di condurre un’azione collettiva è stata ostacolata dalla narrazione pervasiva per cui qualunque restrizione della libertà individuale nell’interesse del bene comune è uno passo verso l’autoritarismo. Mentre i regimi dall’Ungheria alla Cina hanno sfruttato la pandemia per rafforzare il controllo sociale e sviluppare nuove tecnologie di sorveglianza, dovrebbe essere ovvio che la mobilitazione collettiva per sopprimere le crisi può essere per sua natura solidale piuttosto che autoritaria. Sfortunatamente, durante la pandemia le discussioni relative ai diritti umani sono state ridotte a pochi diritti individuali, piuttosto che a quelli delle popolazioni vulnerabili, esposte costantemente al contagio.

La nascita di un potenziale deus ex machina per il Covid-19, nella forma di vaccino, ha anche risvolti sul modo in cui l’emergenza viene percepita. Mentre lo sviluppo veloce di un certo numero di vaccini è un’ottima notizia, rischia di rafforzare l’idea che la crescente condizione di crisi possa essere “curata” dalla tecnologia.

Questa è la storia che i sostenitori della mitigazione ci vogliono far credere ed è la narrativa di base  che è assolutamente irrealistica, e è anche dannoso per l’umanità scivolare in una organizzazione socio-economica collettiva basata sulla solidarietà. Al contrario, ci incitano a intensificare il nostro coinvolgimento in un capitalismo distruttivo per rendere possibile il successivo progresso tecnologico. Questo approccio si avvicina alla filastrocca della vecchia signora che ingoiò un ragno per catturare una mosca – che termina con il verso “è morta, ovviamente” – e non riesce a comprendere la natura molto più complessa della distruzione ambientale.

La dura realtà è che curare i sintomi non aiuterà a trattare le cause del malessere, né potrà cambiare il corso della storia. Non c’è vaccino imminente che possa bloccare il collasso ambientale. La nostra unica speranza è dar sfogo all’immaginazione collettiva e costruire un movimento globale di massa che sia in grado di facilitare un’azione solidale e coordinata nell’interesse del bene pubblico.


Nicholas Loubere

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Nicholas Loubere è professore associato di China Studies presso l’Università di Lund, in Svezia. La sua ricerca esamina lo sviluppo rurale e il microcredito nella Cina contemporanea e la migrazione cinese all’estero per l’estrazione di risorse. È il co-redattore capo di Made In China Journal.


Fonte RoarMag, 18 dicembre 2020

Traduzione di Benedetta Pisani per il Centro Studi Sereno Regis