Comunicare la transizione ecologica

print

Autrice
Elisa Mondino


Riflessioni virali #6 Comunicare la transizione ecologica. Ospiti: Osman Arrobbio e Alessandro Sciullo

comunicare la transizione ecologica

Il 16 dicembre si è chiuso il ciclo di incontri Riflessioni virali – Comunicare la transizione ecologica, organizzato dall’Unesco Chair Torino, in cui si discute di sostenibilità ambientale. In quest’ultimo appuntamento sono intervenuti Osman Arrobbio e Alessandro Sciullo, ricercatori in Sociologia presso il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università degli Studi di Torino. 

Con loro si discute di transizione energetica. Come posizionare il tema della transizione energetica nell’argomento più ampio della transizione ecologia

I due temi sono strettamente collegati. In primo luogo, Arrobbio chiarisce che per transizione energetica si intende il passaggio da un sistema di produzione di energia ad un altro. Nella storia si sono susseguite diverse transizioni. Per partire da molto lontano, troviamo il passaggio dall’energia muscolare umana a quella animale, specialmente in ambito agricolo; il passaggio all’energia idraulica ed eolica; poi ancora, all’utilizzo del legname, fino ad arrivare alla transizione verso le fonti non rinnovabili, come il petrolio, carbone, gas naturale e nucleare. Ma la transizione che ci interessa oggi è quella a fonti di energia rinnovabili. 

Oggi, in quasi tutti i Paesi, i fabbisogni energetici, in particolare di riscaldamento, mobilità ed elettricità, sono soddisfatti principalmente da fonti non rinnovabili. Queste hanno infatti il peso maggiore nel mix energetico, mentre le fonti rinnovabili ricoprono una percentuale ridotta. Ad esempio, in Italia, nel 2018, l’energia da fonti rinnovabili ammontava solamente al 19%.  La transizione energetica, come la definisce Sciullo, si è resa “necessaria, obbligatoria ed urgente” per fare in modo che il trend di riscaldamento globale sia quantomeno rallentato.
La sfida che ci viene posta è multidisciplinare e multiscalare: non è solo tecnologica, ma anche sociale; tocca tutti i livelli di decisione, dall’individuale al collettivo. Insomma è un cambio radicale di paradigma. 

Allora, in che cosa consiste questo cambio paradigmatico? Arrobbio identifica le tre principali linee d’azione: aumentare la quota di energia rinnovabile nel mix energetico; aumentare l’efficienza energetica e contenere la domanda di beni e servizi. Tuttavia, come fa notare Sciullo, la transizione energetica comporta anche un cambiamento del modello organizzativo. “Quale che sia il combustibile, per come funziona il sistema oggi, poche centrali che distribuiscono l’energia a tutto il territorio. Su questa struttura, si basa una sovrastruttura altrettanto centralizzata di conoscenza e di potere.”

La conseguenza è la creazione di disuguaglianze tra un centro e molte periferie. Al contrario, le fonti rinnovabili sono per loro natura distribuite e utilizzabili laddove esse si trovano sul territorio. La decentralizzazione del modello energetico comporta sicuramente alcune difficoltà organizzative, ma anche nuove possibilità di democratizzazione dell’energia. Il sistema energetico centralizzato e orientato al mercato, così com’è oggi, crea delle aree di esclusione, come il fenomeno della povertà energetica, alle quali non è adeguato a rispondere. Un sistema basato su fonti rinnovabili ha la potenzialità di porre maggiore attenzione sui problemi sociali connessi all’energia.

La complessità sociale di questa transizione energetica rende necessario l’intervento di nuove figure professionali. Non solo i tecnici quindi, ma anche gli scienziati sociali, come sociologi ed antropologi, sono necessari per creare una transizione inclusiva. Le loro capacità di lettura e di identificazione dei bisogni della società civile consentono un suo maggiore coinvolgimento nei processi decisionali; offrono una possibilità di riscatto ai cittadini, che da consumatori, diventano parte proattiva nella transizione.

In quest’ambito, Arrobbio introduce il tema delle comunità energetiche, in cui cittadini o altri enti di associano per produrre energia e per scambiarsela a seconda dei propri bisogni. Con le parole di Arrobbio, “una comunità energetica è un progetto finalizzato ad una maggiore integrazione e coinvolgimento all’interno del sistema di produzione dell’energia (…) Inoltre rappresenta uno strumento di sviluppo delle energie rinnovabili, di miglioramento della partecipazione e di creazione di rete”. 

La direttiva europea RED II del 2018, che finalmente consente la creazione di comunità energetiche, dev’essere recepita entro giugno 2021. Da lì inizierà la fase dell’effettiva implementazione. Sciullo ci tiene a sottolineare che questo è un aspetto importante della transizione energetica. Infatti, perché la transizione sia un successo è necessario che alla fase di progettazione e decisione, succeda una fase pratica, ricca di strumenti di implementazione, che al momento è carente in molti processi di policy ambientale. Parte del problema è l’ottica temporale su cui vengono pensate alcune di queste politiche. Soprattutto in materia ambientale, non si può e non si deve pensare in un’ottica di breve periodo al fine di una ri-elezione politica. 

La transizione energetica è ormai una necessità. Per far si che dia i risultati sperati, però, bisogna coinvolgere una pluralità di attori, da tecnici esperti e scienziati sociali, fino alla società civile. La soluzione, quindi, non è la creazione di una tecnocrazia, ma di un sistema che sia capace di recepire i bisogni di tutti, anche dei più vulnerabili e che sia all’altezza di affrontare la sfida con decisione e lungimiranza. Per concludere con le parole di Sciullo: “Se dobbiamo affrontare un problema epocale, bisogna mettere in pratica politiche che abbiano effetti epocali”.