Definire la violenza di genere: codici giuridici e linguaggio inclusivo | Lucilla Chiesa e Luisa Ruffa

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Il tema della violenza di genere affrontato a partire da una prospettiva interdisciplinare, dalle leggi al linguaggio.

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La violenza di genere dal codice Rocco al codice Rosso viene pubblicato per la prima volta dall’editore Giappichelli di Torino nel 2020 per merito di Barbara Pezzini e Anna Lorenzetti, entrambe docenti al Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Bergamo.

Si tratta di un testo che mira a sensibilizzare il lettore sul tema della violenza di genere a partire da una prospettiva interdisciplinare. Le stesse autrici dichiarano infatti di aver notato come tale prospettiva mancasse alla maggior parte dei libri di ricerca dedicati al tema. Quando si parla di violenza di genere, si registra una comune tendenza a focalizzarsi su un ambito preciso: la violenza nel mondo del lavoro, la violenza domestica, la violenza verbale. Scopo principale di questo libro è quello di fornire una chiave di lettura di portata più ampia, che stimoli i lettori a comprendere come la violenza di genere sia in grado di insediarsi in più ambiti e come questi siano tra di loro interconnessi.

Alla stesura hanno quindi partecipato diverse figure professionali, al fine di raggiungere un approccio critico in contesti di formazione differenti.

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A partire da una riflessione sulla Convenzione di Istanbul del 2011 (Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica) le diverse giuriste, insieme alle associazioni che si occupano di diritto di famiglia, hanno manifestato la necessità di allargare gli orizzonti oltre il solo spazio del diritto penale.

La convenzione si concentra particolarmente sul concetto di uguaglianza, sebbene stabilire cosa si intenda con questa non risulti così facile come si potrebbe pensare. È fondamentale chiedersi in che modo i differenti stati dell’Unione siano arrivati a parlarne e come siano riusciti ad introdurla nel discorso costituzionale. Il caso italiano ci mostra come sia stata proprio l’ottica di genere ad introdurre il tema dell’uguaglianza nella costituzione.

La costituzione italiana nasce infatti con la promessa di un suffragio universale, aperto quindi per la prima volta alle donne. Questo significativo momento storico non si limita a concedere alla popolazione femminile il diritto al voto, ma permette alle donne di manifestarsi sulla scena pubblica come soggetti politici. Il concetto di uguaglianza assume quindi un significato più profondo: non si tratta semplicemente di condividere con la popolazione maschile dei diritti e degli spazi, ma di crearne di propri.

La formazione di donne come soggetti storici e politici mette in discussione le antiche relazioni di genere, intese come la costruzione sociale del privilegio maschile a discapito della popolazione femminile. La presunta inferiorità a cui la donna è soggetta si manifesta non solo attraverso mancanze della legge, ma piuttosto tramite condotte, comportamenti e manifestazione dei propri sentimenti. Se agli uomini viene concesso di occupare la scena pubblica con atti di eroismo e manifestazioni di rabbia; al genere femminile vengono riservati ruoli passivi e di poco conto.

Ed è a causa di certe strutture tradizionali della società patriarcale che si perpetuano le varie forme di subordinazione delle donne, impermeabili agli interventi legali.

Ed è per questo che le autrici ritengono fondamentale adottare una prospettiva a tutto tondo, perché tutte le varie forme di violenza di genere (tra cui omofobia, transfobia e qualsiasi altra violazione dei diritti LGBTQI+) sono riconducibili ad un solo grande problema: l’essenzializzazione del maschio e la costruzione del sistema patriarcale.

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Foto di Diana ERíos da Pixabay

È difficile tutt’oggi comprendere a che cosa davvero ci si riferisca quando si parla di violenza di genere, spesso il discorso pubblico tende ad assimilarla alla violenza domestica. Il Codice Rosso, legge del 2019 a tutela delle donne e dei soggetti che subiscono violenza, è intervenuto nel definire quali siano i vari fenomeni identificabili come violenza di genere. Il femminicidio, a cui si fa spesso riferimento, è soltanto il più eclatante e visibile atto di subordinazione femminile. Tuttavia, la violenza si esprime costantemente in forma simbolica, verbale e visiva. Ne sono un esempio le campagne pubblicitarie che strumentalizzano il corpo femminile, le testate giornalistiche che colpevolizzano le donne che subiscono aggressioni, i modi di dire e i proverbi che si riferiscono alle donne con toni dispregiativi, spesso ancora prima che vengano al mondo. Basti pensare a tutte le credenze popolari rispetto alla maternità, secondo cui, ad esempio, una madre che affronta una gravidanza difficile darà alla luce una bambina, o il classico augurio alle coppie appena sposate di concepire figli maschi. Queste forme di violenza hanno carattere sociale e possono essere trattate solo come tali, dal momento che non superano la soglia necessaria per rientrare nei casi affrontati dal codice penale.

Lo studio di ricerca condotto dalle autrici del libro sembra rilevare che in alcuni casi siano gli stessi centri antiviolenza a non essere in grado di trattare certi fenomeni correttamente. Le violenze domestiche compiute all’interno di una coppia omosessuale, ad esempio, tendono a non essere considerate con la stessa serietà che si riserva alla violenza di un uomo su una donna. Eppure, una donna che picchia la propria compagna sta replicando lo stesso schema patriarcale che le associazioni femministe si propongono di combattere. Ed ancora, le donne transessuali spesso non vengono aiutate con la stessa sensibilità ed accuratezza con cui si aiutano le donne cisgender, a causa di un pregiudizio che spesso gli stessi operatori sociali non riescono a superare.

Il discorso sembra farsi ancora più complesso per quelle donne che rientrano in minoranze discriminate (donne disabili, minoranze etniche) spesso totalmente abbandonate a se stesse dalle associazioni e dallo stato che reputano più urgenti altre cause. Ne sono un esempio tutte le donne e le bambine abbandonate all’interno di centri di accoglienza in mezzo a uomini che abusano di loro.

Il codice penale non reputa di doversi occupare di determinati problemi che tendono ad essere classificati come crimini legati a determinati ambiti sociali. Un furto ai danni di una prostituta, ad esempio, viene considerato un crimine verificatosi all’interno dell’ambito della prostituzione, quasi considerata una realtà esterna. La questione non viene trattata, in un’ottica più generale, come un problema di insicurezza e vulnerabilità che le donne devono affrontare nelle città.

Da questa analisi si può facilmente capire per quale motivo le autrici abbiano deciso di affrontare il tema della violenza di genere con uno sguardo interattivo ed interdisciplinare, a ricordarci che lottare contro la mascolinità tossica significa far luce su tutte quelle forme di discriminazione tra loro intrecciate e ugualmente dannose.

Tra le forme di discriminazione più spesso sottovalutate vi si trovano sicuramente quelle presenti nel linguaggio. Il 25 novembre l’Università di Torino ha organizzato una conferenza dall’eloquente titolo “La lingua batte dove il dente duole”, con l’obiettivo di discutere e portare alla luce questi fenomeni. Le lotte per un linguaggio inclusivo sono spesso etichettate come superflue e meno importanti, come se le parole che usiamo quotidianamente non fossero in qualche modo in grado di generare un cambiamento a livello sociale. Il linguaggio è, invece, espressione di elementi viventi e pervasivi delle nostre società e nel costruire immagini e significati esprimiamo inevitabilmente identità e ruoli. Se vogliamo che questi corrispondano ad una cultura inclusiva, è più che mai necessario intervenire anche nel luogo del simbolico. È proprio qui che, più spesso, si annida la violenza che sfugge alla legge.

La filosofa femminista Judith Butler, infatti, definisce il linguaggio, e la nominazione, come definizione di un confine e reiterazione di una norma. Non ridefinire il linguaggio, in questo senso, significa quindi accettare i confini esistenti e di fatto perpetuare la struttura sociale patriarcale. Il fatto che alcune persone non percepiscano come problematico l’utilizzo sistematico del maschile estensivo o di forme che non riconoscano tutti corpi e tutte le identità, non significa quindi che questo non si rifletta in maniera sostanziale e concreta sulla vita di tante altre.

Nelle strategie comunicative che giornali e media utilizzano è spesso evidente come il linguaggio utilizzato veicoli valori e significati sessisti. È così che si manifestano le asimmetrie semantiche, per cui un maestro è più spesso un mentore degno di stima mentre una maestra è sempre un’insegnante di scuola, e allo stesso modo un segretario lo è di un partito, mentre una segretaria no. A seconda dei contesti, perciò, la nostra lingua ci suggerisce che le donne siano legate a certi contesti, mentre gli uomini ad altri. Altre asimmetrie di questo genere si manifestano in ambito discorsivo, dove il ruolo femminile viene sistematicamente sminuito attraverso un contesto fuorviante.

È per questa ragione che ci può capitare di leggere della “Mamma Nobel per la fisica” o delle “astronaute in passeggiata nello spazio”. O al contrario, capita che il maschile neutro venga utilizzato anche nella definizione di ruoli incarnati da donne, come il premio consegnato al “Capitano Cristoforetti”. Spesso, insomma, il femminile viene o meno utilizzato a seconda dei contesti. Per non parlare poi delle narrazioni che riguardano la descrizione degli episodi di violenza che riguardano le donne, colpevolizzate e umiliate dalle retoriche del “se l’è cercata” o dell’umanizzazione degli aggressori.

Un mondo che viene estensivamente spiegato in maniera che le donne, e tutte le identità altre, non vengano riconosciute e risultino spesso relegate a ruoli sottomessi, non può far altro che rinforzare le idee stereotipate e violente che veicolano, e la resistenza che viene mostrata nel cambiare queste abitudini linguistiche dimostra ancora una volta la volontà di impedire un cambiamento che vada in un’altra direzione.

Gli interventi possibili partono perciò necessariamente da una volontà che dev’essere esplicita e determinante di comunicare in maniera corretta, oltre che da una consapevolezza della pluralità che il nostro mondo oggi deve riconoscere. Per fare ciò, è sufficiente utilizzare strumenti linguistici già esistenti e utilizzati in molti contesti, seppur ancora marginali.

Lo spazio del discorso non è uno spazio puramente simbolico, ma politico, e come tale va abitato e rivendicato come luogo dove esigere i nostri diritti, uno spazio, dunque, dialettico con i cambiamenti socio-culturali della nostra epoca.