Ricordo di Lidia Menapace | Enrico Peyretti

Lidia Menapace

Lidia Menapace è morta di covid il 7 dicembre, a 96 anni. Un gruppo di amiche e di amici l’ha seguita nei giorni della malattia in un collegamento online, che hanno chiamato “cordata di amore”, per mandare a Lidia la forza dell’unione profonda con chi l’ha seguita, ammirata, amata.

Lidia Menapace e’ nata a Novara nel 1924, partecipa alla Resistenza come staffetta nella Val d’Ossola, e’ poi impegnata nel movimento cattolico, pubblica amministratrice, docente universitaria, fondatrice del “Manifesto”; è tra le voci più significative della cultura delle donne e dei movimenti della società civile. Nelle elezioni politiche del 9-10 aprile 2006 è stata eletta senatrice. La maggior parte degli scritti e degli interventi di Lidia Menapace e’ dispersa in quotidiani e riviste, atti di convegni, volumi di autori vari; tra i suoi libri cfr. Il futurismo. Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968; L’ermetismo. Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968; (a cura di), Per un movimento politico di liberazione della donna, Bertani, Verona 1973; La Democrazia Cristiana, Mazzotta, Milano 1974; Economia politica della differenza sessuale, Felina, Roma 1987; (a cura di, ed in collaborazione con Chiara Ingrao), Ne’ indifesa ne’ in divisa, Sinistra indipendente, Roma 1988; Il papa chiede perdono: le donne glielo accorderanno?, Il dito e la luna, Milano 2000; Resiste’, Il dito e la luna, Milano 2001; AA. VV., Nonviolenza, Fazi, Roma 2004]

Una vita degna e ammirevole, come quella di Lidia, ora si è compiuta. La piangiamo, ma non l’abbiamo perduta. Le abbiamo voluto bene. Dentro il suo ruolo pubblico, culturale, politico, c’è stata sempre la sua persona vivissima, costruttrice di relazioni vive, di amicizie calde e cordiali, di cammini coraggiosi, di pensiero originale di pace, di libertà e giustizia, nella fraternità, nella intensità spirituale. Nel dolore, siamo grati a Lidia, allo Spirito che l’ha animata di una vita che non muore.

In particolare, abbiamo ricevuto da lei uno speciale contributo, derivato dalla sua esperienza nella Resistenza, e dalla sua riflessione, a riconoscere e valorizzare i metodi della resistenza alla violenza senza imitare la violenza. 

Per chi vuole conoscere il suo pensiero, nutrito dall’esperienza reale della Resistenza, sulla nonviolenza e la pace, segnaliamo alcune letture.

La prima è il suo contributo nel convegno di Roma, novembre 1994 su La Resistenza nonarmata, pubblicato nel libro con lo stesso titolo a cura di G. Giannini, Ed. Sinnos, Roma 1995. In esso Lidia racconta di avere partecipato alla Resistenza senza mai portare armi: «Ero certa che non avrei mai potuto uccidere nessuno».  «Non ero disposta a portare armi e mai nessuno mi forzò a farlo, né me lo impose o suggerì».  «Il fatto che nelle formazioni si discutesse fa vedere che la Resistenza non era un movimento militare bensì politico» (nel libro citato, p. 104).

Un’altra lettura è il suo libro Resisté (Il dito e la luna, Milano 2001, pp. 90). Lidia racconta, in base alla propria esperienza partigiana, che nella Resistenza si poteva fare obiezione di coscienza all’uso delle armi, insomma che la vicenda fu molto più ricca di quanto la tradizione della storiografia italiana (inizialmente molto politico-militare e poco sociale e popolare) ci abbia trasmesso.

Una più ampia lettura che proponiamo qui sono alcuni scritti di Lidia sulla proposta di neutralità dell’Europa, del 2003, ripubblicati da “La nonviolenza è in cammino” nel 2006. Sono scritti di ampio notevole respiro storico, civile, morale, nonviolento.

Lidia Menapace  – Scritti del 2003 su una Europa neutrale

– I –

LIDIA MENAPACE: PER UN’EUROPA DI PACE, NEUTRALE, DISARMATA, NONVIOLENTA
 Da “La nonviolenza e’ in cammino” n. 671, settembre 2003. Da “Nonviolenza femminile plurale” n.  76 del 10 agosto 2006; [email protected]). Arretrati in: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/maillist.html
 
 Ho sempre avuto grande preoccupazione a proposito del futuro militare europeo e sulla cancellazione di fatto dell’art.11 della nostra Costituzione, dato che la Convenzione presieduta da Giscard d’Estaing non si poteva affatto considerare un soggetto neppure lontanamente affidabile sul diritto alla pace.
 Del resto neppure Prodi, pur da ascoltare quando critica le forme non
 federali e le procedure oligarchiche del trattato costituzionale europeo,
 quando si passa alla politica estera e militare sostiene che l’Europa deve
 avere un esercito e che promuovere la pace si fa anche con le armi: non si
 sa dove stiano questi potenti signori, del tutto alienati dal loro potere:
 ma se provassero ad aprire gli occhi e guardassero il Medio Oriente
 vedrebbero subito che le armi generano solo risposte violente e senza fine
 vanno alla distruzione.
 D’altra parte non posso credere che se la futura costituzione europea dice
 una cosa, uno degli stati federati puo’ deciderne un’altra, non per
 l’appunto sulle questioni ex-nazionali delegate: lo si vede gia’ per le
 materie economiche. A questo punto si aggiunge un’altra preoccupazione e
 cioe’ che la delegazione italiana non tiene in nessun conto gli accordi
 unanimi sulla difesa e intangibilita’ dei primi 11 articoli della nostra
 Costituzione: non hanno nemmeno provato a difendere il primato del lavoro
 rispetto al mercato ne’ a far accettare un qualche rifiuto della guerra.
 Come si sa la pace viene indicata come un obiettivo da promuovere, cioe’ una
 buona intenzione, il ripudio della guerra e’ scomparso e non risulta che
 nessuno del nostro paese abbia mosso un dito in proposito.
 *
 Se le cose stanno pressappoco cosi’, che cosa si puo’ fare?
 Certamente continuare a volere la pace e ad agire per conservarla preservarla promuoverla ecc.: ma il movimento che si e’ risvegliato in questi ultimi anni e’ molto legato anche ai risultati e non disposto solo ai no, che pure si debbono dire.
 Mi sono chiesta percio’ se nella storia europea vi fossero radici antimilitariste e le ho trovate nella tradizione del movimento delle donne fin dal suffragismo, e del movimento operaio fin da prima della prima guerra mondiale.
 La prima guerra mondiale  fu un terribile esame e prova di forza, che fu
 vinta dai militaristi e spacco’ in due il movimento operaio, il femminismo
 fu sfiorato solo in piccola parte, e anche il papa Benedetto XV rimase quasi
 solo, mentre le Chiese in generale furono sostenitrici dei vari eserciti.
 Il movimento operaio subi’ allora il suo piu’ cocente e non rimediato
 insuccesso, quando  – come disse Rosa Luxemburg – si dovettero vedere i due
 piu’ organizzati proletariati d’Europa, quello tedesco e quello francese,
 “travestiti da militari spararsi addosso agli ordini delle rispettive borghesie nazionali”: fu persa l’anima internazionalista e le classi operaie furono “arruolate” al nazionalismo: basta ricordare che Mussolini fu interventista e Matteotti no.
 La tradizione antimilitarista neutralista e pacifista del movimento operaio
 si attenuo’ e ottenebro’ nel fascismo e nel nazionalsocialismo e anche – benche’ meno – nel “socialismo in un paese solo”; e la tragica protesta di papa Benedetto XV che defini’ la guerra “una inutile strage” resto’ senza seguito fino alla “Pacem in terris” di papa Giovanni.
 *
 Ma bisogna comunque ricordare che il movimento operaio e quello delle donne
 non chiesero mai, mai provocarono o dichiararono guerre. Furono per lo piu’ neutralisti. E per ragioni profonde: prima di tutto dunque non e’ giusto esprimere
 opinioni superficiali dicendo che essere neutrali significa fregarsene di
 tutto e tutti: essere neutrali significa invece prendere posizione e agire
 nelle varie situazioni in tutti i modi tranne che con le armi.
 La Svezia, che e’ un paese neutrale (in Europa sono quattro: Svizzera,
 Svezia, Finlandia e Austria, e bisognera’ pur avere un’opinione su di loro,
 e qualche proposta), ad esempio, ospito’ circa diecimila disertori e renitenti Usa durante la guerra nel Vietnam; e uno degli ispettori delle Nazioni Unite che non trovarono le armi di distruzione di massa in Iraq e’ svedese.
 I paesi neutrali fanno spesso parte di operazioni diplomatiche e alle Nazioni Unite gioverebbe molto averne a disposizione molti e autorevoli.
 *
 Ma dunque, oltre ad essere una componente importante della tradizione operaia e femminista, che cosa e’ la neutralita’ da un punto di vista giuridico?
 E’ la posizione di un soggetto politico (uno stato) che dichiara di rinunciare per se’ all’uso della guerra, e di vincolarsi nei confronti della comunita’ internazionale a non fare politiche aggressive che possono sfociare nel conflitto armato, e di consentire alla comunita’ intrernazionale di intervenire nei propri  confronti in caso di violazione
 degli impegni presi con censure, rottura di relazioni diplomatiche o commerciali, embargo ecc.
 A sua volta il territorio neutrale non ospita basi militari di nessuno, non consente passaggio di truppe a terra ne’ di aerei. All’inizio della guerra in Iraq infatti la piccola Austria non ebbe bisogno di far niente per non dare il passaggio alle truppe, treni e aerei Nato e Usa diretti magari verso Camp Derby: le  basto’ far presente che e’ uno stato neutrale, e al Brennero non arrivo’ nemmeno un fucilino di latta.
 *
 Si dira’: ma i paesi neutrali hanno pure un esercito: certamente. E sono subito con chi presenta progetti in forma di legge costituzionale per il disarmo totale unilaterale  e l’abolizione degli eserciti. Ma se non ci si impegna a questo livello (e non mi consta che vi siano proposte di questo tipo) con lotte tenaci e ben organizzate, con la formazione di una cultura politica radicalmente nonviolenta fino al diritto di recessione da qualsiasi spesa militare, insomma se non si chiede direttamente l’abolizione degli eserciti, la proposta della neutralita’ e’ la piu’ equilibrata, realistica, moderata, gestibile sul piano del diritto internazionale e compatibile con una riconversione dell’economia di guerra in economia di pace.
 Nella proposta di neutralita’ attiva che la “Convenzione permanente di donne
 contro le guerre” avanza per l’Europa diciamo anche che le risorse sottratte
 agli eserciti possono e debbono essere usate per programmi continentali di
 protezione civile, quantomai necessari dati i mutamenti del clima, di servizio civile dati i problemi di inserimento sociale ed economico delle giovani generazioni, e di addestramento generale alla  difesa popolare nonviolenta.
 Si possono anche prendere in considerazione le politiche militari dei paesi
 neutrali e collocarsi al piano piu’ basso a scendere, fino all’estinzione processuale degli eserciti.
 *
 Persino la Svizzera che e’ armata fino ai denti e ha una popolazione che puo’ essere richiamata per difendere il territorio invaso in ogni momento e che si addestra alla difesa di ponti strade ecc per tutta la vita e ha a domicilio armi munizioni e vettovaglie per i casi di invasione (peraltro mai verificatisi in un numero ormai rilevantissimo di secoli) esclude qualsiasi ordigno nucleare, poiche’ sostiene giustamente che non si puo’ gabellare per “difensiva” l’atomica.
 E’ un buon precedente per rifiutare in Italia il bombardiere atomico europeo
 Eurofighter, che viene fatto passare per “difensivo”, e per ospitare il quale si sono fatte a Grosseto piste allungate, abbattendo una scuola materna (un fatto altamente simbolico della gerarchia delle priorita’).
 Insomma se invece di fare risatine e scuotimenti di capo, si interloquisse sulla proposta ne verrebbero conseguenze importanti e il discorso pacifista uscirebbe da molte genericita’.
 Una Europa neutrale – ho appena bisogno di dirlo – sarebbe proprio cio’ che serve alle Nazioni Unite per tornare ad essere una difesa del diritto e non succube della violenza militarista.

– II –
 LIDIA MENAPACE: ANCORA TRE NOTE SULLA PROPOSTA DELL’EUROPA NEUTRALE E ATTIVA, COSTRUTTRICE DI PACE CON MEZZI DI PACE
 Da “La nonviolenza e’ in cammino” n. 683, settembre 2003
 
 Vorrei in primo luogo che nella riflessione non si dimenticasse sempre di citare l’esperienza del movimento delle donne, che in verita’ non ha mai ne’ teorizzato ne’ praticato forme di violenza, mai invocato o sostenuto guerre, si e’ sempre lacerato in momenti di conflitto armato dei quali le donne sono vittime piu’ di chiunque, ultimi i casi delle donne di Belgrado e della Bosnia, per tacere del Ruanda ecc.ecc.
 Le Donne in nero hanno inventato e praticato “Visitare i luoghi diifficili” e messo in atto molte iniziative di interposizione in Palestina.
 Gandhi riconosceva il debito che aveva verso le suffragiste inglesi. Dover sempre chiedere di essere chiamate col proprio nome e’ doloroso: la cancellazione e’ una forma molto forte di violenza, un genocidio simbolico e finisce per diventare i forse dieci milioni di bambine cinesi prive di qualsiasi diritto perche’ non vengono iscritte all’anagrafe. Il movimento delle donne non si  confonde con nessun partito, non ha mai ceduto la rappresentanza.
 *
 E quando dico movimento operaio intendo movimento operaio, magari nelle sue
 forme sindacali o associative o mutualistiche, o ricreative come le case del
 popolo ecc. I partiti che ne hanno spesso usurpato la rappresentanza non mi interessano e non mi riferisco a loro.
 E’ vero che la sinistra ha fatto un mucchio di errori, molti dei quali dipendenti dal non aver proseguito l’iniziale cammino internazionalista e neutralista  ed essersi adeguata alla “funzione nazionale della classe operaia” ecc.
 *
 Cio’ che chiedo e’ un confronto su come si possa efficacemente intervenire nel dibattito e poi nelle decisioni a proposito del “Trattato costituzionale europeo” che forse avra’ una prima approvazione entro l’anno, per non ripetere gli errori di omissione che ci hanno portato in casa Maastricht Nizza Schengen ecc.
 Nel testo che chiamero’ per brevita’ giscardiano la sinistra italiana non c’e’ perche’ e’ stato fatto dai governi, non dai parlamenti: per l’Italia il rappresentante era Fini, che non solo non ha  tenuto conto dell ‘art. 11 della Costituzione italiana, ma ha lasciato che al posto del lavoro sia messo il mercato ecc. ecc.: insomma i primi 11 articoli della Costituzione che un patto parlamentare solenne ha definito intangibili sono stati
 bypassati dal trattato costituzionale e di fatto cancellati. Nella bozza del Trattato la pace e’ “da promuovere”, non non e’ un diritto e per promuoverla si usano anche le armi.
 *
 La proposta di neutralita’ attiva ha il pregio di avere una base di diritto internazionale (e io sono per praticare per quanto possibile la ricomposizione  del diritto internazionale e il sostegno alle Nazioni Unite) e quattro precedenti sul territorio europeo, cioe’ Svizzera, Svezia, Finlandia e Austria, mentre il transarmo non e’ un diritto, ma una proposta politica che quindi dipende dalle maggioranze.
 Sono da sempre favorevole a tutti i disarmi, unilaterali ecc., ma bisogna vedere se il testo della Costituzione europea consentira’ di praticarli. In piu’ il transarmo deve essere concordato coi militari e io preferirei accordarmi coi movimenti non militaristi, neutralisti, nonviolenti e pacifisti prima che coi militari e il loro potere fortissimo (il famoso “complesso militare-industriale-scientifico” e adesso anche culturale e mediatico).
 Marx diceva che e’ bene per quanto possibile ancorare nel diritto le conquiste politiche ottenute ben sapendo che esse pure dipendono dai rapporti di forza: tuttavia un ostacolo giuridico e’ piu’ difficile da scavalcare che una proposta politica, come si vede anche dal tema delle pensioni: se i sindacati non potessero appellarsi a diritti sanciti, nel gestire il conflitto sociale staremmo tutti e tutte ben peggio.

– III –

LIDIA MENAPACE: ANCORA PER L’EUROPA NEUTRALE E ATTIVA, DISARMATA, SMILITARIZZATA E NONVIOLENTA
 Da “La nonviolenza e’ in cammino” n. 684, settembre 2003
 
 Cominciamo ad elencare le proposte sulle quali siamo d’accordo: cio’ e’ bene dal punto di vista del metodo, sgombra la mente da parole contrapposte, mette via una serie di faccende gia’ viste oppure ne riparla per andare avanti, non solo per dirle.
 Dunque siamo d’accordo sulla Difesa popolare nonviolenta: anche la Convenzione di Donne contro la guerra propone un diffuso addestramento di difesa popolare nonviolenta a livello europeo, anche come strumento utile per la riconversione di spese militari in spese civili ecc. Lo stesso scopo ha la proposta di un progetto di protezione civile europea che pure serve date le vicende climatiche e pure sottrae molti mezzi alle spese militari (noi proponiamo che la riconversione delle spese militari sia appunto destinata a finanziare difesa popolare nonviolenta, protezione civile e servizio civile in modo da non lasciare senza risposta i lavoratori e le
 lavoratrici delle fabbriche di armi ecc.). Fino a qui va bene? basta solo che chi cita difesa popolare nonviolenta, protezione civile, servizio civile, non dimentichi di citare tra i soggetti favorevoli la Convenzione di donne contro le guerre. Noi naturalmente ci ricordiamo sempre di citare le proposte del Centro Sereno Regis ecc.
 Le proposte sul fisco vorrei conoscerle meglio.
 Noi siamo in genere favorevoli (e questa mi pare una differenza tra alcune e alcuni di noi) a fissare per legge alcune cose, dato che abbiamo sperimentato che chi e’ forte non ha bisogno della legge, ma chi e’ debole si’: abbiamo sperimentato ad esempio che l’aborto sarebbe comunque rimasto un reato (tranne che come aborto “terapeutico” deciso da altri e non dalla madre) se non avessimo ottenuto una legge; che la violenza sessuale sarebbe ancora una oscura vergogna delle donne invece di essere un reato.
 A Pechino (1995) abbiamo ottenuto l’assenso dei governi del mondo, contro le
 mutilazioni genitali, sulla nostra definizione: “l’integrita’ fisica e’ bene non disponibile” e non ne puo’ disporre nessuno, ne’ il padre o il marito o l’iman o lo stato o la religione.
 Le donne senegalesi hanno cominciato, prendendo spunto da qui, delle pratiche per liberare le loro sorelle dal  tremendo uso delle mutilazioni genitali, quelle keniote ottenuto che lo stato dichiari reato tali pratiche, percio’ possono inventare riti gioiosi di passaggio dalla fanciullezza alla puberta’.
 Lo stupro etnico o di guerra, pratica comune che alcuni codici militari consentivano e alcune culture patriarcali ancora scusano sono diventati crimine contro l’umanita’ dopo l’arrivo alle Nazioni Unite di dieci milioni di firme raccolte da associazioni di donne in tutto il mondo. Ci siamo mosse perche’ donne bosniache stuprate ci hanno fatto sapere che si sarebbero suicidate perche’ dopo lo stupro le loro famiglie padri mariti e fratelli le ripudiavano come impure e adultere e la chiesa le incitava a mettere al mondo gli eventuali concepiti da adottare successivamente.
 Donne condannate ad essere lapidate per adulterio sono state salvate da raccolte di firme, ma non si ha notizia di iniziative di uomini democratici (dopo Gesu’ Cristo) che dicono ai loro simili che non si puo’ fare cio’: passa tutto sotto il segno spesso ambiguo e in questi casi del tutto ipocrita che “e’ la loro cultura” (sic!).
 Possiamo comunque discutere anche della utilita’ relativa di un ancoraggio di legge.
 L’argomento mi pare urgente dato che e’ in arrivo una proposta di trattato costituzionale europeo, e ammaestrata da Maastricht e Schengen e Nizza vorrei che mi si dicesse come si fa a sottrarsi a un testo che dichiara che il mercato e’ il regolatore supremo: dunque l’Italia non sara’ piu’ una repubblica democratica fondata sul lavoro, ma sul mercato, poiche’ tutte le politiche debbono rispondere al mercato; dove non vi saranno piu’ servizi pubblici (scuola, sanita’, trasporti) perche’ tutto potra’ essere privatizzato, pure l’acqua.
 So che un gruppo di parlamentari europei di Rifondazione ha presentato un emendamento  per introdurre nel trattato costituzionale europeo che “L’Europa  rifiuta la guerra come strumento ecc.”, una specie di art. 11: e’ una iniziativa da appoggiare? a noi pare di si’.
 Inoltre – che io sappia – l’unico stato europeo che gia’ ha un ordinamento positivo di difesa popolare nonviolenta e’ l’Austria, non per caso paese neutrale.
 Ma in generale si ritiene che la neutralita’ dei paesi gia’ neutrali debba essere difesa nel progetto europeo, o no? perche’ se si’, la prospettiva della neutralita’ resta aperta, altrimenti esce di scena definitivamente, e l’Europa si unifica cancellando il movimento operaio sottoposto al mercato, lo stato sociale sostituito da una “assistenza moderna” e da servizi a pagamento, senza citare la cittadinanza sessuata, nessun diritto universale per chi vi immigra, e anche senza la possibilita’ di essere neutrali. Solo quattro stati europei al mondo, che io sappia, scelsero la neutralita’
 per evitare di fare guerre. Insomma dell’Europa resta in piedi il passato imperiale. Non per nulla il confronto e’ tra Bush e Chirac: due imperatori; e non vorrei dover scegliere Chirac solo perche’ e’ piu’ laico e palesemente meno fuori di testa di Bush che adesso si considera anche campione del “Bene”. Avendo tempo potrei anche dedicarmi a convertire i militari o gli uomini in generale ad essere dolci, gentili, e a praticare una sessualita’ nonviolenta, ma – sorry – davvero: prima vengono le mie
 sorelle.
 

– IV –
 LIDIA MENAPACE: PROPOSTE PER UN’EUROPA DI PACE
 Da “La nonviolenza e’ in cammino” n. 696, ottobre 2003. Relazione tenuta a un convegno promosso dalla rivista dei missionari saveriani “Missione oggi” ed apparsa in essa, nel n. 7 dell’agosto-settembre 2003  (sito: www.saveriani.it/missioneoggi)
 
 Che simboli, immagini, concetti evoca in me la parola “Europa”?
 Geograficamente, e’ una specie di riassunto del mondo. Con climi diversi, pianure, fiumi. Niente e’ eccessivamente grande. Le montagne piu’ alte restano quelle dell’Himalaya. I fiumi piu’ lunghi sono altrove. Da punto di vista culturale, questo frastagliamento si traduce in complessita’, differenziazione, razionalita’. Eppure, l’Europa non evoca il concetto di “pace”.
 E’ una storia di differenziazione. Non si potrebbe pensare, ad esempio, di votare in Parlamento la lingua ufficiale, come si e’ fatto negli Stati Uniti. Erano incerti fra tedesco e inglese. E’ passato l’inglese per pochi voti. Si e’ potuto fare tutto cio’ perche’ l’America e’ un continente piu’ raccogliticcio e con delle presenze gia’ molto determinate dal punto di vista del potere. In Europa sarebbe impensabile votare “una” lingua ufficiale, perche’ la differenziazione e’ molto radicata. Ci sono almeno cinque o sei delle grandi lingue del mondo. Anche la razionalita’ – cioe’ una certa idea di leggere il mondo secondo criteri universabilizzabili – sembra nata in Europa.
 L’Europa, pero’, non e’ stato un continente di pace. Al contrario, e’ stato il continente piu’ aggressivo di tutto il pianeta. Non solo al suo interno, ma nell’imperialismo, l’Europa ha battuto tutti gli altri. Persino le religioni – trasferite dalla loro culla nel sistema politico europeo con il grande patto tra impero romano e cristianesimo che ha dato il via alla cristianita’ (cioe’ alla rappresentazione politica del messaggio religioso) – hanno sviluppato caratteristiche aggressive nella predicazione.
 Il fatto che tutte le ex colonie francesi siano prevalentemente cattoliche e quelle inglesi prevalentemente evangeliche, dice chiaramente il rapporto di subordinazione e di reciproco aiuto, sostegno. Questa “poco santa alleanza” si e’ realizzata anche nell’espansione missionaria.
 *
 La guerra moderna “made in Europe”
 Di sicuro, l’unificazione dell’Europa e’ di per se’ elemento che modifica gli equilibri politici mondiali. Allora diventa importante esaminare l’Europa sotto il profilo della sua relazione con la guerra, e dei semi di pace che ha dentro di se’. Questo e’ il terreno sul quale mi muovero’.
 Se esamina la propria storia, l’Europa ha prima di tutto da fare un’enorme autocritica. Perche’ la caratteristica della guerra moderna – cioe’ dell’attributo dell’esercizio della violenza legittimato allo Stato – e’ un’idea europea. La guerra preesisteva. C’era una guerra arcaica, che consisteva in un patto per conquistare un territorio dove poter vivere. Ma la guerra moderna e’ un attributo dello Stato, della sua sovranita’. E’
 considerata la legittimazione della violenza, che attribuita allo Stato viene chiamata “forza”; serve per difendere i propri cittadini dai nemici.
 C’e’ questo passaggio che e’ significativo della sottigliezza giuridica della cultura europea: le armi sono violenza, l’Esercito e’ un’istituzione violenta, tuttavia quando e’ assunta dallo Stato in funzione di tutela della comunita’ di cittadini/e, si chiama “forza” e diventa legittima.
 Questa legittimazione avviene persino all’interno perche’ gli strumenti violenti che difendono il singolo cittadino dalla criminalita’, si chiamano “forze dell’ordine”. La parola “forza” e’ una legittimazione, non solo un’ipocrisia giuridica, perche’ in effetti quando la violenza diventa forza, ha dei limiti; allo stesso modo, la forza che viene attribuita allo Stato, ha pure dei confini: e’ stata elaborata una teoria, sia in ambito cristiano che in ambito politico, sulla “guerra giusta”. Anche questa e’ una
 caratteristica delle riflessioni europee.
 Quale guerra puo’ essere dichiarata “giusta”? Nella tradizione giuridica prevalentemente europea (diventata poi generale), si dice che quando uno Stato ha subito un danno – ad esempio, gli e’ stato portato via un pezzo del suo territorio – e in nessun altro modo riesce a recuperarlo, puo’ legittimamente far ricorso alle armi. Questo uso e’ legittimo se, nel riparare il danno, c’e’ un certo equilibrio. Il risarcimento deve essere paragonabile al danno ricevuto.
 Messe sotto questo giudizio, gia’ la prima ma anche la seconda guerra mondiale e’ dubbio che fossero giuste. Vediamo perche’. Il fatto che l’Italia volesse o rivolesse nel suo disegno di riunificazione di una comunita’ culturalmente abbastanza omogenea, almeno per tradizione linguistica, il Trentino e il Friuli Venezia Giulia, era legittimo.
 Diplomaticamente, era stata gia’ quasi ottenuta. Non per niente Benedetto XV defini’ poi la guerra un’inutile strage. Per altre ragioni, l’Italia entro’ pero’ lo stesso in guerra: seicentomila morti, grande indebolimento della popolazione, altri seicentomila morti per la spagnola. E, gia’ che c’eravamo, abbiamo preso anche il Sud Tirolo. Puo’ essere considerato un risarcimento equo? La conquista di Bolzano non era nei disegni nemmeno del piu’ sfrenato dannunziano. Quindi sotto questo profilo, davvero un’inutile strage anche solo per l’Italia.
 *
 Una violenza non legittimabile
 La seconda guerra mondiale si conclude con lo sganciamento delle due atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Questo e’ un danno che non consente risarcimento. Che risarcimento chiedi per duecentomila persone morte e danni genetici che si ripropongono per generazioni, non si sa fino a quando? Da quando c’e’ l’atomica, la guerra e’ uscita dall’orizzonte giuridico della sua legittimazione possibile. Non ci sono piu’ guerre giuste dopo l’atomica.
 Perche’ potenzialmente si puo’ infliggere un danno ad una popolazione, che non e’ misurabile. Che implica le generazioni successive. Se vogliamo usare la razionalita’ europea, c’e’ dunque un impegno storico di definire i conflitti tra gli Stati – per qualsiasi ragione: territoriale, culturale, religiosa, economica – senza una guerra, perche’ c’e’ sempre il rischio dell’atomica. Ci troviamo di fronte ad un evento del tutto nuovo nella storia del pensiero giuridico. E’ venuta meno la possibilita’ di dare anche con sofisticati ragionamenti, con calcoli, ecc. una legittimazione al passaggio dalla violenza alla forza. La guerra oggi e’ dunque solo violenza non legittimabile.
 Questa e’ una cosa con la quale l’Europa deve fare i conti. Un’Europa che ha inventato la guerra moderna, come attributo legittimo degli Stati nella loro sovranita’. Su questo terreno, deve dunque fare un’autocritica. Bisogna restituire il maltolto, che in parte con la decolonizzazione e’ gia’ avvenuto. Un maltolto piu’ profondo, che e’ quello dell’uso delle risorse dei paesi impoveriti dalla nostra rapina, sarebbe un’altra parte di
 risarcimento dovuto. Non e’ solo un atto di bonta’, ma qualcosa di impegnativo: comporta anche un cambiamento delle relazioni economiche con le altre aree del mondo.
 *
 I semi di pace
 Dopodiche’ non c’e’ niente da salvare in Europa dal punto di vista della pace?
 C’e’ una curiosa ambiguita’ del messaggio cristiano e due movimenti molto significativi. Il messaggio cristiano e’ di per se’ un messaggio di pace.
 Tuttavia, sposandosi con il potere politico, spesso non ha portato alla pace. Il patto tra trono e altare ha in parte cancellato questo volto di pace del cristianesimo. Appunto solo in parte perche’ testimonianze hanno continuato ad agire, non pero’ con il volto ufficiale della chiesa o delle chiese.
 Il messaggio cristiano ha dunque bisogno di fare un grande lavoro di scrostamento e di recupero di una delle sue piu’ straordinarie caratteristiche dal punto di vista della storia: la laicita’ delle istituzioni pubbliche, politiche, dell’autorganizzazione della societa’. Un elemento che e’ invece del tutto assente nelle altre due religioni monoteiste (ebraismo e islam). E’ un tema fondamentale: una delle cose che l’Europa cristiana potrebbe rivendicare.
 Ci sono altri due movimenti che potrebbero essere messi a fondamento di un’Europa che abbia fatto su di se’ una sana autocritica: il movimento operaio e il movimento delle donne. Entrambi non hanno mai voluto guerre. Non ne hanno nemmeno mai provocate, a parte qualche caso isolato (ad esempio, in tempi moderni, la Thatcher). Ma se facciamo un calcolo proporzionale, siamo sul 3% contro un 97% degli uomini.
 Il movimento operaio ha sempre temuto la guerra. Si spacco’ in due all’inizio della prima guerra mondiale. Rosa Luxemburg senti’ la prima guerra mondiale come una tragedia. Disse: “E’ impensabile che i due piu’ organizzati proletariati d’Europa – quello francese e quello germanico – travestiti da militari si sparino addosso agli ordini delle rispettive borghesie nazionali”.
 Abbiamo dunque una lunga tradizione di non interventismo nel movimento operaio, che ha utilizzato tutte le forme dell’azione nonviolenta: assemblee, manifestazioni, petizioni, scioperi, picchetti, sabotaggio e boicottaggio. La stessa Rosa Luxemburg pensava che la rivoluzione avrebbe dovuto essere fatta attraverso uno sciopero generale ad oltranza, nel corso del quale l’insediamento delle nuove classi avrebbe modificato le relazioni nella societa’.
 Anche il movimento delle donne ha questa stessa caratteristica. Esso comincio’ in Inghilterra con il suffragismo. E Gandhi ha studiato dalle suffragiste inglesi le forme della lotta nonviolenta. Anche le suffragiste facevano manifestazioni, sit-in, si legavano alle colonne dei palazzi del potere. E intervenivano facendo della disobbedienza civile molto attiva. Una delle prime cose che fecero, fu di occupare le tribune di Whitehall, il Parlamento inglese, in un giorno in cui si discuteva la legge elegantemente intitolata “Legge sui bastardi”. Allora, buttarono dei volantini sui quali
 c’era scritto: “Forse ci sono dei genitori bastardi, ma i figli…”. Suscitarono uno scandalo enorme. Poiche’ erano signore della buona societa’ e, come tali, non dovevano nemmeno sapere che nell’Europa vittoriana c’erano i bastardi.
 Le suffragiste americane si sono segnalate invece per aver fatto una catena di disobbedienza: avevano ospitato gli schiavi neri che scappavano dagli Stati del Sud. Generalmente, questi schiavi avevano il nome e l’indirizzo di una donna bianca, che li accoglieva. E dava l’indirizzo di un’altra donna bianca, fino a quando non arrivavano negli Stati del Nord. E’ curioso che questo movimento delle donne cominci con dei temi relativi alla riproduzione e con una sorta di alleanza con altri oppressi. Donne e neri, soprattutto negli Stati Uniti, sono tradizionalmente collegati.
 Penso che sia soprattutto questo, cio’ che l’Europa debba rivendicare della propria storia. Deve dire: “Da questi movimenti vengono suggerimenti di relazioni fra le persone, i generi, le classi, le etnie, le religioni, molto conflittuali, ma assolutamente contrari alla violenza e alla guerra”. Dunque, sono dei luoghi di studio importanti.
 Con la “Convenzione permanente di donne contro le guerre”, proponiamo che
 l’Europa si costituisca come continente neutrale.
 Proprio la sua scienza giuridica, le consente di dire: “Non c’e’ piu’ guerra legittima. Io Europa, come continente, ne ho fatte di tutti i colori, e di questo chiedo perdono; ma, nella mia storia, ho anche due grandi movimenti che poi si sono diffusi in tutto il mondo, e che hanno radicalmente cambiato le relazioni: sono molto conflittuali – considerano il conflitto una delle forze della storia – e hanno usato tutte le forme della lotta nonviolenta”.
 *
 Europa: un continente neutrale
 La neutralita’, dal punto di vista del diritto internazionale, e’ una decisione soggettiva di un ente giuridico. “Io, Stato, dichiaro che non faro’ guerra; prendo questo impegno davanti alla comunita’ internazionale. E questa fa lo stesso nei miei confronti. Dunque, non ospitero’ sul mio territorio basi militari o passaggi di truppe. E, di conseguenza, la comunita’ internazionale non potra’ passare. A mia volta, mi impegno a non fare politiche aggressive che debbano sfociare nella guerra; se cio’ dovesse avvenire, la comunita’ internazionale mi metterebbe delle sanzioni. E’ un sistema di contrappesi giuridici abbastanza significativo. Applicato in Europa, obbligherebbe la Nato ad andarsene.
 Quando c’e’ stata l’ultima guerra in Iraq, l’Austria ha dichiarato: “Sono neutrale”. E non e’ passato neanche un fucile. Nemmeno il sorvolo dei suoi territori era consentito.
 Nel territorio europeo (non nell’Unione Europea), ci sono gia’ quattro Stati neutrali: la Svizzera, l’Austria, la Svezia e la Finlandia. Che cosa ne  facciamo? Non possono entrare in Europa perche’ sono neutrali? Non possiamo garantire che la loro neutralita’ verra’ rispettata anche nell’Europa unita?
 C’e’ gia’ stato un ministro degli Esteri italiano, Gianni De Michelis, che aveva dichiarato che l’Austria, se voleva entrare in Europa, doveva rinunciare alla neutralita’.
 Mi piacerebbe che anche un’Europa non neutrale riconoscesse la neutralita’ degli Stati europei che gia’ l’hanno dichiarata. E che poi essa si sviluppasse in modo da non ostacolare un futuro di neutralita’, quando fosse maturo. So che al momento e’ impensabile presentare al Parlamento europeo una proposta del genere: esso e’ infatti larghissimamente orientato verso l’Esercito europeo di difesa.
 Quindi, per il momento, questa proposta non e’ attuabile. Ma teniamo sullo sfondo la nostra decisione: vogliamo un’Europa neutrale. Intanto facciamo un’Europa che non ostacoli un futuro accesso alla neutralita’. Ad esempio, facciamo una Costituzione europea dove, all’articolo 1, ci sia il diritto alla pace.
 *
 La rivoluzione in ambito Onu
 Questo porterebbe ad una significativa correzione nell’ambito delle Nazioni Unite.
 Penso che,  quando l’Europa sara’ costituita, chiedera’ di entrare all’Onu.
 Si stanno costituendo queste mostruose forme non-giuridiche di intervento. Ad esempio, su Israele ora interviene l’Europa, gli Stati Uniti, forse le Nazioni Unite… Ma che cosa vuol dire? Il futuro dell’Iraq sara’ gestito da Stati Uniti, la sua coalizione e Onu: che significa? Le Nazioni Unite vengono degradate ad un ruolo assistenziale, non piu’ di direzione politica. Bisogna uscire da questa logica.
 Sono abbastanza vecchia da ricordarmi che, quando la Societa’ delle Nazionifu sottoposta da parte di Hitler e Mussolini ad attacchi furibondi, e fini’ in pezzi, questo fu uno dei grandi segni della seconda guerra mondiale.
 Perche’ comunque una sede di comparazione giuridica qualche cosa vale. Pensate a questa vicenda: con un calciomercato assolutamente sfrenato, gli Stati Uniti non sono riusciti a comprare voti sufficienti per passare al Consiglio di Sicurezza: gli ha detto di no il Camerun. Vuol dire che i soldi non comprano tutto. Vuol dire che il diritto ha una sua forza.
 La richiesta dell’Europa di entrare con una nuova identita’ collettiva nelle Nazioni Unite sarebbe l’occasione straordinaria per una riforma dello stesso Onu. Bisognera’ allora ridiscutere la formazione del Consiglio di Sicurezza.
 La nostra proposta e’ un’Europa unificata, che abbia nella sua Costituzione il diritto alla pace, con la prospettiva di diventare un continente neutrale (e percio’ un polo di riferimento al mondo di tutti i popoli e i paesi che vogliono evitare la guerra).
 Potrebbe ad esempio ospitare sul suo territorio, visto che ha una grande tradizione giuridica, tutti i tribunali penali internazionali. Potrebbe essere il luogo di formazione di una magistratura e di una polizia internazionale, che intervenga contro i crimini di guerra. In questo senso, l’avvio del Tribunale penale internazionale – malgrado l’opposizione degli Stati Uniti – e’ significativo. E’ un grande segno della forza del diritto.
 Cosa proponiamo per le Nazioni Unite? Che la forza dell’Europa rimetta in discussione le strutture. Chiediamo che il Consiglio di Sicurezza sia tutto a rotazione. Che l’Assemblea venga dotata di maggiori poteri decisionali. Che il diritto di veto venga tolto, o venga reinterpretato per quello che era in epoca romana: non lo detenevano i consoli, ma i tribuni della plebe; chi aveva gia’ il potere, non occorreva che avesse anche il diritto di veto. Questo potrebbe essere dato ai popoli impoveriti. L’Argentina potrebbe mettere il veto al Wto, ad esempio.
 Alcuni propongono che il Consiglio di Sicurezza diventi il governo del mondo. Questo mi parrebbe, ora come ora, una fuga in avanti. Si potrebbe invece cominciare col dire che tutte le agenzie Onu diventino i luoghi in cui si preparano i futuri governi del mondo. Sulla cultura, sull’infanzia, sui rifugiati, ecc. si puu’ allevare un personale di governo, anche diplomatico, significativo. Ce n’e’ da fare – come vedete – per i prossimi 150 anni…
 Non dobbiamo mettere limiti alla nostra fantasia politica.
 In questo momento, si soffre soprattutto di una grande asfissia politica: meschinita’ nella politica di tutti i giorni; e grandi gesti di prepotenza nella politica in cui si decidono le sorti del mondo. Non e’ sano. Perche’ induce ad essere o leghisti o imperialisti. Questi sono due eccessi che ripudio. E’ importante stabilire dei territori di possibili conflitti che vengono tutti analizzati, riconosciuti. E poi ci si impegni per trovare forme nonviolente per la loro gestione. La pace – che non ha finora alcuna
 definizione giuridica positiva (e’ solo cessazione della guerra) – potrebbe diventare “gestione o governo nonviolento dei conflitti”.


3 risposte a “Ricordo di Lidia Menapace | Enrico Peyretti”

  1. fà bene al cuore delle donne questo ricordo, sopratutto la solidarietà degli amici uomini e donne, il dolore non ha sesso e non ha confini.
    allo scoppio della pandemia, ho ricevuto un questionario dagli Americani sui vaccini e le cure per tutti, è nato un giornale sul Covid 19 The Optimist, sono risultata la sola ad avere chiesto notizie globali sulla salute, neanche la Pandemia ci ha resi solidali, questa è una GUERRA-combattuta , Lidia non l'ha persa, restano gli scritti un testamento che fà riflettere anche chi come me non la conosceva
    grazie

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