Migrazioni e religioni | Giulia Faraci

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Maurizio Ambrosino, professore di ‘Sociologia del territorio’ all’Università degli Studi di Milano, ci spiega che nel caso dell’immigrazione la religione non è mai solo religione, poiché è sempre densa di implicazioni dal punto di vista psicologico, sociale o sociologico.

La intendiamo infatti attraverso questa molteplicità di significati  in quanto il rapporto che lega l’appartenenza religiosa e l’identità sociale, ovvero il legame con la dimensione religiosa, si costituisce come il punto centrale dell’identità sociale delle persone.

Inoltre questo non si configura mai come un aspetto individuale ma sempre come fenomeno comunitario, ponendo l’attenzione sull’importanza dei luoghi di culto. Questa dimensione comunitaria produce capitale sociale e legami che porteranno alla produzione di  risorse.

Un articolo del noto Hirschmann si concentra sugli immigrati americani, sintetizzando l’apporto che le religioni offrono attraverso quella che viene definita  Teoria delle tre R:

  • RIFUGIO intesa come protezione e assistenza;
  • RISPETTO perché soprattutto in società americane la religione migliora l’immagine sociale;
  • RISORSE perché viene prodotto capitale sociale, aiutando le persone a trovare luoghi di socializzazione, casa e lavoro.

Alla teoria si può aggiungere il concetto di esperienza migratoria teologizzante che fa scaturire la domanda se un tratto consapevole che si è sempre vissuto rimane veritiero anche se ci si sposta in un nuovo contesto non religioso o che segue un’altra religione.

La religione dà dunque risposte sulla solidità e la validità dell’appartenenza a pratiche sociali. L’ aspetto più problematico che possiamo riscontrare in Italia è il rapporto fra partecipazione religiosa e sfera lavorativa.

Gli immigrati nella loro vita quotidiana sperimentano forme di inserimento nel mondo del lavoro attraverso vie subalterne. Vengono infatti accettati ma, riempiono i buchi del gradino inferiore del mercato del lavoro italiano. 

Questo comporta che per molti di loro risulta difficile sviluppare miglioramenti anche a livello sociale. L’organizzazione degli immigrati è costituito da isomorfismo istituzionale, perché tende a imitare modelli organizzativi della confessione maggioritaria, in questo caso del cattolicesimo.

Ad esempio a Milano i musulmani hanno promosso un gruppo scout; oppure innovativa è la figura dei ‘cappellani’ mussulmani che fanno visite nelle carceri e sono usati come importante risorsa per combattere la radicalizzazione islamica. 

Roberta Ricucci, professoressa in ‘Sociologia dell’islam’ all’Università degli Studi di Torino, definisce attraverso poche e chiare evidenze il fenomeno dei figli dell’immigrazione, ovvero coloro che sono nati in Italia ma da genitori di origine straniera; non è semplice parlare di questa nicchia di giovani nonostante siano numericamente rilevanti e spesso al centro del dibattito mediatico.

Sono però assenti dal focus mediatico quando si ragiona di religione e quando questo intreccia un evento internazionale. Ci si domanda dunque come cresce un figlio dell’immigrazione: gli ambienti religiosi sono spesso considerati ambienti sani e al riparo da altre socializzazioni malsane e pericolose che possono portare a una socializzazione o stili di vita che non sono quelli con cui i genitori sono cresciuti e che vogliono per i propri figli.

Accanto a questo timori si affiancano le molteplici indifferenze dei giovani, che  vedono l’avvicinarsi alla sfera religiosa come qualcosa che possa differenziarli e allontanarsi dai loro pari. I padri e le madri utilizzano strategicamente la loro posizione religiosa per costruire processi di integrazione. Quello che emerge è purtroppo che i migranti giovani rischiano di essere condizionati dalla narrazione dominante che guarda solo al tema dei richiedenti asilo e dei rifugiati, sicuramente tema rilevante, ma la sua quasi esclusività rischia di cristallizzare l’immagine dei figli dell’immigrazione, i quali si confrontano spesso con questi stereotipi ancor prima che loro possano esprimersi o declinare il proprio io. 

Samuele Davide Molli invece ci aiuta a capire il concetto di welfare dal basso inteso come campo di attività che vede l’emergere e il progressivo sviluppo di forme di aiuto, assistenza e supporto, servizi formali o informali, che le comunità religiose, grazie alle risorse sociali e al capitale umano promuovono per sostenere i bisogni e le necessità dei propri membri e non solo. 

Per orientarci meglio osserviamo il cosiddetto diamante del welfare dove al centro troviamo il benessere dell’individuo, in alto lo Stato che impone limiti nell’accesso e nella piena fruizione dei diritti sociali (barriere formali e informali). A destra la famiglia, intesa come rete familiare frammentata o dispersa. In basso vi sono i corpi intermedi ovvero quell’ecologia del supporto : terzo settore /associazionismo o istituzioni religiose insediate. Infine a sinistra troviamo il mercato che offre però difficoltà economiche nell’acquisto di forme di tutela privata.

Riflessioni

La società di oggi è spesso diffidente o anche spaventata dalla religiosità degli immigrati. Ne conseguirà che saranno diverse le forme e i tempi d’integrazione, della qualità della convivenza e della coesione sociale del prossimo futuro. In conclusione, la strada per assegnare maggiore rilevanza al pluralismo culturale nella nostra società, non appare certo di facile percorribilità, dovendosi scontrare con numerose barriere culturali e comodi stereotipi.

Tuttavia è opportuno compiere ogni sforzo per poterla percorrere tutti insieme, anche in vista di favorire l’ambizioso quanto importante tentativo di giungere ad una più ampia area integrata euromediterranea che, diffondendo meglio pace e giustizia sociale, creerebbe le condizioni ideali per tutelare la dignità dell’uomo. Dunque è necessario che gli Stati si predisponessero ad un atteggiamento di accoglienza di ogni persona, rispettandone le particolari connotazioni etniche, religiose, politiche e culturali.