Islamofobia in Europa | Luca Serratore

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Photo by Ayesha Firdaus on Unsplash

Una giornata di importante significato quella del 26 novembre. L’evento “Islamophobia: A discussion on Europe” è stato un centro di discussione sul problema dell’islamofobia in Europa. Gli speakers hanno contribuito al seminario dalla Francia, dal Regno Unito, dalla Spagna, dai Paesi Bassi e dall’Italia. Yasser Louati di Comité Justice & Libertés Pour Tous, Nawal Mustafa di S.P.E.A.K. Muslim Women Feminist Collective, Narzanin Massoumi e David Miller di Spinwatch, Pedro Rojo di Al Fanar e il professore Francesco Alfonso Leccese dell’Università della Calabria, hanno dedicato i loro interventi illustrando delle risposte a cosa significa essere musulmani oggi nei paesi europei. 

Cos’è l’islamofobia?

Deve essere considerata una forma di razzismo e dovrebbe essere contrastata come ogni altra forma di razzimo. L’islamofobia è un tema strutturale, guidato dai leader politici, dai media e dagli ufficiali pubblici che, conseguentemente vanno a normalizzare il razzismo verso i musulmani in modo da allontanare il focus dai sostenitori di un’islamofobia sistematica. Questa tendenza, fortemente radicata nei partiti politici di estrema destra dappertutto in Europa, ha anche incrementato il numero di retoriche e di attacchi islamofobici. 

Iniziando da ciò, l’attenzione del convegno si è rivolta alla comprensione delle origini di questi attacchi razzisti e discriminazioni. 

Potrebbe essere opportuno dare uno sguardo alla storia delle nazioni per aprire ampiamente i nostri occhi. D’altronde, come spiega Yasser Louati (Comité Justice & Libertés Pour Tous) rivolto alla Francia, non è possibile parlare direttamente di islamofobia senza menzionare l’eredità coloniale che ancora oggi probabilmente influenza le istituzioni francesi. Non si può considerare questo problema come un singolo episodio, ma come una connessione con il passato che ha portato ad una nazione ricca di pluralità e compromessi. 

L’islamofobia odierna è radicata nel passato in eventi come il tentativo di vietare l’uso del velo nelle scuole nel 1989, il quale obbligò le ragazze musulmane a svelarsi per poter svolgere le attività scolastiche. Questa decisione provocò un accesso dibatto che continua fino ai giorni nostri. 

Ad alimentare le problematiche sono colpevoli i recenti attacchi terroristici i quali hanno portato il governo ad introdurre una nuova legislazione che minaccia le stesse libertà che promette di difendere. 

Spesso si hanno casi di islamofobia di genere. Cosa succede quando le vittime sono donne?

Le donne e le ragazze musulmane sono particolarmente vulnerabili alla violenza motivata dal fatto che sono musulmane. Soprattutto è il caso delle donne che portano il velo le quali sono più facilmente identificabili e diventano così un bersaglio semplice. Inoltre, per capire le esperienze che vivono bisognerebbe comprendere le diverse posizioni che le donne musulmane occupano, forse costrette a non indossare il velo per occupare una posizione lavorativa. Si parla di una forma indiretta di islamofobia di genere che, Nawal Mustafa (S.P.E.A.K. Muslim Women Feminist Collective) etichetta come “slow violence”. Una violenza che si protrae nel tempo e nello spazio che tipicamente non viene nemmeno vista come violenza.

Da dove arriva l’islamofobia nella società?

Sicuramente un ruolo importante è quello ricoperto dallo stato il quale con politiche come quelle anti-terrorismo va ad incentivare la produzione di islamofobia nella società. Nel Regno Unito sono stati adottati quindici atti dal parlamento che conferiscono molti più poteri agli ufficiali pubblici. La straordinaria natura di questi poteri e il modo in cui lo stato prende di mira i musulmani possono essere osservati grazie al Terrorism act 2000 (schedule 7), il quale conferisce agli ufficiali portuali con poteri unici per indagare sulle persone che attraversano i confini del Regno Unito. Secondo Narzanin Massoumi (Spinwatch), un ragazzo di nazionalità pakistana possiede una probabilità altissima di essere fermato rispetto a un ragazzo di pelle bianca.

Ma non solo legislazioni e atti alimentano forte avversione e pregiudizi verso la cultura e la religione islamica. I media e internet contribuiscono fortemente alla produzione di discorsi negativi con i loro articoli. Pedro Rojo (Al Fanar) con la sua ricerca Semaforo ha dimostrato come la maggior parte delle notizie sui musulmani dei media spagnoli analizzati sono negative. Circa il 70% degli articoli presi in considerazione sono risultati essere islamofobici.  

Nel nostro paese l’ambiente non è molto distante da quello in cui si vive nelle altre nazioni finora menzionate. Il professore Leccese parla di “islamofobia politica” portata avanti dai politici italiani, media e internet. Dopo l’attacco terroristico ad una moschea in Nuova Zelanda, Matteo Salvini si è espresso di fronte ai giornalisti dicendo che l’Islam non è compatibile con la Costituzione italiana, aggiungendo che l’unico estremismo che merita attenzione è quello Islamico. Inoltre il termine “islamico” viene spesso usato per indicare i migranti musulmani. 

La Mappa di Intolleranza (2020) di Vox diritti ha mostrato come il 65% dei musulmani italiani sono soggetti a violenza, pregiudizi e discriminazione; il 57% degli italiani non accetterebbe una persona musulmani come membro della famiglia; il 38% pensa che l’islam è incompatibile con la società moderna; e il 35% degli italiani non vorrebbe avere un vicino di cultura e religione musulmana. 

Alla luce di ciò che è appena stato scritto, risulta essere chiaro e dovremmo essere tutti consapevoli che, diversamente ad altre forme di razzismo in Europa, l’islamofobia è stata istituzionalizzata dalle politiche dei governi e rinvigorita dalla loro guerra al terrore, rendendo di fatto i musulmani come una società soggetta al sospetto. 

Per contrastare questo problema una soluzione potrebbe essere capire concretamente che avversioni, pregiudizi e violenze contro i musulmani sono azioni intraprese soprattutto per inseguire precisi obiettivi politici e sociali.