Come affrontare la violenza della destra cercando di difendere le elezioni | Bryan Farrell intervista George Lakey

Mentre gli Americani si preparano a fermare un colpo di stato, crescono le preoccupazioni per la  sicurezza.
Ormai da tempo, l’esperto di educazione nonviolenta, George Lakey, offre formazione su come affrontare la paura e minimizzare la violenza.

Embed from Getty Images

Quando Donald Trump vinse le elezioni nel 2016, un numero di persone mai visto prima si riversò per le strade. Cosa accadrà quest’anno se Trump rifiuterà la sconfitta?  E’ qualcosa che metà degli americani temono?

George Lakey, organizzatore e formatore altamente rispettato il cui attivismo risale ai movimenti per i diritti civili, sostiene “noi non vogliamo una grande manifestazione di massa e tutti che si rechino a Washington”. Questo tipo di azione, Lakey afferma, innesca un cambiamento sociale, ma non è abbastanza potente da impedire un colpo di stato – che è ciò che avverrà se Trump rifiuterà di accettare la sconfitta e un pacifico passaggio di carica.

“Questa è una situazione mai vissuta prima negli Stati Uniti”, sostiene Lakey. “Il gioco ora non consiste nel concentrarsi su un nemico particolare, ma anzi, sulle persone a favore di un sistema stabile nel lungo periodo. Ciò lo si può apprendere da coloro che hanno vissuto un colpo di stato e hanno vinto.”

Durante i mesi precedenti – da quando Trump ha iniziato a costruire il suo caso per rifiutare i risultati delle elezioni – Lakey è stato molto attento nel lavorare con gli Americani per spronarli. In una serie di articoli per Waging Nonviolence, Lakey ha iniziato a parlare di ricerca per prevenire un colpo di stato, di come convincere il centro politico e ad una strategia facilmente condivisibile per tutto il paese.

Allo stesso tempo, insieme ad altri formatori esperti, ha avviato un nuovo gruppo chiamato “Choose Democracy” che prepara le persone a difendersi da un colpo di stato. In poche settimane, 25 mila persone hanno firmato la petizione.  Nel mentre, 3300 persone hanno preso parte alla formazione online “Come battere un potere legato alle elezioni”. Con la domanda in continua crescita e grazie alle elezioni potrebbero arrivare a formare fino a 5000 persone a settimana.

Nonostante l’esaltazione generale e la voglia di fermare un eventuale colpo di stato, Lakey e il resto dei formatori assistono a rimandi di timore dalle persone, soprattutto per una questione di sicurezza. “Una delle domande più frequenti emerse durante le formazioni è: come ci proteggiamo dalle repressioni violente, dalle forze dell’ordine e dal centro destra?”

Le preoccupazioni emerse durante le formazioni non trovano il tempo per essere discusse in quelle circostanze. Sono tematiche affrontate da Lakey durante gli anni sul Wanging Nonviolence. Ragion per cui si è deciso di parlarne direttamente con Lakey, in modo che lui possa condividere storie e strategie per essere prudenti e nel mentre agire. [Archivio completo consultabile qui].

Dunque, cosa dire a qualcuno che è preoccupato di affrontare un’opposizione violenta?

Ci sono una serie di azioni che possono minimizzare la possibilità che si scateni una situazione violenta. Non che la elimini, ma che la minimizzi. Una è scegliere tattiche per prevenire il verificarsi di un attacco violento. Ad esempio, c’è una strategia spiegata in Wanging Nonviolence  che consiste nel rivolgersi ai funzionari eletti, a seguito delle elezioni, chiedendo di contare voto per voto e rendere pubblico il risultato.

Come trovarli? Si potrebbe andare fuori dai loro uffici a seguito di una grande manifestazione. Ma un raduno del genere potrebbe essere una buona occasione per coloro che vogliono agire violentemente. Invece, si è pensato di recarsi con un caravan tra le loro case, le chiese, sinagoghe e moschee o qualsiasi luogo di culto da loro frequentato. Piccoli gruppi possono recarsi davanti agli uffici a presenziare e ci si può organizzare in modo da minimizzare il rischio di contagio da Covid.

L’idea è di arrivare in certi luoghi con azioni che contrastino le loro (che concernono l’uso della violenza). Possiamo far suonare la banda in strada con le majorette, o far tutto il necessario in modo da non fare da esche dei Pavolv’s dog.

Tu quindi hai descritto la paura come “una storia che possiamo inventare insieme”. Ci puoi dire cosa intendi.

Mi aiuta a capire che le mie paure sono per lo più situazioni immaginarie che reali perchè capisco che mi baso su cosa potrebbe succedere invece che su cosa davvero accade. E’ tutta una fantasia nella mia testa, che può avvenire oppure no. Ho bisogno di agire in situazioni reali, non di fantasticare su cosa potrebbe accadere.

Un’altra cosa che faccio è fare attenzione al mio corpo; quando ho paura sento di essere pieno di energia. Posso decidere di trasformarla da paura ad enturiasmo. Mi succede da quando un giorno un pianista mi spiegò questa trasformazione delle nostre energie, da lì continuo a ripetermi cose del tipo “Dai, che ci sei, sei pronto! è emozionante! sarà una storia da raccontare ai nipoti”. Ricordalo è magico, però ci vuole pazienza e pratica e può essere che la prima volta che proverete, questa trasformazione di energia non avvenga. 

Una cosa che le persone temono, soprattutto quelle appartenenti ad una classe media, è il conflitto. Esiste una strategia per affrontare questa paura?

Se vedi due persone discutere, beh, avvicinati. Se fai due passi, buon per te, ma se riesci ad avvicinarti ancora di più, è meglio. Ogni azione appresa durante le formazioni e poi messa in pratica ti porta ad un graduale cambiamento (in questo caso cambia l’approccio con il conflitto).

C’era un ragazzo che lavorava con il Sig. King che scoprì di essere claustrofobico, e mentre si preparavano per campagna successiva, ogni giorno trascorrevano del tempo chiusi in un armadio, per prepararsi alla sensazione di essere rinchiusi in cella. Per questo ragazzo era l’unica modalità per esercitarsi e prepararsi; è una sfida anche per chi non soffre di claustrofobia.

Hai parlato di questa idea di “avvicinarsi al conflitto”, e come ti aiuta in situazioni che diventano violente.

Un ex studente mi ha chiamato raccontandomi come ha usato questa strategia. Si è avvicinato ad un ragazzo che era in procinto di colpire una donna dall’altro lato della strada. Questo mio ex studente aveva letto su Waging Nonviolence che in questi casi gridare contro l’aggressore avrebbe attirato altre persone coraggiose che sarebbero intervenute. Lo studente fece esattamente così, si avvicinò e iniziò ad urlare, ma non fu coraggioso abbastanza da dire altro. Due persone videro la scena e iniziarono anch’esse ad urlare. A guardare questa scena di conflitto erano in tre, dal lato opposto del marciapiede, quando ad un tratto lo studente trovò la forza di dire qualcosa grazie a quest’azione di solidarietà: urlò contro l’aggressore che vi erano persone ad osservarlo, che è la stessa cosa che dissi io quando mi capitò, e funzionò! Certamente non è sempre piacevole affrontare questo tipo di situazioni. Ci sono volte che non agiresti, perchè potrebbe essere pericoloso. Questo esercizio non dev’essere un invito a metterci in pericolo.

E che succede quando non puoi scegliere? Cosa fai quando ti ritrovi in mezzo ad un conflitto?

Ho cercato pacifisti in tutto il paese (qualcuno che sapesse cosa fare in queste situazioni). Rita Archibald è una di queste. Vive a Chicago ed è diventata una pacifista durante manifestazioni turbolente. Iniziò un giorno durante una dimostrazione di massa che veniva bloccata dalla polizia. Avevano occupato la strada, la prima linea di dimostranti era composta da giovani che urlavano contro la polizia.

Archibald non aveva idea di cosa fare e pensò “Beh posso fare qualcosa, è più importante fare qualcosa che non fare niente”. Andò di fronte ad un paio di persone che erano davanti ai ragazzi che urlavano e disse “Scusi, potreste fare un passo indietro? Penso che abbiano bisogno di un po’ di spazio. Diamogli un po’ di spazio”. Le persone si mossero subito; in situazioni di conflitto la gente è aperta ai suggerimenti. Fecero un passo indietro e lei pensò “è stato facile”. Quindi lo fece di nuovo. Iniziò a invitare le persone a fare un passo indietro e la distanza tra la prima e seconda linea iniziò a vedersi, i ragazzi si calmarono e smisero di urlare perchè non si sentirono più supportati.

Hai parlato anche dell’importanza di rifiutare di accettare le critiche di qualcuno che attacca. Perchè è un’altra strategia importante per una distensione?

Diciamo che si aspettano subito un contrattacco e si sorprendono se non agisci, il che ti da’ vantaggio per la tua sicurezza. Il modo più drammatico per non farti respingere è sederti per terra. L’ho imparato in Francia nei primi anni ‘60,  parlando con un attivista francese coinvolto nei movimenti contro la presenza dell’impero francese in Algeria. Mi dissero che il modo migliore per rispondere alla polizia quando carica è sedersi per terra. Un anno dopo scoprì che era una tattica utilizzata dal Congresso dei Leader Cristiani degli Stati del Sud e da altri movimenti per i diritti civili al sud.

Quando parlai con il reverendo Andrew Young di ciò, mi disse “Tu probabilmente credi che noi predicatori facciamo inginocchiare le persone per pregare e che questo li salverà. Beh, pregare è una cosa buona, ma la cosa principale da ricordare è che se ci sono persone in ginocchio, la polizia indietreggia più facilmente. O almeno non colpisce nessuno. Mentre se stai in piedi, hai più possibilità di essere colpito”. Dunque realizzai l’utilizzo differente di questa tecnica da parte di due culture differenti.

Stiamo parlando di qualcosa di molto più profondo rispetto a parole e concetti, è primordiale, prima ancora delle parole, è quasi come la lingua dei segni. Il linguaggio del corpo. I danzatori sicuramente capiscono questo concetto meglio di me, anche se sembra essere compreso da più culture. Questo è ciò che accade quando le persone si siedono.

E’ molto interessante questo concetto. Di solito parlando di primordiale senti parlare di lotta o fuga.

Non è nè uno nè l’altro, è la diretta contraddizione a questa biforcazione.

E la fuga può essere più dannosa.

Molto di più si. Inoltre Andrew Young disse “Se stanno in piedi, hanno più possibilità di correre, e se corrono via, possono essere presi e malmenati”. Abbiamo visto nel 1968, a Chicago, la polizia inseguire e picchiare le persone fino dentro l’Hilton Hotel, riempiendo i tappeti dell’Hotel di sangue. Correre è pericoloso, fu una cosa terribile da fare,  contraria di nuovo a questo concetto primordiale di lotta o fuggi.

Dall’altra parte, i gas lacrimogeni sono tutta un’altra cosa. Quando un gran numero di attivisti per Black Lives Matter ha occupato un interstatale a Filadelfia questa estate e la polizia decise di scacciarli attraverso l’uso dei gas lacrimogeni, un gruppo di miei amici ha deciso con le mani in alto di andarsene via lentamente attraversando i gas. Nel mentre cantavano insieme “camminare, lentamente, camminare, lentamente, camminare, lentamente”. Stavano dando una dimostrazione e gridavano queste parole camminando. Più persone si unirono e tra di loro non si verificarono feriti mentre dall’altra parte della folla, certe persone si ferirono correndo.

Hai mai vissuto questa situazione?

In Filadelfia del Nord, durante una manifestazione di persone di colore nel loro quartiere che erano furiose perché lavoratori bianchi erano stati incaricati di costruire una scuola per bambini neri. L’intero quartiere si riempì. Le persone si sono disposte verso il cantiere in modo di impedire ai lavoratori di accedervi. La polizia, nel mentre, era lì per assicurare l’accesso dei muratori al luogo di lavoro. Io arrivai in ritardo e mi ritrovai in mezzo.

Che vergogna, ho dimenticato un’altra regola per preservare la propria sicurezza: recarsi sul luogo del conflitto con un amico o in gruppo. Io ero da solo, ma ogni volta che mi reco da solo ad una manifestazione, o anche se c’è qualcuno con me, mi guardo intorno. Chi c’è intorno a me? spio un ragazzo che sembra che guardi nella mia direzione, ci scambiamo un’occhiata, guarda per terra, non ci parliamo. Sappiamo entrambi cosa facciamo. I muratori arrivano in pullman e scendono nel quartiere, vicino al cantiere. Non riesco neanche a guardare, ma so cosa succederà perchè sento un enorme boato alla fine della strada. Non appena tutti sentono quel rumore vogliono precipitarsi a vedere, quindi iniziano a correre e mi immagino già una rivolta nella mia testa. Guardo di nuovo il ragazzo, lui mi guarda. Entrambi allunghiamo le mani e le braccia, ci afferriamo e insieme cerchiamo di fermare la folla.

Solo voi due?

Si, perché le folle sono suggestionabili, fa paura quanto lo siano ma allo stesso tempo è meraviglioso. Comunque non abbiamo bloccato la folla fisicamente: sembravamo solo molto determinati, quindi le persone si sono bloccate e hanno iniziato ad indietreggiare. Cercare lo sguardo di qualcuno e creare solidarietà in mezzo alla folla a volte può essere davvero utile.

La disciplina spesso viene citata come la chiave per compiere azioni non violente. Tu hai detto che può essere anche un deterrente per la violenza, Perché?

Il reverendo Young racconta un altro episodio di quando era un predicatore pacifista nel sud est della Georgia e il Ku Klux  Klan locale si stava preparando sapendo che presto sarebbe arrivato lì un movimento per i diritti civili. Per tradizione, facevano un falò in mezzo al bosco aspettando di sfidare i neri.

Dunque, cosa fece Young? Radunò un po’ di persone dalla sua congregazione per andare incontro al Klan. Si recarono nel bosco durante la notte e in coppia iniziarono a parlare con i membri.

L’ultima cosa che il Klan si sarebbe aspettata era vedere tutte queste persone fare irruzione durante una loro serata di rito.

Le persone di destra al giorno d’oggi, agiscono con mazze da baseball o con oggetti simili, ed per loro è tutta una questione di  coraggio. Questo è il fulcro della situazione, si sfidano l’un l’altro, chi è il più coraggioso?

Quindi dovresti fare qualcosa di più audace di ciò che stanno facendo loro. Solo così riesci a mandarli via, è un deterrente, ed è ciò che le persone di colore hanno fatto: hanno scoraggiato la peggior cosa che il Ku Klux Klan  potesse fare contro di loro, e funzionò.  Quel giorno, emerse il loro impegno per la non violenza, e fu considerato un atto estremo avvenuto completamente senza armi.

Per quanto si cerchi di minimizzare il rischio, non ogni attacco può essere prevenuto. Dunque cosa succede quando accade? Ci sono dei metodi per essere pronti ad agire?

Certamente, prendete il telefono, fotografate e fate video. Testimoniare è importante in modo che la diffusione di questo materiale porti le persone a creare rete e supporto. C’è questo fenomeno che alcuni scrittori chiamano “ritorno di fiamma”, altri “paradosso della repressione”. L’idea è di fare in modo che più persone si uniscano per contrastare certe azioni violente. Questo è il segreto dei movimenti per i diritti civili; una volta compiuta la violenza, più persone vedono l’accaduto e più  si uniranno per contrastarla. Questo accade in tutto il mondo.

Dopo che i Black Lives Matter di Minneapolis furono attaccati nel 2015, organizzarono un’enorme marcia.  Si moltiplicarono e ampliarono le loro azioni non violente. Questo non è il primo pensiero che viene da fare alle persone se hanno appena subito un colpo d’arma da fuoco.

Il Movimento Black Lives Matter di Minneapolis ha dato un esempio di piano strategico. Gli strateghi sono entrati nelle teste dei loro avversari; sapevano che l’opposizione avrebbe usato la violenza per fermare il movimento, attraverso la paura. Quindi se si tiravano indietro, loro vincono. Bisogna ammettere che la loro violenza è più potente della nostra convinzione e del nostro movimento di Black Lives Matter.

Dobbiamo dimostrare loro che si sbagliano. Usano la violenza, noi agiamo di conseguenza, siamo più forti e numerosi. Non aumentiamo in termini di uso di potere, ma di numero, e mostriamo molto più coraggio. Questa azione riduce la possibilità che continuino ad opporsi a noi, perchè così facendo diventiamo più forti. La nostra soddisfazione sta nel dare valore a questa strategia.

E per quanto riguarda i civili disarmati e pacifisti? Puoi spiegare chi sono e cosa fanno e come il loro movimento può aiutare in un potenziale conflitto a seguito delle elezioni e le sue conseguenze?

Beh, come movimento risale a quando Gandhi era preoccupato per le rivolte tra Musulmani e Hindu. Avrebbe ottenuto molti volontari, prettamente indiani, che avrebbero accettato di essere pacificatori. Li avrebbe formati e li avrebbe mandati ad agire. Spesso indossano una bandana che attorcigliano attorno alla testa o sventolano come simbolo di lotta e dimostranza, ma potrebbero decrescere rapidamente.

Questa pratica può essere utilizzata oggi come protesta da agenti o pacifisti. Mostrano la loro presenza con qualcosa di ben visibile come la stessa maglietta, fasce o bracciali. Di volta in volta hanno ridotto il rischio di violenza e danni. Ultimamente sembra che gli organizzatori di queste manifestazioni abbiano dimenticato il loro valore. Anche la presenza di agenti, che aiutano le persone ad attraversare le strade in sicurezza, ad esempio, ha ridotto l’ansia di incorrere in minacce. Dato che ciò dimostra l’unità dei dimostranti, rende la nostra presenza più formidabile, rendendo difficile dividerci per chi attacca e per i media definirla “rivolta”.

Quindi per essere preparati per le manifestazioni, conviene avere con se un po’ di bracciali, così qualora gli organizzatori si dimenticassero di includere degli agenti, tu puoi chiedere a chiunque di indossare un bracciale e unirsi, puoi dire loro di fare attenzione e guardarsi intorno, sopratutto verso i margini della manifestazione, dove è più probabile che ci siano problemi e dove tu puoi essere più visibile. Ricorda loro due o tre tecniche quali diramati, calmati, cammina e siediti e che se afferrano le mani di altre persone attorno a loro riescono ad isolare gli incidenti, altri vedranno la scena e tenderanno ad imitare. Le folle sono suggestionabili in queste situazioni e potrebbero davvero prestare attenzione ai tuoi bracciali mai visti prima.

Può verificarsi durante una manifestazione, che alcuni attivisti prendano di mira certi settori della società, come le forze dell’ordine o altri che lavorano per il sistema. Perchè ciò non è saggio e può risultare addirittura pericoloso?

Le persone che ci spaventano minacciandoci giocano un ruolo e c’è sempre una netta differenza tra cosa fanno quando si impersonificano in quel ruolo, rispetto a chi davvero sono. Tutti nella nostra vita abbiamo fatto qualcosa e subito dopo pensato “ ma questo non sono io”. Quindi dobbiamo imparare a gestire le persone che quando agiscono all’interno di un ruolo ci minacciano o tendono a ferirci, bisogna aiutarli a separarsi da quella posizione e da quella situazione e aiutarli a dirsi  “sono più grande di ciò e io sono diverso da quel tipo di persone”. Questo li per li può aiutarli a cambiare atteggiamento. Potremmo addirittura assistere ad un agente di polizia che invece di agire violentemente, agisce attraverso i movimenti. Potrebbe comportarsi al contrario, senza rappresentare ciò che il suo ruolo lo chiama ad essere. Ci sono tutti i presupposti per prendere una pausa da ciò che dovrebbero essere e dimostrare che sono qualcosa di più che solo il ruolo che sono chiamati a rappresentare.

Se dall’altra parte, li facciamo passare dalla parte dei cattivi, quello che in realtà facciamo è congelarli all’interno del ruolo: dire loro “tutto ciò che sei è ciò che rappresenti”, è ciò che fa emergere il peggio da parte loro. Quindi è sicuramente nei nostri interessi aiutarli a discostarsi.

Infine, come da te spiegato fin qui, ci sono molti modi per cui le persone possono allenarsi ad affrontare minacce e attacchi che emergono affrontando le ingiustizie. Uno dei modi più semplici  citati prima da te è cercare storie simili, più esempi di come agire in queste situazioni. Perché?

La narrazione è stata la pratica più usata dal gruppo di formazione del Comitato di Coordinamento per Studenti Nonviolenti. Io ero nel gruppo di formazione, mi occupavo di giochi di ruolo e tutto il resto e intanto prestavo attenzione a cosa facevano: stavano raccontando storie, parlando di una folla di bianchi, di college del nord; ascoltavano con tanta attenzioni quasi da assorbire quella narrazione come se la loro vita dipendesse da ciò che stavano ascoltando. In effetti, le loro vite forse possono dipendere da questo.

L’archivio di storie sulla nonviolenza e di come affrontare attacchi violenti è consultabile qui.


Bryan Farrell

Bryan Farrel è il co-fondatore ed editore di Waging Nonviolence. Inoltre ospita e produce il podcast, City of Refuge. I suoi lavori sono stati pubblicati su The Guardian, The Nation, Mother Jones, Slate, Grist and Earth Island Journal. Seguitelo su Twitter @bryanwith2eyes.


Fonte: Waging Nonviolence, 15 ottobre 2020

Traduzione di Anita Tozzi per il Centro Studi Sereno Regis


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.