L’amore non basta | Recensione di Angela Dogliotti Marasso

Luigi Ciotti, L’amore non basta, Giunti, Firenze 2020, pp.  246, € 18,00

L’autobiografia di don Luigi Ciotti recentemente pubblicata da Giunti è, come la definisce lui stesso, una «storia di tante storie», a cominciare dalle sue esperienze di bambino immigrato dal Veneto nella Torino degli anni Cinquanta, fino agli ultimi sviluppi della sua impresa di «prete di strada», il Gruppo Abele.

Ciotti racconta di come sia stato il suo maestro, l’arcivescovo di Torino, Padre Michele Pellegrino, ad affidargli come «parrocchia» la strada, nel momento in cui lo ordinò sacerdote e, rivolgendosi a quei ragazzi «disadattati» e «devianti» presenti alla celebrazione, disse:

Voi pensate, lo so, che adesso vi porti via il vostro Luigi. Che gli affidi una parrocchia e delle responsabilità che lo terrebbero lontano da voi. State tranquilli, non è così. Io lo so che la sua vocazione è per voi, in mezzo a voi. Ed è per questo che come parrocchia gli affido la strada.(p. 89)

E così è stato. Dal lavoro con gli istituti di rieducazione all’impegno verso chi cadeva nella trappola della droga, dalla vicinanza verso i malati di Aids, i drammi delle prostitute, la difficile vita di omosessuali e trans, i senzatetto, la presenza del Gruppo Abele si fa sempre più prossima a quelli che sono «gli ultimi» di turno, operando in campi diversi con un volontariato  inteso come impegno umano e civile per ridare dignità a tutti.

E in questa prospettiva, fin dall’inizio il Gruppo Abele ha posto una grande attenzione alla cultura e alla formazione: con l’Università della Strada, le proposte per la scuola, una biblioteca aperta al pubblico, le riviste «Animazione sociale» e «Narcomafie», la casa editrice (le Edizioni Gruppo Abele), fino alla recente creazione della Casacomune Laudato si’ Laudato qui nella Certosa di Avigliana, dove si tengono corsi ad alto livello su temi di grande attualità.

Nella convinzione che solo nell’incontro, nella relazione, nel fare qualcosa insieme, il cambiamento personale trova di che alimentarsi (p. 209), il Gruppo Abele accetta di accogliere ex-terroristi inserendoli nelle proprie attività e trovando per loro il posto più adatto. È stata, questa, una delle esperienze più difficili da far comprendere, portata avanti nella certezza della funzione rieducativa e riparativa, non vendicativa, della pena e sapendo che accogliere chi ha commesso violenza non significa allontanarsi dal fianco di chi la subisce (p. 209). 

Una delle imprese più ambiziose e rischiose, è il lavoro contro le mafie di tutti i tipi, messo in campo attraverso l’associazione Libera, che da anni opera nel contrasto fattivo alle mafie, con azioni di pressione politica per confiscare i beni dei mafiosi e restituirli alla collettività, con la creazione di cooperative di lavoro per produrre beni su questi terreni liberati dalle mafie. 

Liberi di scegliere, a sostegno di chi provenendo da una famiglia di mafia vuole uscirne, e Amunì, che si occupa di giustizia riparativa per ragazzi finiti nel circuito criminale, sono due progetti legati a questi contesti.

Impegnandosi su questi temi il Gruppo Abele non poteva non scontrarsi anche con il problema del caporalato. Insieme alla pressione politica per ottenere una legge contro il caporalato, che sarà approvata nel 2016, nasce anche il marchio «NO CAP», come certificazione anticaporalato sui prodotti delle cooperative del Gruppo.

Ma fin dai primi anni si esprime anche una fattiva solidarietà internazionale attraverso progetti di accoglienza di ragazzi di strada in Costa d’Avorio, Centri di documentazione, alfabetizzazione, formazione professionale in diversi paesi  (Mali, Burkina, Marocco, Vietnam, Messico, Guatemala). Soprattutto in America Latina opera una rete internazionale di lotta alle mafie promossa da Libera.

Tutto ciò ben sapendo, tuttavia, che se si va “a casa loro”, se si toccano con mano certi contesti, non è difficile comprendere che l’aiuto che l’Occidente dà, sia in forme istituzionali che private,è una goccia nell’oceano: certamente può incidere in positivo sulla vita di singole persone e comunità, però non basta a scalfire i meccanismi che perpetuano l’ingiustizia. (p. 250) […] Per sperare di cominciare ad arginare i flussi migratori, consentendo a chiunque di partire perché lo vuole e non perché è costretto, i problemi dei paesi africani andrebbero affrontati in modo deciso e strutturale, attraverso politiche interne di lotta alle disuguaglianze e alla corruzione, e politiche internazionali meno predatorie.

Un porto è una porta, un valico è un varco: le storie di questi ultimi tempi sono legate all’immigrazione. Di chi tenta di attraversare il Mediterraneo e spesso finisce in mare, o di chi tenta di attraversare una frontiera alpina – come Blessing, giovane nigeriana inghiottita da un torrente vicino a Claviere – come un secolo fa succedeva ai nostri nonni e bisnonni nel tentativo di attraversare illegalmente il confine. Così don Ciotti incontra anche gli amici della Mare Ionio di Mediterranea, l’unica nave non governativa battente bandiera italiana impegnata nel pattugliamento in mare per intercettare le imbarcazioni di migranti in difficoltà prima che sia troppo tardi, stringendo le mani di quei volontari che oltre alla vita di tanti naufraghi, stanno di fatto salvando la faccia all’Italia e all’Europa di fronte alla storia. (p. 254)

I “poveri cristi”, i “crocefissi” di oggi non sono gli stessi di ieri, ma nello stesso modo ci provocano, ci interrogano, ci chiedono di aiutarli a portare la loro croce.E ci aiutano a sentire più leggera la nostra.(p. 262)

Così si conclude la Seconda parte del libro, diviso in tre Sezioni: Nel nome del padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

In quest’ultima parte don Ciotti approfondisce le ragioni del suo impegno umano e di fede, cercando di comprendere cosa sia questo Spirito che è come il vento che non lascia dormire la polvere (David Maria Turoldo) ed afferma, con papa Francesco, che una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di saldare il Cielo e la terra: ecco perché spesso  nei suoi interventi i due riferimenti citati da don Ciotti sono il Vangelo e la Costituzione.

Perché, per occuparsi degli altri, l’amore non basta. […] l’amore è una base troppo fragile. Occorre il sentimento di giustizia, ossia una profonda empatia per le vicende umane, quel sentire sulla pelle le ferite degli altri che impedisce l’indifferenza, il giudizio e il pregiudizio, frutti velenosi dell’ignoranza.(p. 280)

Così si conclude, senza nascondersi anche i limiti e i fallimenti, il racconto di questa storia che ne racchiude tante e che continua con nuovi protagonisti e protagoniste, nuove modalità di intervento, ma nello spirito di sempre: la fede nell’uomo è gemella della fede in Dio, anche se certi fatti portano a dubitare, a credere che la natura umana sia incorreggibile. C’è però una scintilla che non si spegne e dice che esiste un disegno provvidenziale, una natura umana capace di soffocare il peggio ed esprimere il meglio che ha in sé. (p. 317)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.