INDIA. Chi è Stan Swamy? E perché a 83 anni è in galera per terrorismo? | Daniela Bezzi

Il gesuita – attivista

In Jharkhand, uno stato del centro India normalmente escluso dalle rotte turistiche, lo conoscono tutti come il gesuita-attivista, da sempre accanto agli adivasi nella difesa dei loro diritti. Una difesa difficile, perché quasi sempre si tratta di diritti considerati sì fondamentali da una quantità di protocolli e risoluzioni (dalla stessa dichiarazione universale dei diritti umani, per esempio, laddove sancisce il diritto alla sussistenza delle popolazioni indigene del pianeta), ma così facilmente negati – per non dire ignorati dagli stessi ‘aventi diritto’.

Io pure l’ho conosciuto in questa veste, quando per la prima volta vent’anni fa mi sono trovata a visitare quella regione per via di un reportage sull’allucinante devastazione ambientale in corso da decenni. Miniere, miniere e ancora miniere a vista d’occhio. Osceni crateri a cielo aperto che in omaggio all’unico ‘sviluppo’ destinato a quei territori così ricchi di risorse minerarie, avevano già cancellato interi tratti di foresta e costretto al displacement, alla coazione dello sfollamento, un impressionante numero di villaggi.

Villaggi poveri, indifesi contro gli abusi

Lo ricordo come se fosse oggi quell’incontro, in uno spoglio edificio alla periferia di Chaibasa, nel sud della regione, dove la terra è particolarmente rossa per la straordinaria ricchezza di materiale ferroso. Io proveniente da Delhi, e accompagnata fin lì da un attivista dell’etnia Munda, la più numerosa in Jharkhand. E anche lui, Padre Swamy, solo da pochi anni approdato su al nord dal natìo Tamil Nadu e fin da subito coinvolto nell’indagine di una serie di linciaggi nei confronti della popolazione femminile di quella zona. Episodi che sembravano seguire tutti uno stesso copione, che mescolava insieme primitive superstizioni e moderne angosce.

In poche parole Padre Stan mi spiegò la chiarissima correlazione tra la situazione di landgrabbing sempre più indiscriminata e violenta, e quella serie di delitti che i vari avamposti di polizia sempre segnalavano come ‘caccia alle streghe’! Dopo questo primo, rapido incontro visitammo un paio di questi villaggi, quasi completamente disertati dalla popolazione maschile (migrata altrove in cerca di lavoro) e totalmente abbandonati alla capacità di resistenza delle donne, con gli anziani da accudire, il magro orticello da lavorare, il prodotto della terra che non bastava a sfamare tutti quanti – e poi le malattie, i decessi, un quadro disperante di emergenze. 

E inevitabilmente capita che la sfortuna si abbatta in modo particolare su questa o quella casami spiegò ancora Padre Stane che la gente cominci a farsi delle domande e a mormorare”. E nella crescente e contagiosa ansietà, ecco che i sospetti si addensano a un certo punto verso una certa donna, magari rimasta proprio senza nessuno, da sempre un po’ ai margini perché considerata strana – che presto viene identificata come la probabile portatrice dal devileye, il malocchio. E’ a questo punto che entra in azione anche qualche uomo richiamato dalla città. L’aggressione avviene durante notti cupe e senza luna, con efferata crudeltà – quasi impossibile credere che nel terzo millennio possano ancora accadere situazioni simili. Ma per me è evidente che la causa non è la superstizione, ma la povertà estrema e la disperazione cui questi villaggi sono stati ridotti. Sotto l’assedio di una modernità che non riescono a decifrare, per logiche che sono al di là della loro capacità di reazione, in un quadro di sistematico abuso dei più fondamentali diritti. Diritti che neppure sanno di avere.”

Lo ‘sportello diritti

Precisamente a questa missione di sensibilizzazione delle popolazioni adivasi del Jharkhand circa i propri fondamentali diritti, Padre Swamy dedicò tutti gli anni successivi, trasferendosi da Chaibasa nella più centrale Ranchi dove nel 2005 creò uno Sportello Diritti prima sulla centralissima Purulia Road, per poi spostarsi in una zona più periferica, e con una struttura concepita come un laboratorio di formazione sul fronte di tutti i possibili diritti e misure di  auto-tutela che le popolazioni indigene del Jharkhand avrebbero il diritto di rivendicare in un quadro di legalità (in grado quindi di fornire anche accoglienza per gruppi sempre più numerosi provenienti dai villaggi) e presto nota non solo in Jharkhand come Bagaicha cioè ‘giardino’. 

Cito da un’intervista che Stan Swamy ebbe occasione di rilasciare a un gruppetto di “turisti solidali” anni fa (e pubblicata in JoharJharkhand – Yatra Onlus Edizioni, che ho avuto il piacere di curare), quando stava per iniziare la bella avventura con Bagaicha: “Abbiamo aperto questo luogo, in una zona così decentrata rispetto ad altreprestigiose istituzioni dell’Ordine cui appartengo, per renderci più disponibili al contatto con le comunità adivasi che approdano qui in città. Il nostro obiettivo è aiutarle a capire la dimensione dei problemi di cui sono protagonisti e in che modo affrontarli, in situazioni di diritti negati. La cosa che cerchiamo di spiegare è che i diritti non sono mai concessi a priori, bisogna conquistarseli. Il nostro compito quindi è accompagnare queste comunità alla consapevolezza dei diritti, stimolarle a difendersi. E’ un’educazione alla resistenza civile, alla leadership nelle situazioni di crisi, che spesso vede anche noi in prima linea.”

E qualche paragrafo più in là: “Ahimé,il più delle volte la risposta dei Poteri Forti è solo repressiva. Capita spesso che il Governo, istigato dalle multinazionali, incarichi la polizia di mettere in galera i capi dei movimenti che si oppongono alle logiche di questo sviluppo estrattivo. Le accuse possono essere di furto, violenza sessuale – crimini comuni, che hanno però l’effetto di costringere gli interessati a ricorrere alla leggeper difendersi…

Stan Swamy terrorista

Alle condizione dei tanti finiti in galera per motivazioni in effetti socio-politiche, Stan Swamy ha poi dedicato il meglio delle sue ultime energie, come testimoniano i preziosi dossier pubblicati. E quella stessa sorte è toccata infine anche a lui, e con un capo di accusa PER NIENTE comune: addirittura terrorismo, nell’ambito di un complotto che sarebbe stato ordito dai maoisti un paio di anni fa, che avrebbe avuto l’obiettivo di eliminare fisicamente il Primo Ministro Narendra Modi. Accusa palesemente surreale, per un uomo – prima ancora che religioso e attivista – come Stan Swamy: così visibilmente fragile da faticare persino a parlare, e in tale avanzato stadio di Parkinson da non riuscire a tenere in mano una tazzina.

Nel tardo pomeriggio dell’8 ottobre scorso, una camionetta della polizia si è presentata al suo spartano quartierino all’interno di Bagaicha. Non era la prima volta: le perquisizioni e gli interrogatori-fiume si erano già verificati più volte in passato, con ‘regolare’ requisizione del computer e del telefonino – ogni possibile elemento ‘probatorio’ era già in possesso del NIA (Agenzia Investigativa Nazionale), come ha sottolineato lo stesso Swamy.  Ma questa volta si è trattato di un arresto in piena regola, senza neppure considerare la richiesta dei domiciliari, data l’età e le precarie condizioni di salute. Gli Agenti lo hanno tradotto prima in galera a Ranchi e poi spedito alla prigione di Taloja nel Maharashtra, la stessa in cui (tra oltre mille detenuti ammassati in pochissime celle super affollate nonostante il Covid) sono già prigionieri in attesa di giudizio altri 16 “pericolosi terroristi” come lui: per esempio l’avvocatessa e valorosa sindacalista Sudha Baradwaj, o lo scrittore-avvocato Arun Ferreira, per non dire del poeta (e comunista dichiarato) Varavaro Rao, dell’intellettuale ‘intoccabile’ Anand Teltumbde… e tanti altri, tutti accusati della stessa cospirazione ai danni di Narendra Modi, contestualmente ai disordini verificatisi a Bhima-Koregaon il primo gennaio 2018.

Una vicenda, quella di Bhima Koregaon – con la quantità dei procedimenti giudiziari che ne sono conseguiti – che sarebbe lungo ricostruire in questo breve articolo, e che è stata letteralmente devastante per il variegato mosaico dei movimenti sociali in India.  In tale vicenda è stata infatti applicata la draconiana UAPA (la legge di prevenzione delle cosiddette ‘attività illegali’) che autorizza iter procedurali così prolungati nel tempo da equivalere all’ergastolo. 

Un dissenso partecipato

Solo due giorni prima del suo arresto Padre Swamy aveva registrato su You Tube una toccante memoria-video, diventato subito virale

che così concludeva:

“Quello che sta succedendo a me, non è un episodio isolato. Fa parte di un più ampio processo che riguarda tutto il paese. Intellettuali, avvocati, scrittori, poeti, attivisti, studenti, sindacalisti, vengono messi in prigione perchéhanno espresso il loro dissenso o sollevato obiezioni circa gli interessi che guidano le classi dominanti dell’India. Anche noi siamo parte di questo processo e in un certo senso ne sono fiero. Poiché non ho potuto restare spettatore silenzioso, ma sono diventato parte in causa, sono pronto a pagare il prezzo, qualunque esso sia.”

Immediata e tuttora molto partecipata, quasi due settimane dopo l’arresto, è stata la risposta dell’India dei Movimenti, con martellante condivisioni di appelli sui social, ripetuti sit-in a Delhi come a Kolkata e a Mumbai, una catena umana di centinaia di persone in Kerala – e manifestazioni pressoché quotidiane nella città di Ranchi, in Jharkhand, dove lo stesso Ministro in carica, Hemant Soren, si è significativamente pronunciato contro questa ennesima misura repressiva da parte del Governo Centrale dell’India.

La repressione non viene esercitata solo all’interno della minoranza cristiana, e non riguarda solo le appartenenze religiose: è chiaro che con questo arresto si inaugura una partita che non mancherà di soffiare sul fuoco della polarizzazione inter-confessionale. Un confronto in cui l’area della cristianità si trova non solo in sfavorevole minoranza rispetto al sempre più aggressivo maggioritarismo indù, ma è costantemente sotto attacco in quanto portatrice di valori decisamente ‘in dissenso’ rispetto all’India della Disuguaglianza e delle Caste – come ribadito anche di recente dall’ultima Enciclica di Papa Francesco, Fratelli Tutti,che riprende con ancor più forza le istanze di giustizia sociale oltre che ambientale già espresse nella Laudato Si’.

Di questi valori, e da sempre, da prima di qualsiasi Enciclica, l’attivista-gesuita Stan Swamy è stato coraggioso difensore. Ed ecco perché a 83 anni è ore “il più anziano prigioniero politico dell’India (e forse del mondo)”, come sottolineato da un recente servizio della BBC.

A Padre Stan Swamy, a tutti i detenuti di Taloja Jail e a tutti gli attivisti indiani impegnati nella salvaguardia dei più elementari Diritti Umani in India in questo difficile momento, la nostra più sentita vicinanza.

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