Arundhati Roy, voce dal silenzio | Daniela Bezzi

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Intervista. L’autrice indiana di «Il dio delle piccole cose», attivista politica dei diritti umani, racconta il suo paese durante la quarantena

Arundhati Roy
 Arundhati Roy

Rapido bilancio di un lockdown che in India, date le dimensioni, è stato anche il più grande del mondo. L’impressionante esodo non è mai finito e chissà quando si concluderà, anche oltre la prevista data di riapertura, il 17 maggio. Il viaggio della dis/peranza, il ritorno a casa di centinaia di milioni rimasti senza alcun futuro nelle città dopo l’improvviso annuncio del confinamento il 24 marzo scorso, è semplicemente continuato, a piedi, in bicicletta, aggrappati ai camion, infinito serial di emergenze, finalmente visibili su tutti i canali TV anche per i ceti provvisti di casa in cui confinarsi. Alle prime scene di moltitudini in fuga, è seguita la chiusura dei confini tra alcuni stati, e le soluzioni di fortuna gestite da varie autorità: ricoveri, tendopoli, marciapiedi, distribuzione del rancio con la faccia del Primo Ministro Modi stampata sopra, o direttamente col mestolo dai pentoloni, tutti in fila e distanziati. Lockdown quindi più potenzialmente infettivo che altro, come sarebbe stato ovvio prevedere.

Incredibile ma vero, i primi treni ‘organizzati’ intra-stati, si sono resi disponibili solo il primo di maggio, festa del lavoro che in India l’anno scorso registrò cortei letteralmente oceanici, e che quest’anno ha coinciso con la fine di tutto, lavoro compreso, e compreso anche quello nei campi nonostante sia questo il tempo dei raccolti. Lo scenario immediatamente successivo sarà di fame, penuria alimentare su tutti i fronti, classi abbienti comprese. E tra tutti, l’episodio più sconvolgente si è verificato settimana scorsa lungo una certa linea ferroviaria che collega il Maharashtra con il Madhya Pradesh: 16 camminanti falciati via nel sonno da un treno merci. Si erano accasciati esausti sulle rotaie dopo ore di marcia sotto il sole, contavano di riprendere prima dell’alba e invece non hanno neppure sentito la sirena del treno che cercava di frenare, in rete le foto di quel che resta, ciabattine di plastica, sparsi chapati, stracci. In compenso le cifre del contagio restano basse, 67.700 in tutto, con neanche 2.500 decessi (meno di quelli registrati in US nella sola giornata del 6 maggio).

Ma in crescita, 4.213 contagi in più solo nelle ultime 24 ore, forse a causa del massiccio rimpatrio che è iniziato anche dall’estero: decine di aerei addetti a una migranza di rientro ben più presentabile ma più pericolosa di quella a piedi, considerate le aeree di provenienza, US, UK, Germania, Italia, il peggio forse deve ancora venire.

Che India sarà quella che si affaccia alla ripresa fra due giorni? Ne abbiamo parlato con la scrittrice Arundhati Roy, anche lei in lockdown. Ma per niente confinata né in silenzio.

Lunghe interviste a «Democracy Now», «Intercept», «Deutche Welle»; e vari articoli, l’ultimo dei quali questa settimana su Progressive International, la piattaforma nata dall’alleanza di Diem25 e Sanders Institute con l’obiettivo di contribuire all’unione delle forze per il quanto mai necessario e urgente cambiamento. Soprattutto in tempi di limitate libertà personali e crescente, data per scontata, se non addirittura invocata sorveglianza.

Partiamo dai numeri, così incredibilmente bassi per 1.4 miliardi di popolazione…

Numeri sicuramente inaffidabili come direi un po’ ovunque, per la diversità dei criteri di calcolo, oltre alla scarsità dei test. In India per esempio da noi si contano solo i morti in ospedale, e veniamo a scoprire che solo il 22% delle morti vengono diagnosticate, chissà quanti altri saranno i decessi per/a causa del Covid, magari per fame, o colpo di sole mentre erano in marcia.
L’unica cosa certa è che sia il lockdown che il social/physical distancing non possono funzionare in India, se pensiamo alle decine di milioni negli slum. Prendi Dharavi, la più grande baraccopoli dell’Asia, a Mumbai: un milione di persone in 2 km quadrati, un WC ogni 1400 residenti, come sarà possibile un minimo d’igiene, per non dire confinamento, o quarantena? Per cui chissà, probabile che con tutti i virus che ci volano intorno, l’India ha un sistema immunitario all’altezza del Corona. O forse è vero che il caldo riduce la sua carica infettiva, e da fine marzo le temperature qui sono già alte.
Ma la gravità della situazione che si è creata nel corso di questo mese e mezzo, non è solo sanitaria, bensì sul fronte economico, per non dire dei diritti umani, della repressione che si è scatenata approfittando dall’emergenza Covid. E più ancora sul fronte della più odiosa islamofobia, dilagante ormai a macchia d’olio e con toni inquietanti.

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Ha fatto rumore una sua recente intervista al canale «Deutsche Welle» in cui per l’appunto descrive questa dilagante islamofobia come qualcosa che potrebbe preludere a un genocidio. Ci aiuta a ricostruire l’escalation di questa situazione?

Gli episodi di violenza, o veri e proprio massacri organizzati dalla maggioranza indù contro la minoranza mussulmana in India non sono una novità, pensiamo al pogrom che è continuato per mesi nel 2002 in Gujarath, quando Narendra Modi era al Governo di quello Stato e fu senz’altro complice per il fatto di non aver mosso un dito. Da quando nel 2014 Modi è diventato Primo Ministro dell’India, è stato un crescendo di linciaggi, punizioni corporali e (quel che è peggio) campagne di hate speech seguitissime sui social. L’obiettivo è fomentare il disprezzo contro tutte le minoranze dell’India, ma soprattutto contro i mussulmani, in nome di un suprematismo indù che dice di ispirarsi al fascismo del primo Mussolini, ma in realtà è già tutto inscritto nella millenaria Legge di Manu, che predica su base religiosa la disuguaglianza castale.

Ma per venire a queste ultime settimane: subito dopo l’annuncio del lockdown, ecco la notizia di vari casi di contagio in un quartiere poco distante da dove abito, Nizamuddin, che solo qualche tempo prima aveva ospitato un convegno importante per il mondo islamico, con numerosi delegati dall’estero della stessa congregazione, la Tablighi Jamaat, che l’aveva organizzato. Ed ecco che parte su Twitter l’ashtag #CoronaJihad, con toni da caccia all’uomo e un’infinità di situazioni odiose, per esempio in Assam, dove i migranti che premono ai confini con il Bangla Desh vengono definiti ‘termiti’ persino nei talkshow; o in Jharkhand, dove una donna gravida viene malmenata mentre sta per entrare in ospedale, finché perde i sensi e anche il bambino; per non dire degli stessi delegati TJ ancora in visita in India, braccati come criminali, sottoposti a interrogatori per tracciare gli eventuali infetti, gettati in pasto all’opinione pubblica come Human Bombs, agenti di chissà quale complotto… sarebbe infinito l’elenco dei casi, regolarmente amplificati dai media e subito incendiari sui social. Ma ciò che mi ha spinto a parlarne in termini di pre-genocidio, è la componente di non casualità che vedo in tutti questi momenti. Perché non è che un genocidio succede così, da un giorno all’altro. C’è un processo di predisposizione emotiva e culturale che lo prepara, che porta alla costruzione del nemico in quanto appunto portatore di pericolo, malattie. Ed ecco che un’intera comunità viene demonizzata, ostracizzata psicologicamente ed economicamente, come confermerebbe chiunque si è trovato a studiare questo tipo di processi. Non è successa la stessa cosa in Germania, quando cavalcando la paura del tifo o del colera, il nazismo inaugurò l’ostilità verso gli ebrei come ‘agenti patogeni’?

Eppure, nei mesi precedenti l’annuncio della pandemia, le città dell’India erano state teatro del più partecipato movimento di proteste contro la vituperata legge di cittadinanza, così evidentemente discriminante per la stessa comunità mussulmana, e con il più ampio consenso della popolazione. Come spiega un così rapido deteriorarsi della situazione?

Infatti! Soprattutto a Delhi erano successe cose straordinarie tra dicembre e febbraio, in risposta alle incursioni della polizia nelle università occupate, JNU, Jamia Millia Islamia, l’intera città solidale con queste istanze di fondamentale cittadinanza. E dopo gli incidenti più gravi verso metà dicembre, ecco l’inizio di quel bellissimo sit-in sempre più grande di donne, nel quartiere di Shaheen Bagh, che nel giro di pochi giorni si sarebbe trasformato nel più vasto e duraturo movimento non violento nella storia dell’India post-coloniale. E con una partecipazione di collettiva creatività, reading di poesia, concerti di musica, laboratori per bambini, di tutto… tra l’altro subito emulato in altre città dell’India, Kolkata, Mumbai, Bengaluru.

A questo aggiungi i risultati delle amministrative nello stato di Delhi, che l’8 febbraio riconfermarono il mandato al partito Aam Admi (Partito dell’uomo qualunque) con schiacciante maggioranza: 62 seggi su 70, una clamorosa bocciatura per il BJP. Ma ahimè la vendetta non si è fatta attendere: verso fine febbraio, ecco l’attacco in un’area operaia a maggioranza mussulmana a nord di Delhi, con squadracce di vigilantes armati fino ai denti mentre le forze dell’ordine restavano a guardare. Caccia all’uomo per i vicoli, case incendiate, corpi martoriati lasciati imputridire nei canali di scolo: lo stesso copione già visto in Gujarath, alle porte della capitale e proprio mentre in uno stadio nuovo di zecca ad Amdebadh andava in scena la visita di Trump al suo omologo (in tutti i sensi) indiano, un milione di spettatori a fargli festa. E tutti i riflettori puntati ovviamente lì: le decine di morti negli scontri di Delhi, passarono in secondo piano.

E ancor più in Italia, dove in primo piano c’erano i primi casi di Covid: zona rossa, dibattiti in TV, il propagarsi del virus a così enorme distanza da Wuhan. Di quel bagno di sangue passato inosservato nonostante la ferocia, ci accorgemmo solo verso i primi di marzo, con quella sua lettera subito virale sui social che così concludeva: «questa è la nostra versione del Coronavirus… e siamo tutti infettati». E anche in India è arrivato poi il Corona vero…

E da una parte ci ha trovato terribilmente impreparati, dall’altro è servito ad accelerare quel regolamento di conti sul fronte di tutte le libertà costituzionali, che era già nell’aria, funzionale tra l’altro a distrarre l’opinione pubblica dalla pessima gestione della crisi. E così è successo che le impressionanti scene dell’esodo, delle centinaia di milioni di poveri che cercavano di tornare a casa dopo essere stati privati di qualsiasi fonte di reddito – sono diventate un po’ meno impressionanti grazie alla raffica di arresti e denunce, per intellettuali, attivisti, giornalisti, tutti sommariamente accusati o indiziati di comportamenti anti-national.

A metà aprile ecco la resa (come se fossero dei ricercati) di due straordinari intellettuali, Anand Teltumbde e Gautam Navlaka, entrambi con una mole impressionante di pubblicazioni, interventi, campagne sul fronte dei diritti umani: il primo in difesa dei dalits, per la messa al bando di quella vergogna che resta la questione castale; il secondo già molto attivo anni fa nello sforzo di controinformazione rispetto a quell’infinita guerra civile tra esercito indiano e naxaliti nelle zone minerarie del centro India, e non meno attivo più di recente sulla sempre più grave repressione in Kashmir, in totale lockdown da mesi.

Notare la data di questi arresti: 14 aprile, l’anniversario della nascita di Ambedkar, che per un’enorme parte dell’India in resistenza contro uno Stato sempre più dominato da interessi corporativi, è molto più di una figura simbolica. E quindi: doppio sfregio. Ma in galera hanno rischiato di finire anche Siddharth Varadarajan, fondatore dell’ottimo sito The Wire da lui stesso fondato; parecchi giornalisti non ancora arresi in Kashmir; per non dire dei leader della protesta studentesca dei mesi scorsi, tra cui una giovane che ho conosciuto, Safoora, benché incinta. Tutti colpevoli dello stesso crimine: aver osato il dissenso. L’ultima vittima di questo attivismo repressivo è stato persino il Presidente della Commissione per i Diritti delle Minoranze, Zafurul Islam Khan. La settimana scorsa si è trovato in casa una trentina di poliziotti, e solo per motivi di anzianità l’interrogatorio si è svolto al suo domicilio invece che in questura. Il suo crimine: aver reso pubblica su Facebook il testo di una interrogazione alle autorità competenti, in merito appunto agli episodi di cui sopra – come era nei suoi compiti.

Gli ultimi giorni di questo lockdown indiano sono stati persino più drammatici degli inizi, con la notizia di incidenti in due diversi impianti chimici nel sud dell’India, già da tempo nel mirino delle associazioni ambientaliste; per non dire dei 16 migranti morti nel sonno sotto un treno merci, in Madhya Pradesh; o delle cronache di scontri tra comuni cittadini e forze dell’ordine che si sono registrati qua e là. Che India sarà quella che sta per riaprirsi dopo 56 giorni di lockdown?

È un’India ferita nel profondo, irrimediabilmente separata nelle sue abissali diseguaglianze, da sempre ignorate benché sotto gli occhi di tutti, ed ora spettacolarmente evidenti. Il lockdown ha non solo provocato il blocco di molte attività economiche, ma chissà per quanto tempo distanziato dai luoghi di lavoro una colossale manovalanza a bassissimi costi, che sarà difficile recuperare e che al tempo stesso alimenterà la più disperante disoccupazione ovunque: se già prima del lockdown la situazione era drammatica, con il tasso peggiore in 40 anni, figuriamoci ora, con un intero sub-continente in sofferenza, gli stati più poveri che prima vivevano di rimesse dalle città, che si trovano con un’eccedenza di bocche da sfamare. Lo spettro per tutti è già quello della fame, pensando ai campi in abbandono, e in questo che sarebbe tempo di raccolti.

Come per il corpo umano, questo virus sembra aver avuto l’effetto di accelerare il collasso anche nel corpo sociale. Tutte le malattie già da prima latenti, sono esplose. Con l’unica consolazione che adesso, questo mosaico emergenziale è sotto gli occhi di tutti: chi ha avuto il privilegio del lockdown tra le mura domestiche, non ha potuto fare a meno di vedere la magnitudine di un disastro che prima gli viveva sì accanto, ma era dato per scontato, situazione interstiziale, funzionale alla crescita. Cosa potrà succedere nelle prossime settimane e mesi, dipende da ognuno di noi, non solo in India: continuare alla cieca sugli stessi tracciati, oppure lavorare al cambiamento, come ho cercato di dire in quello scritto Il virus come portale che ho visto molto condiviso. E non meno inquietante, anzi forse di più, è la rapidità con cui questa situazione emergenziale, sta naturalmente scivolando verso lo stato di sorveglianza. Uno ‘sviluppo’ annunciato un po’ ovunque, e che in India sta avvenendo con incredibile velocità. Una certa applicazione chiamata «Arogya Setu» è già stata scaricata da 60 milioni di utenti, e dichiarata obbligatoria per i dipendenti del Governo. Se prima del Corona eravamo alle soglie di tutto questo senza quasi saperlo, ora siamo i primi a voler essere controllati, con motivazioni precauzionali.

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il manifesto, EDIZIONE DEL 16.05.2020