L’«emigrazione» dei rifiuti non ha frontiere, i danni economici e ambientali | Marinella Correggia

La crisi va all’estero. Roma esporterà migliaia di tonnellate di spazzatura surplus, tutto su mezzi super inquinanti

In futuro, se l’umanità sarà riuscita a sopravvivere alla propria pesantezza ambientale e sociale, si studierà con stupefatto disgusto il trasporto su lunghe distanze dell’immondizia, con notevole dispendio energetico e relative emissioni di gas serra, proprio mentre tutti insistono sul caos climatico. Di fronte all’ordinaria «emergenza rifiuti» a Roma, un accordo fra le istituzioni a tutti i livelli ha stabilito che la soluzione di medio termine è negoziare con paesi stranieri dell’Ue per poter conferire i rifiuti in surplus. La crisi va all’estero, come si faceva con la Cina per i rifiuti plastici che ora il paese asiatico non accetta più. Delle 4.600 tonnellate al giorno di rifiuti prodotti dalla capitale, 2.600 sono indifferenziate (del resto la stessa raccolta differenziata non è la panacea) e ogni anno il Campidoglio esporta in altre province, regioni o nazioni centinaia di migliaia di tonnellate di spazzatura in cerca di un qualsivoglia trattamento. E ha un bel costo anche in termini di effetto serra questa spedizione dei rifiuti che da una parte i cittadini producono con disinvoltura – quasi 600 kg annui pro capite a Roma, alla faccia della prima R delle norme europee in termini di rifiuti, cioè la «riduzione» – e dall’altra un’amministrazione capitolina sedicente del cambiamento e della sostenibilità si è rivelata in tre anni totalmente incapace di gestire.

Oltre al pesante inquinamento acustico e atmosferico e allo spreco di denaro pubblico legati al trasporto su gomma dei rifiuti, colpisce l’indifferenza per l’impronta climatica dei tir che a centinaia ogni giorno pensano ad allontanare da Roma i prodotti di scarto di un sistema ben lontano dal punto 12 (modelli di produzione e consumo sostenibili) degli Obiettivi di sviluppo del millennio, l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile fissata dall’Onu.

Un tir di 40 tonnellate (peso lordo) consuma per 100 chilometri intorno ai 30-35 litri di gasolio. E le emissioni, per litro di gasolio? Scegliamo i dati forniti dal sito di Quattroruote, non propriamente un organo ecologista interessato a calcare la mano sulle responsabilità. Secondo il sito, un litro di gasolio comporta l’emissione di 2,65 chilogrammi di anidride carbonica; in tutto fanno, per 100 chilometri, intorno ai 90 chilogrammi per ognuno di questi bestioni della strada. Per percorrere 1.000 chilometri, le emissioni del nostro tir di immondizia saranno pari a quasi mille chilogrammi. Moltiplichiamoli per decine di migliaia di camion ogni anno. E se, putacaso, l’immondizia deve arrivare – arrossendo – fino in Svezia, i chilometri sono oltre 2.550. Peraltro, un lungo studio Cng and Lng for vehicles and ships – the facts, realizzato nel 2018 dall’organizzazione Transport & Environment, stronca l’idea che la transizione per un trasporto più pulito possa passare dai veicoli alimentati a metano. Tir compresi.

Ma non basta. Se in sé l’insufficienza di raccolta differenziata e relativa lavorazione a corto raggio è già un gran limite (si pensi soprattutto al mancato compostaggio degli scarti organici), il difetto peggiore sta nel manico. La pletora di imballaggi contenenti alimenti e bevande spesso poco salutari o inutili, frutto di lunghi processi di trasformazione (energivori) e di interminabili spole (in tir), così come i prodotti monouso per vocazione o per mode indotte, insomma l’eccesso in tutte le sue noncuranti forme, richiederebbero uno sciopero cittadino: minimizzare i rifiuti di qualunque tipo.

Fonte: il manifesto, 10 luglio 2019

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