Perché gli uomini fanno la guerra | Non proprio una recensione di Cinzia Picchioni

Bertrand Russell, Perché gli uomini fanno la guerra, Piano B, Prato 2015, pp. 184, € 13,00

Il libro in inglese è uscito nel 2005; Russell è morto nel 1970; il libro nel Regno Unito è stato censurato per moltissimi anni, per via dell’orientamento pacifista, si pensa.

Ora esce in italiano per Piano B Edizioni, quasi «in coppia» con un altro classico, con un titolo che ha la parola «perché» nel titolo: Perché non possiamo aspettare, e contiene scritti di Martin Luther King. In effetti i due libri sono uguali nel formato, nella scelta dei caratteri, nella copertina dello stesso genere. La Collana è la stessa e si chiama «la mala parte», così i due libri sembrano chiedere di essere comprati e conservati insieme, in una serie (la segnalazione a breve, da queste stesse «pagine»).

Con una bellissima copertina, il libro di Russell – tradotto da Antonio Tozzi, lo stesso del citato testo di Martin Luther King – propone alcune riflessioni del filosofo, sullo Stato, l’educazione, il matrimonio, la religione… ma soprattutto su «Che cosa possiamo fare», l’ultimo capitolo che, a pagina 157, si apre con la domanda «Che cosa possiamo fare per il mondo in cui viviamo?» cui Russell tenta di rispondere, per 18 pagine, con parole come queste:

«Il principio supremo, sia in politica che nella vita privata, dovrebbe essere il seguente: promuovere tutto ciò che è creativo e ridurre gli impulsi e i desideri che orbitano intorno al possesso. Attualmente lo Stato è per lo più un’incarnazione degli impulsi possessivi: all’interno protegge i ricchi contro i poveri; all’esterno usa la forza per lo sfruttamento dei popoli inferiori e per la competizione con gli altri Stati», p. 105.

Sulla guerra poi, Bertrand Russell, da vecchio scrive parole che purtroppo risultano tuttora attualissime, e bene ha fatto l’editore a metterle nella Quarta di copertina, subito visibili a tutti:

«Siamo noi, i vecchi, ad aver peccato: abbiamo mandato questi giovani sui campi di battaglia per le nostre maledette passioni, per la nostra morte spirituale, per la nostra incapacità di vivere generosamente del calore del cuore e della viva visione dello spirito. Usciamo da questa morte, poiché siamo noi i morti, non i giovani caduti per la nostra paura di vivere. Anche i loro fantasmi sono più vivi di noi; ci espongono all’eterno ludibrio di tutti i tempi futuri».

Oggi siamo in quei tempi futuri, esposti all’eterno ludibrio…

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