In Iraq la sinistra che vince, né con gli Usa né con l’Iran | Martina Pignatti Morano

Era inizio marzo a Baghdad e la sera si poteva già cenare in giardino. Siamo arrivati a casa di Jassim Al-Helfi, presidente di un Centro di ricerca della società civile e uno dei leader del Partito Comunista Iracheno, camminando in una città piena di gente, luci e musica per le strade. Nessun segnale di tensione o paura di attentati, si percepiva aria di cambiamento e speranza.

Eravamo amici da un decennio di questo uomo mite e coraggioso, appassionato fautore della giustizia sociale e della lotta nonviolenta ma non potevamo immaginare che, pochi mesi dopo, l’alleanza politica da lui costruita avrebbe vinto le elezioni in Iraq. Portando per la prima volta in Parlamento varie donne comuniste di cui una di Najaf, feudo di un Islam conservatore e di una società tribale patriarcale e maschilista.

Avete letto bene: il Partito Comunista Iracheno ha spinto per una coalizione elettorale con il movimento del clerico sciita Moktada al-Sadr, lo ha persuaso a modificare la sua visione della società e le sue strategie di lotta, e il 12 maggio il loro movimento Sairoon (“In marcia”) ha raccolto il voto della masse impoverite da guerra, corruzione e mancanza di servizi. Hanno vinto le elezioni con un notevole distacco dalla seconda lista, quella di Amiri guidata dalle milizie sciite filo-Iraniane, e dalla terza lista del premier in carica Al-Abadi, che sperava di vincere capitalizzando sulla sua vittoria militare contro Daesh (IS).

Abadi era un raro alleato sia degli Usa che dell’Iran quindi sembrava accontentare tutti. Invece ha prevalso un leader come Al-Sadr che ha guidato due rivolte armate contro l’occupazione americana e si è espresso con fermezza contro il controllo dell’Iran sulla politica irachena, che ha deciso di scendere in piazza accanto a laici e società civile contro la corruzione, che ha accettato la disciplina nonviolenta di quel movimento proposta dal Partito Comunista, che ha resistito alle provocazioni quando l’esercito ha sparato sulla sua gente, che ha poi citato Gandhi in un comizio in Piazza Tahreer e si è professato fautore di uno stato laico e di un Iraq non confessionale, non diviso tra etnie: una nazione unita, un governo al servizio dei più poveri.

Jassim quella sera di marzo ci ha fatti sedere in giardino mentre le sue guardie del corpo, che lui tratta come fratelli, ci servivano la cena. Aveva chiamato per noi un giovane promettente musicista di Baghdad, attivista anche lui, con il suo Oud perché suonasse per noi.

Quale leader della sinistra italiana, pensavo tra me e me, inviterebbe un musicista vicino al partito a suonare per i suoi amici internazionali quando gli fanno visita, per fare due chiacchiere su politica e società? Con noi c’erano i ragazzi del Forum Sociale Iracheno, dei movimenti per il diritto all’acqua e i diritti dei lavoratori, che noi di Un Ponte Per… sosteniamo da sempre.

Jassim ci ha raccontato che nel 2015 gli attivisti della società civile e della sinistra irachena che avevano lanciato le manifestazioni del venerdì contro la corruzione hanno deciso consapevolmente di aprire la piazza ai seguaci di Moktada al-Sadr. In molti hanno criticato questa scelta, accusando Jassim di essersi venduto agli islamisti, ma lui si è reso conto che solo il movimento sciita avrebbe portato nella protesta gli strati più poveri della popolazione.

Quando hanno fatto irruzione, in migliaia, nella Zona Verde governativa di Baghdad facendo crollare i muri e le barricate di cemento armato, la gente ha capito cose significasse il privilegio: l’acqua potabile usata per annaffiare le aiuole, le fontane sempre in funzione, mentre a Sadr City nelle case c’era acqua e elettricità solo poche ore al giorno.

Da qui la rabbia, e quella richiesta di Moktada a porte chiuse ai leader del Partito Comunista, numericamente pochissimi rispetto ai suoi seguaci, eppure rispettati come partner politici: e ora che siamo nella Zona Verde cosa volete? Un colpo di stato? No, fu la risposta. “Ora usciamo, senza disordini e senza distruggere edifici né auto blu, iniziamo a costruire un nuovo movimento politico per le elezioni del 2018, e poi vinciamo”. Così hanno fatto.

E’ successo in elezioni dove ha votato solo il 45% della popolazione, ma i sostenitori di Sairoon non hanno disertato le urne perché credono nell’agenda di riforma di quella coalizione. Dovranno cercare accordi con altri per formare un governo, una strada difficile che noi Italiani conosciamo bene.

Ma oggi di fronte a questo scenario costruito da un’alleanza tra diversi, con il contributo di tante nostre amiche e amici attiviste/i per i diritti umani, non possiamo far altro che credere nell’altro Iraq possibile, in costruzione.


Martina Pignatti Morano e presidente di Un Ponte Per…
14 maggio 2018, Un ponte per…

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.