Divide et impera, a chi giova? – Gli USA e l’ex Jugoslavia

Marilyn Langlois

L’uomo è un animale sociale e la sua sopravvivenza dipende dalla cooperazione con i suoi simili e dal mutuo sostegno. Solo in un’atmosfera in cui si percepiscono scarsità, minacce e conflitti irrisolti le persone si dividono e demonizzano “l’altro”. Il comune denominatore nelle situazioni divide et impera è la crescente concentrazione della ricchezza e del controllo economico nelle mani di una minoranza avida a scapito delle famiglie povere e dei lavoratori.

Per impedire che le divisioni si approfondiscano e portino alla violenza, dobbiamo cercare chi potrebbe avere motivo di creare tale atmosfera e favorire queste divisioni. Si potrebbe avere la tentazione di puntare il dito contro questo o contro quello, dimenticando però di considerare chi, stando in agguato nell’oscurità, trae vantaggio dai contrasti e rimane impunito per la sua complicità nel problema. In altre parole, ricordiamoci di osservare chi ci guadagna e di non lasciarlo fuori dal gioco.

Durante le primarie presidenziali americane del 2016, molti commentatori etichettarono Bernie Sanders come un “candidato populista di sinistra” e il più noto concorrente repubblicano come un “candidato populista di destra”, considerando il populismo come una semplice tattica per attrarre voti in due modi diversi. Per maggiore correttezza, occorre distinguere fra un populismo inclusivo, che si batte per il benessere di tutti, e un populismo divisivo, che serve un programma di “divide et impera” a beneficio dei ricchi e dei potenti.

Il populismo divisivo, sposato dal candidato che ora è il presidente degli Usa, ha portato alla rinascita della supremazia bianca e alla violenza con motivazioni razziali, traducendosi in lauti guadagni per l’industria delle armi e della sicurezza. Il populismo inclusivo di Sanders, invece, volto a garantire assistenza sanitaria, salario minimo e istruzione gratuita per tutti, è di per sé al servizio di tutti.

Il populismo inclusivo di Tito nell’ex Jugoslavia era ricordato con nostalgia da molte persone che ho incontrato in quella zona durante una visita quest’estate, in cerca di indizi sulla divisione del paese e su chi ne abbia beneficiato. In Bosnia – patria di musulmani, serbi, croati e altre minoranze – la nostra guida locale, un umanista cordiale che si era sempre considerato in primo luogo jugoslavo, lodava la politica di Tito di uguali diritti, uguale trattamento ed ugual valore per tutti i cittadini. Anche se non fu sempre realizzata alla perfezione, questa politica pose le basi per la coesistenza pacifica in una società assai multiculturale, con una storia di periodici scontri etnici.

La Jugoslavia di Tito era una felice via di mezzo fra le dure restrizioni del blocco sovietico e il capitalismo occidentale a ruota libera, con alcuni vincitori e molti perdenti. Il suo sistema socialista scoraggiava ulteriormente le divisioni, poiché dava la priorità alla casa, all’istruzione, alla sanità, all’occupazione e all’arricchimento culturale per tutti, e allo stesso tempo consentiva libertà di viaggiare e apertura al dialogo politico e alla cooperazione economica con l’Occidente.

Che cosa accadde allora negli anni ’90? Come poté crollare tutto? Numerosi giornalisti e studiosi indipendenti hanno fornito analisi penetranti, sorprendentemente diverse dalla narrativa ufficiale occidentale, spesso ripetuta, che le differenze etniche scatenarono spontaneamente una violenta guerra 25 anni fa [i].

Regalo di bambini a Tito, in mostra al Museo di Storia Jugoslava di Belgrado.

L’indebolimento della Federazione Jugoslava poteva essere inevitabile dopo la morte del capo carismatico nel 1980, seguita da una complessa formula di condivisione del governo. Tuttavia si sarebbero potuti evitare molti spargimenti di sangue, sofferenze e distruzioni, se le potenze occidentali non avessero intenzionalmente soffiato sul fuoco del nazionalismo e del populismo divisivo. Insistenti richieste di restituzione dei prestiti del FMI crearono una situazione di scarsità e furono seguite dal riconoscimento prematuro e illegale degli stati secessionisti da parte dell’Occidente, senza dare ai popoli jugoslavi il tempo e lo spazio sufficienti per risolvere i conflitti interni su federalismo, autodeterminazione e confini. Mentre nel 1992 Maastricht cercava di unificare le nazioni europee, gli USA e la Germania miravano a frammentare la Jugoslavia: appoggiarono certi gruppi di nazionalisti estremisti e ne demonizzarono solo uno, permisero abusi e incitarono alla rappresaglia; il tutto culminò con i massicci ed illegittimi bombardamenti USA/NATO. Come in tutte le situazioni di guerra, l’industria degli armamenti prosperò.

Diana Johnstone avanzò delle ipotesi sui motivi che inducevano gli USA a provocare la scomparsa della Jugoslavia:

“… La Jugoslavia era diventata un nemico sia come un ‘bene’ scartato sia come una potenziale alternativa. Quando crollò il blocco sovietico, la Jugoslavia non allineata perse il suo valore per l’Occidente come ‘bene’ strategico. Come paese nominalmente socialista e con notevoli relazioni nel Terzo Mondo, grazie al suo ruolo nel Movimento dei Non Allineati, la Jugoslavia poteva essere considerata come un potenziale modello alternativo. Se il paese fosse rimasto unito, avrebbe potuto ostacolare i piani occidentali per la regione …” [ii]

Ora, 25 anni dopo, ho visto come molti di questi “piani occidentali” sono stati realizzati. In Slovenia, Croazia e Bosnia, enormi e moderni centri commerciali, che ospitano catene di grandi magazzini e negozi di marche internazionali, hanno preso piede ai margini dei centri urbani e allettano gli abitanti a spendere i loro magri salari, facendo sì che notevoli profitti lascino il paese e finiscano nelle tasche di ricchi azionisti. La nostra guida croata notava che, nonostante l’apparente ricchezza delle località turistiche della costa dalmata, c’è ancora molta disoccupazione e scarsità di alloggi.

Manifesto donato da Pablo Picasso per il film Jugoslavo del 1969 “La battaglia della Neretva”

La leggendaria “Città del Cinema” di Belgrado, commemorata nel premiato documentario “Cinema Komunisto”, ospitava Avala Film, di proprietà statale, ed era la sede della fiorente industria cinematografica, alimentata dall’amore di Tito per il cinema e importante bene per l’economia jugoslava. Dopo la violenta divisione della Jugoslavia negli anni ’90, le potenze occidentali si assicurarono che i nuovi governanti serbi seguissero le linee dell’economia neoliberista, comprese numerose privatizzazioni a prezzo di saldo. Gli studi di Avala Film, con 73 ettari di terreno e i diritti sull’intero catalogo dei film prodotti (circa 200 film e 400 documentari) furono valutati 105 milioni di euro nel 2008 dall’Agenzia Serba per le Privatizzazioni, ma nel 2015 furono venduti a investitori privati per solo 8,1 milioni di euro. [iii]

Molti abitanti di Belgrado stanno protestando contro gli sfratti e le ristrutturazioni di lusso favoriti da funzionari eletti filo-occidentali. Da un giorno all’altro centinaia di persone sono state sfrattate dalle loro vecchie abitazioni sulla riva del fiume Sava per far posto a un lussuoso progetto privato di sviluppo edilizio, finanziato dall’estero, chiamato “Belgrade Waterfront” (“Lungofiume di Belgrado”), che i precedenti abitanti dell’area non si potranno permettere.

Cartelloni pubblicitari di un lussuoso progetto di sviluppo edilizio a Belgrado

Ovunque ci siano potenti interessi economici, i militari non restano mai indietro nel proteggerli. In Kosovo, ricco di risorse minerarie, trasformato in protettorato NATO dopo il 1999 e apparentemente indipendente dal 2008, gli USA hanno impiantato un’importante base militare, Camp Bondsteel, quartier generale delle operazioni NATO in corso. Manifestazioni di sentimenti anti-serbi sono ancora visibili in Kosovo, storicamente culla della cultura serba ma ora praticamente abbandonato dalla popolazione serba. Ironicamente, dopo aver massicciamente bombardato le infrastrutture e le istituzioni serbo-jugoslave nel 1999, unità militari della NATO ora proteggono dalle minacce del vandalismo nazionalistico albanese il monastero serbo ortodosso di Decani del XIV secolo, riconosciuto dall’UNESCO patrimonio dell’umanità.

Militari NATO di guardia al Monastero di Decani in Kosovo

Il Montenegro, la cui popolazione storicamente condivide una notevole affinità con la cultura serba, dopo le guerre rimase a far parte della Jugoslavia mutilata. Le grandi potenze, tuttavia, riuscirono a insinuare un cuneo fra Montenegro e Serbia. Il primo dichiarò l’indipendenza nel 2006, con la benedizione USA e la garanzia che fossero eletti governanti filoamericani. Per garantire la lealtà del Montenegro verso l’Occidente e allontanare l’influenza russa, nel giugno 2017 gli USA accolsero nella NATO questo piccolo stato balcanico, con un esercito di soli 2.000 uomini; il vicepresidente USA Pence venne in visita in agosto per siglare l’accordo. Il Kosovo e il Montenegro sono gli unici stati non appartenenti all’UE cui è stato concesso di adottare unilateralmente l’euro, verosimilmente per facilitare gli investimenti e i profitti esteri.

Durante il viaggio nei paesi dell’ex Jugoslavia, ciò che mi ha dato speranza è stato incontrare e conoscere frequentemente persone che rifiutano le divisioni nazionaliste e che incarnano gli istinti umani elementari di cooperazione e mutuo sostegno, a prescindere dall’identità etnica. Nonostante i cattivi comportamenti intorno a noi, ciò che è profondamente umano continua e riaffiorare e non può essere completamente soffocato.

Amici in Bosnia: diverse origini etniche, una sola umanità.

Se continuiamo ad attingere a quest’umanità profonda e a respingere costantemente gli incentivi alla divisione, noi esseri umani possiamo sicuramente unire le forze per assicurare una vita decente a tutti, compresi quelli che oggi sono poveri o ricchi o una via di mezzo. In un altro editoriale nel prossimo futuro ritornerò sull’argomento di far rivivere il populismo inclusivo per raggiungere questo scopo. Restate sintonizzati.

NOTE:

[i] Alcuni riferimenti:

Diana Johnstone, Fools’ Crusade:  Yugoslavia, NATO and Western Delusions (New Monthly Review Press, New York 2002).

Malte Olschewski, Von den Karawanken bis zum Kosovo: Die geheime Geschichte der Kriege in Jugoslawien (Braumüller, Wien 2000)

Cathrin Schütz, Die NATO-Intervention in Jugoslawien:  Hintergründe, Nebenwirkungen und Folgen (Braumüller, Wien 2003)

Michael Parenti, To Kill a Nation:  The Attack on Yugoslavia (Verso, New York 2000)

[ii] Johnstone, 11-12.

[iii] Note del produttore per il DVD “Cinema Komunisto”

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Marilyn Langlois è un membro di TRANSCEND USA West Coast. È un’organizzatrice volontaria di comunità e un’attivista di solidarietà internazionale, residente a Richmond, California. Cofondatrice della Richmond Progressive Alliance, membro dello Haiti Action Committee e membro della direzione della Task Force on the Americas, è ora in pensione dopo aver lavorato come insegnante, segretaria, amministratrice, mediatrice e sostenitrice di comunità.

#504 | Marilyn Langlois – TRANSCEND Media Service – EDITORIALE, 23 ottobre 2017
Titolo originale: Divide and Conquer, Cui Bono? – The US and Former Yugoslavia

Traduzione di Franco Malpeli per il Centro Studi Sereno Regis

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