Il conflitto nella penisola coreana: una via d’uscita | Johan Galtung


Il villaggio sudcoreano di Panmunjom, sede dei colloqui diplomatici tra Pyongyang e Seoul, il 30 settembre 2013. (Jacquelyn Martin, Reuters/Contrasto)

Il villaggio sudcoreano di Panmunjom, sede dei colloqui diplomatici tra Pyongyang e Seoul, il 30 settembre 2013. (Jacquelyn Martin, Reuters/Contrasto)

Jeju Peace Forum, Kwangju National University, Seoul; Sud-Corea

Come per il conflitto Israele-Palestina, il mondo si è stufato: “ma come. le due Coree non ne sanno ancora venire a capo?” Come per Israele-Palestina, ci sono dentro gli USA; rendendo complicata la situazione.

La situazione non è mai stata così tesa dalla fine della guerra in Corea, più di 60 anni fa. Non solo per la bomba nucleare con i missili della Nord-Corea e l’aggressiva reazione pro-nucleare in Sud-Corea e Giappone, ma per l’assenza di mosse in avanti per risolvere il conflitto sottostante. E dov’è questo conflitto? Non fra Nord- e Sud-Corea, ma fra Nord-Corea e USA che, dopo oltre 140 anni di vittoriosa politica di guerra, in Corea hanno dovuto accettare un armistizio, non la vittoria. Conflitto vuol dire obiettivi incompatibili. Andando a Pyongyang si scopre che i loro obiettivi sono il trattato di pace, la normalizzazione dei rapporti, e una penisola coreana denuclearizzata. Mentre l’obiettivo USA è il crollo dell’attuale regime nord-coreano; in mancanza del quale, status quo. Data la minaccia di una guerra con grossi coinvolgimenti, perfino nucleare, tale obiettivo è insostenibile. Alcune considerazioni:

  • Perché la Nord-Corea dispone di potenzialità nucleari [militari]? Perché è minacciata dall’alleanza USA-Sud Corea in generale e dal loro “Spirito di Squadra” in particolare, in modo da scoraggiare attacchi convenzionali o nucleari; cioè per contrattaccare, particolarmente verso la probabile origine di tali temuti attacchi: le basi USA di Okinawa e delle RyuKyu, e [ormai] il Giappone stesso. Banale logica militare.

  • Inoltre per avere una carta negoziale in qualunque processo di denuclearizzazione, che sarebbe ovviamente da monitorare; dato poi il barare degli USA riguardo alla neutralizzazione austriaca del 1955 focalizzata particolarmente su tale elemento.

  • Inoltre per mostrare che non si sta crollando e si è in grado di produrre bombe nucleari e i loro missili vettori; altro che crollo.

  • Inoltre, infaustamente, giacché la risposta estrema è minacciata dal collasso. Suicidio nucleare? Più probabilmente si tratterebbe di far fuori coloro che sono considerati come ribelli cronici, mai disposti ad ammorbidirsi usando boicottaggi e sanzioni.

Picchiate un cane ripetutamente e ammattisce. La Nord-Corea è stata colpita, anche da piogge eccezionali che hanno provocato smottamenti e ricoperto di terra vastissime aree coltivate, ma colpita soprattutto da una iniqua alleanza Seoul-Washington. Seoul commette pure un fratricidio nei confronti di fratelli e sorelle nel Nord-Corea, porta morte e distruzione, perché Seoul detesta quel regime.

Questa situazione ha reso entrambe le Coree società assurde, disgiunte dalla realtà. Nel Nord una società confuciana fondamentalista permeata di reverenza filiale verso i Kim, che ritiene che lo spirito di Kim Il Sung passi nel figlio e nel nipote, personificazioni del volere della nazione; nel Sud con i Park, che oggi governano una società fotocopia del Giappone fin nei minimi dettagli per un isterico anti-nipponismo, controllata in modo pervasivo dagli Stati Uniti.

Cambieranno entrambe. Le assurdità non reggono.

La Sud-Corea è anche un paese cristiano, cattolico-metodista. Ma non si percepisce Ama Il Tuo Vicino né Ama Il Tuo Nemico, piuttosto una Seoul pronta “a giudicare i vivi e i morti”. Insieme agli USA.

Le sanzioni sono paragonabili a un terrorismo multi-stato, che come il terrorismo e il terrorismo di stato colpisce i deboli, gli indifesi, e come questi ha un effetto boomerang. Idea: “liberatevi dei vostri capi e il terrorismo cesserà”. Realtà: le vittime si rivoltano contro i sicari, non contro i capi. Un’altra assurdità.

C’è una via d’uscita. Costruire sugli obiettivi nord-coreani, prenderli in parola. Il loro regime cambierà, come tutti i regimi; anche gli USA stanno avanzando adesso verso cambiamenti sostanziali. Si progetti un trattato di pace, come con la Sud-Corea, si normalizzino i rapporti diplomatici Nord-Sud e Nord-USA; e si configuri un regime per una penisola coreana denuclearizzata, distruggendo o togliendo di mezzo le armi risultanti a uno scrupoloso monitoraggio ONU.

I due atti giuridici per la normalizzazione e la denuclearizzazione vengono poi scambiati e affidati a una terza parte in deposito di garanzia – l’Assemblea Generale ONU, non il Consiglio di Sicurezza, troppo simile ai Colloqui a Sei [per Israele-Palestina, ndt].

Poi: attuazione; preferibilmente rapida, stile de Gaulle.

Ma questo è solo l’inizio, nulla più che un rimedio a una situazione patologica molto pericolosa. Poi c’è il peace-building, basato sulla cooperazione al fine di benefici reciproci e uguali, secondo equità (non come qualche chaebol-?? [conglomerato aziendale, ndt] sud-coreano che si procura mano d’opera a buon mercato al nord), e armonia basata su una profonda empatia vicendevole, condividendo gioie e dolori; non al contrario godendo delle altrui sofferenze e del crollo imminente perché le “sanzioni stanno mordendo nel vivo”.

Di 40 proposte del genere eccone due.

C’è la zona marittima contestata fra due diversi confini marittimi: la si usi per pesca e allevamento ittico congiunti; spartendone i ricavi al 40%-40%, destinandone il 20% all’ecologia e all’amministrazione.

Non ci sono voli Seoul-Pyongyang: se ne istituiscano in ambo le direzioni; utilizzandoli anche per i lavoratori edili e il personale delle due [istituende] ambasciate.

Ben inteso, è improbabile che gli USA rinsaviscano al punto da iniziare tutto quanto esposto, benché non impossibile – l’assurdità insita nel proprio boicottaggio a Cuba viene rimediata dopo ben 58 anni. In quanto alla Corea, [magari] con una presidenza Trump o Sanders, ma non con una bellicosa Clinton.

Lo deve fare la Sud-Corea, diventando un paese indipendente, autonomo, non gestito in ogni dettaglio [dagli USA], almeno su questo tema. C’è un meccanismo di più lungo respiro: le assurdità hanno una aspettativa di vita limitata come testimoniato dal declino e la caduta degli imperi, britannico, sovietico e USA.

E c’è una possibilità a breve termine: che il potere presidenziale in Sud-Corea passi al Segretario generale dell’ONU – da due mandati – Ban Ki Moon, se eletto come candidato dell’attuale partito di governo Sae Noo Ri. Badando alla sua scelta terminologica sulla questione coreana, egli ha sempre dato particolare importanza al dialogo. E saprebbe come gestire un’Assemblea Generale ONU Unita per la Pace, potrebbe avere contatti dialogici con la Nord-Corea; il resto si presenterebbe più o meno come sopra.

Saprebbe una nazione coreana unita con due stati in pace ispirare gli altri quattro dei Sei [dell’area est-asiatica, ndt], i loro dieci rapporti tutti non-pacifici, anzi recentemente addirittura bellicosi per alcuni? La storia procede in fretta, oggidì. Se sospinta da pressioni democratiche dal basso; e trainata dal potere in alto.

Nº 430 – Johan Galtung, 30 maggio 2016
Titolo originale:
The Korean Peninsula Conflict: A Way Out
Traduzione di Miki Lanza e Franco Lovisolo per il Centro Studi Sereno Regis

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