T.A.V. in Val di Susa – Recensione di Cinzia Picchioni

cop_tav_in_val_di_susaMarco Cedolin, T.A.V. in Val di Susa, Arianna, Casalecchio 2006, pp. 136, 10,50

Ma T.A.V. è maschile o femminile?

Tutti Avanti Verso il baratro. Questo dovrebbe essere il nuovo svolgimento del celebre acronimo (femminile? Maschile? Ognuno lo dice – e lo scrive – come vuole!) Treno ad Alta Velocità. Sì, perché questo in realtà significa: danzare verso il baratro, proprio come sul Titanic (non a caso un’altra «grande opera», non a caso lo schianto fu anche a causa della velocità, non a caso la nave era stata dichiarata inaffondabile, un po’ come il T.A.V. è definito «opera indispensabile sennò…» e giù una serie di argomentazioni tutte all’insegna della crescita, dello sviluppo, dell’inarrestabilità).

Vorrei partire proprio da qui, dalle parole, per elogiare il libro di Marco Cedolin: nel capitolo di pp. 105 ss. – Crescita e decrescita – l’autore dedica molte righe al discorso del linguaggio, affermando che le parole siano diventati «gusci vuoti» senza un profondo significato:

«Quante volte guardando la televisione o leggendo i giornali c’imbattiamo in concetti quali “strategicità di un’opera”, “necessità di sviluppo”, “funzionale agli obiettivi di crescita”, “indispensabile alla ripresa economica”, […] “grandi infrastrutture d’importanza internazionale”. […] frasi fatte, luoghi comuni a effetto che […] sortiscono il risultato voluto perché tendiamo ad essere influenzati dalla ridonanza […]».

Non posso evitare di pensare al genio di Alexander Langer che propose di sostituire – nell’immaginario collettivo, ma anche nella realtà – al motto latino «citius, altius, fortius» (più veloce, più alto, più forte – vi viene in mente qualcosa/qualcuno?) il suo personale motto: «lentius, profundius, soavius» (più lento, più profondo, più dolce). Le parole non sono «cose», anche Marco Cedolin lo sa e lo sottolinea a proposito dell’improprio uso di certi termini come sinonimi di modernità: «Veloce, grande, globale, sostenibile, internazionale, imprescindibile, strategico, europeo, progresso, futuro, sviluppo, nuovo, crescita, […] “sviluppo sostenibile”, “ecologia industriale”, “crescita verde”, “produzione pulita”, “economia solidale”, “guerra pulita” […]».

Non solo proteste, ma anche proposte

Mi è piaciuto il libro di Cedolin, perché non si è limitato a dichiarare di non essere d’accordo con il Treno ad Alta Velocità, ma ha anche scritto di soluzioni alternative: che il problema dei rifiuti non si risolve costruendo inceneritori più grandi (più veloci, più alti, più forti…), ma andando alla radice della produzione dei rifiuti; che il problema del trasporto non si risolve costruendo nuove ferrovie più veloci e viadotti più alti con mezzi sempre più forti, ma «limitando la movimentazione schizofrenica delle merci […] investendo risorse per innalzare l’efficienza […] della rete ferroviaria attualmente esistente» (p. 116); che il problema dei pendolari non si risolve con miliardi di euro in treni veloci, ma magari razionalizzando a monte il mondo del lavoro, il pendolarismo stesso e dopo, anche, aumentando la frequenza dei convogli esistenti, migliorandone la puntualità. E tutto questo si può fare già ora, senza bucare le montagne:

«[…] risulta del tutto incomprensibile l’assoluta disinvoltura con la quale il mondo politico s’infervora sulla necessità di costruire linee per treni che sfrecceranno a 300 km/h da un capo all’altro dell’Europa, mentre il nostro sistema ferroviario attuale arranca nell’arretratezza e non riesce neppure a trasportare con un minimo di decenza i pendolari per poche decine di chilometri», p. 73.

Troppi Ancora i Veleni

Mi è piaciuto il libro di Cedolin, perché non si è limitato a scrivere della Val di Susa. Ha fatto cenno a Scanzano (e le sue storie, pardòn scorie, quelle radioattive, p. 117), a Melfi e i suoi operai, a Forlì e gli inceneritori (p. 128), ad Acerra e le sue ceneri (no, non come Pompei. Ad Acerra le ceneri – e la diossina – gli abitanti ce le hanno in casa, le respirano mentre sono ancora vivi!, p. 122). E per non sembrare «anarco-insurrezionalista-squatter-notav-delinquente-supercalifragilistichespiralidoso» Cedolin ha inserito una graziosa tabella – agghiacciante in verità – con i risultati di indagini sui danni derivanti dalle emissioni degli inceneritori, sulla salute sia dei lavoratori sia della popolazione civile che vive lì intorno (pp. 125-7).

Ragioni, poesia, realtà

Poi ci sono le ragioni del sì (pp. 49 ss.); le notti a Venaus (una delle località toccate dai cantieri per il Treno ad Alta Velocità, per chi non fosse piemontese), un capitolo imperdibile, da leggere come una poesia o come Centomila gavette di ghiaccio; protagonisti vecchi, bambini e famiglie, panini caldi, letti freddi, polizia come alla Diaz (quasi una rima).

Il libro è del 2006, ma bene ci farebbe leggerlo adesso, perché è un po’ come la storia degli aborigeni (ammesso che sia così) che non collegavano l’atto sessuale al concepimento perché il parto era troppo lontano – nove mesi! Anche noi mi sa che stiamo facendo così: quando crollerà la Fortezza da Basso (a Firenze) non penseremo che possa entrarci in qualche modo il Treno ad Alta Velocità, perché l’intera faccenda è iniziata nel 1984, la società che gestisce tutto è nata nel 1991, questo libro è del 2006. Ma se invece leggiamo – oggi, 8 anni dopo – la vicenda Impregilo (p. 87), la vicenda politica che sta dietro al T.A.V. (pp. 87 ss.), le strane morti (fra l’altro anche di Pasquale Cavaliere, p. 27) e le ripercussioni in tutt’Italia (pp. 12 ss., Mugello, Roma, Bologna, terzo valico Milano-Genova, nord-est, e Val di Susa), allora forse sapremo meglio interpretare la realtà di ciò che accade oggi e che accadrà domani.

E quando abbiamo capito?

Qualcosa possiamo fare fin da ora, leggendo nel libro previsioni (pp. 83 ss.) – puntualmente avveratesi – circa le grandi opere progettate per le Olimpiadi invernali a Torino (del 2006, proprio mentre usciva questo libro): nonostante la lungimiranza di chi scriveva, continuiamo tutt’oggi a innevare artificialmente le piste da sci, dimenticando allegramente che

«per ogni metro quadrato innevato artificialmente il consumo medio è di circa 3 kw, […] un’utenza domestica di 4 famiglie. L’attività di 100 cannoni emette in una sola settimana 270 tonnellate di anidride carbonica, una quantità che potrebbe essere assorbita solo piantando un bosco con una superficie pari a 70 campi da calcio. Ogni metro quadrato d’innevamento consuma almeno 200 litri d’acqua. Sempre più spesso durante l’innevamento i paesi dell’Alta Valle di Susa resteranno senza acqua e dovranno essere riforniti con le autobotti, poiché le falde acquifere vengono prosciugate per la produzione dell’innevamento artificiale», pp. 85-6.

Detto questo, e visto che, dopo 8 anni, il T.A.V. si sta facendo, nonostante le proteste, potremmo fin da ora partecipare a un’altra lotta per la Val di Susa, avendo questi dati? Decidere che il prossimo inverno non andremo a sciare dove c’è l’innevamento artificiale? Anche l’impianto per la neve artificiale è una «grande opera» che intende dichiarare la supremazia dell’uomo sulla natura, esattamente come vogliamo andare più veloci, sempre più veloci di quanto i nostri piedi ci consentirebbero, vogliamo sciare anche se non c’è neve. È uguale. E a proposito dello stato delle cose, è come uno schiaffo in faccia quello che Cedolin ci ricorda sul perché non siamo d’accordo col Treno ad Alta Velocità (giacché, a furia di ascoltare le parole usate male, abbiamo forse qualche dubbio). Decidete di «porgere l’altra guancia» e leggete le pagine 109 e 110. E già che ci siete, continuate a leggere anche le ultimissime pagine, prima della copertina, in cui gli editori (indipendenti) di questo e altri libri come questo ci raccontano perché hanno deciso di lavorare in tale direzione: «Le case editrici indipendenti propongono informazioni e conoscenze che altrimenti rimangono nascoste o vengono manipolate». Per informazioni: www.macroedizioni.it

Inutile aggiungere che il libro è stampato su carta riciclata e/o certificata e/o sbiancata senza cloro. Ma no, perché inutile?

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