Bandiere della pace. Bisogna crederci – Silvia De Vincentis

Vorrei rispondere al gentile lettore Andrea Sillioni  che lamentava a suo dire uno scarso interesse della gente in quella che è una partecipazione anche solo simbolica attraverso una bandiera (arcobaleno) che possa dimostrare vicinanza alle popolazioni duramente colpite nei vari conflitti e focolai di guerra, sopratutto nella Striscia di Gaza.

A mio modesto giudizio penso che il momento epocale di grande crisi economica ci abbia assuefatto anche alle scene atroci di morte e disperazione che i mass media ci fanno arrivare in casa a tutte le ore e nei vari talk politici dove emergono sempre di più le demagogie di tutti gli schieramenti.

Da questo si evince che la sensibilità e l’empatia verso altri popoli che vivono situazioni di terribile realtà come una guerra in corso la possano avere movimenti che ci credono da anni e non solo con bandiere di appartenenza che pure hanno  la loro grande importanza. Quei movimenti infatti tengono un riflettore acceso su tutte quelle che  sono le dinamiche e le mediazioni internazionali per un vivere dignitoso attraverso progetti di cooperazione e di sviluppo .

Comunque, ritornando alla domanda che si faceva il gentile lettore, in via Garibaldi 13 a Torino di bandiere ne può trovare esposte una per ogni finestra, oltre a quella Gandhiana e a quella del M.I.R. (Movimento Internazionale Riconciliazione). Oltre alla simbologia che rappresenta un credo c’è una militanza viva tra obiettori di coscienza, no tav, persone di tutte le estrazioni sociali e religione  che da decenni si occupano di lotta all’antimilitarismo e all’aquisto degli F35.

 

Silvia De Vincentis è stagista presso il Centro Studi Sereno Regis

La Stampa, 24 luglio 2014, Lettere al Direttore

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