Occhio per occhio e il mondo diventa cieco – Nanni Salio

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È perché ammiriamo e amiamo profondamente la ricchissima cultura ebraica, sagace, profonda, eclettica che siamo sempre più inorriditi dalla cecità della politica dell’attuale governo di Israele.
La violenza genera violenza. Il fondamentalismo religioso e culturale degli uni è lo specchio del fondamentalismo degli altri. Il terrorismo di stato genera e alimenta il terrorismo dal basso, in una spirale che si autoalimenta.

Il rapimento e la successiva uccisione dei tre giovani israeliani, avvenuti in circostanze ancora da chiarire, sono stati l’ennesima scintilla che ha innescato il ciclo della violenza.

In tutte le tradizioni religiose si insegna che la miglior vendetta è il perdono. E nella tradizione laica dello stato di diritto, di fronte a un crimine si attivano le procedure per individuare il colpevole e processarlo.

Ma l’attuale governo di Israele, come quello degli Stati Uniti, che lo sostiene acriticamente e colpevolmente da tempo, non riconosce il diritto internazionale e viola sistematicamente i diritti umani della popolazione palestinese che opprime da poco meno di un secolo.

Per uscire da questo vicolo cieco occorre trarre ispirazione dalle esperienze di trasformazione nonviolenta dei conflitti avvenute nel corso della storia, sotto la guida di grandi leader: da Gandhi e Badshah Khan (il Gandhi mussulmano) a Martin Luther King e Nelson Mandela.

La nonviolenza è il “varco della storia”, diceva Aldo Capitini, ma per aprire questo varco occorre tradurre i principi della nonviolenza non solo in termini etici, ma politici. Occorre andare oltre gli appelli, per quanto generosi, delle autorità religiose, che poco tempo fa si sono fatte sentire, con la visita di Papa Francesco, ma che non hanno prodotto nessun risultato concreto.

E’ necessario scuotere le coscienze, superare apatie, divisioni e delusioni e continuare alacremente il lavoro quotidiano di costruzione di una società nonviolenta ovunque nel mondo.

Le alternative sono ben delineate da tempo e le abbiamo viste in azione in molte occasioni nelle lotte nonviolente in Medio Oriente, anche se non hanno ancora raggiunto pienamente gli obiettivi desiderati.

Sono le azioni dei Corpi Civili di Pace che operano nei villaggi palestinesi; sono i movimenti i base che uniscono donne e uomini palestinesi e israeliani; sono le azioni di una diplomazia parallela a quella ufficiale che propongono soluzioni federaliste nonviolente per fare in Medio Oriente quello che, dopo la seconda guerra mondiale, fu fatto in Europa.

Quello che sta succedendo in Palestina, in Siria, in Iraq, in Ucraina, nel Centrafrica e in altri luoghi ancora, è il segno del retaggio di politiche ancora dominate dal complesso militare-industriale-mediatico-corporativo-scientifico, nel quale si sono aperte delle crepe, ma non sufficienti per la svolta epocale che attende l’umanità, perché possa non solo sopravvivere, ma vivere nella dignità e nel pieno rispetto dei diritti umani per tutti, nessuno escluso.