Diradando la nebbia sull’uso dei droni israeliani a Gaza – Amira Hass

I media stranieri sostengono che Israele usa i droni per incursioni sulla Striscia [di Gaza]. Un ricercatore palestinese respinge la tesi che tali attacchi siano ‘chirurgici’.

I palestinesi spengono l’incendio della macchina di Ahmed Jabari, capo dell'ala militare del movimento Hamas dopo che è stato colpito da un attacco aereo israeliano a Gaza il 14 novembre 2012.

I palestinesi spengono l’incendio della macchina di Ahmed Jabari, capo dell’ala militare del movimento Hamas dopo che è stato colpito da un attacco aereo israeliano a Gaza il 14 novembre 2012.

In una sala conferenze della città di Ramallah in Cisgiordania, sotto un grande ritratto degli inizi del XX° secolo, della rivoluzionaria ebrea-polacca Rosa Luxemburg, la scorsa settimana si è tenuta una discussione sull’uso da parte degli Stati Uniti e di Israele di veicoli aerei senza equipaggio per la ricognizione e per l’attacco. I partecipanti hanno anche parlato dei modi per contrastare questa modalità di guerra “alla video game”, come l’ha definita un ricercatore di Gaza.

Il dibattito è cominciato [con una relazione] della componente palestinese della Rosa Luxemburg Foundation, un istituto tedesco “impegnato per il socialismo democratico”, affiliato, pur rimanendone indipendente, al partito tedesco Die Linke.

L’esposizione fa riferimento allo studio commissionato dalla sede di Ramallah al Dr. Atef Abu Saif, docente di scienze politiche alla Università Al-Azhar di Gaza, per far fronte a una lacuna [presente] nella ricerca. Mentre molti Stati come anche le Nazioni Unite hanno studiato il sempre più criticato uso di attacchi con i droni, i dati sull’impiego di questi nella Striscia di Gaza da parte di Israele non sono disponibili, almeno non per la gente comune.

Secondo studi stranieri e palestinesi, l’aviazione israeliana utilizza in modo intensivo i droni nei suoi attacchi su Gaza, ma le autortà miltari israeliane non hanno mai confermato l’impiego di tali sistemi d’arma. Il rapporto di Abu Saif “Insonnia a Gaza, la guerra israeliana con i droni contro Gaza” si aggiunge a studi e ricerche dei media internazionali nel confutare l’affermazione, da parte dei fabbricanti e dei paesi che li utilizzano, che i droni effettuino “attacchi chirurgici” che non coinvolgono la popolazione civile innocente o che le causano i minori danni possibili.

L’amministrazione Obama, per esempio, ha affermato in diverse occasioni che le vittime civili da un attacco di drone, se ci sono , si contano sulle dita di una mano. Secondo una serie di studi americani e britannici, i dati reali sono molto più alti.

In assenza di rapporti ufficiali statunitensi o israeliane sul loro uso di droni, incluse le cifre sulle vittime, le organizzazioni internazionali e palestinesi hanno imparato a identificare gli attacchi dei droni sulla base delle ferite inferte, delle schegge trovate in loco e dei testimoni oculari che hanno riferito di aver visto o udito veicoli in volo prima e durante l’attacco.

“E ‘come un videogioco, ma è con noi e con le nostre vite che stanno giocando”, ha detto Abu Saif, che raccomanda una integrazione della documentazione e un aggiornamento delle vittime da droni nella Striscia. Abu Saif scrive che in base alle stime, durante i 23 giorni dell’operazione Piombo Fuso nel 2008-09, Israele ha effettuato 42 attacchi con droni che hanno ucciso 87 civili, tra i quali 29 bambini. Altri 73 civili sono rimasti feriti in questi attacchi. Durante l’operazione “Colonne di difesa” (novembre 2012), gli attacchi dei droni israeliani hanno ucciso 36 palestinesi, di cui 24 erano civili (quattro dei quali bambini).

Sulla base delle stime del Centro per i Diritti Umani Al-Mezan con sede a Gaza, e del Centro palestinese per i diritti umani di Gaza, mentre le incursioni nel novembre 2012 sono stati il 5 per cento di tutti gli attacchi israeliani, i droni sono stati responsabili del 20 per cento dei decessi (36 su 178).

Basandosi su una sentenza della Corte penale internazionale riguardante i crimini commessi in Jugoslavia, Abu Saif sostiene che gli omicidi mirati di persone quando sono con le loro famiglie o occupate in qualche attività civile, giustificati con la tesi che erano “combattenti” nel passato o probabilmente pronti ad esserlo anche in futuro, è immorale e illegale. All’estero cresce sempre di più nell’opinione pubblica la critica nei confronti della facilità con cui “qualcuno seduto in un ufficio climatizzato, all’interno di una base militare lontano dal teatro delle operazioni, studia le informazioni e analizza le foto raccolte e decide che la vita di qualcun altro deve finire”, scrive Abu Saif.

Abu Saif è andato anche oltre le questioni sollevate da altri ricercatori. Ad esempio, se i droni sono così precisi che chi li guida può sapere qualè il colore del vestito indossato dal bersaglio, come è possibile che siano feriti e uccisi così tanti civili? Una delle risposte è che, secondo i rapporti esteri e palestinesi, i droni non prendono di mira solo i ben definiti uomini armati o quelli ritenuti “combattenti” sulla base di informazioni di intelligence, ma anche quei comportamenti o azioni che i comandanti della camera di controllo interpretano come correlate ad azioni terroristiche. Per esempio andare in moto, o il formarsi di un gruppo di persone in un luogo aperto (che potrebbero essere agricoltori), passare il tempo sul tetto (bambini che giocano o che danno da mangiare ai piccioni) o il trasportare oggetti lunghi. Tali attacchi sono chiamati “colpi con la firma”, scrive Abu Saif.

La ricerca di Abu Saif integra le informazioni rese pubblicamente disponibili su Internet dai fabbricanti di armi israeliani, grazie alle indagini da parte di gruppi palestinesi e israeliane per i diritti umani sulle vittime di attacchi israeliani, agli studi internazionali, alle informazioni dei media, alle interviste e alle esperienze dirette.

Secondo Abu Saif, il drone che ronza frequentemente in sottofondo appartiene alla vita quotidiana di Gaza. Ma quando il ronzio del drone (chiamato “zanana” nel dialetto arabo) aumenta, la vita quotidiana si interrompe bruscamente, le persone credono che si tratti del segnale di un imminente attacco e non hanno modo di sapere se si trovano vicino al bersaglio o se essi stessi lo sono a causa del loro comportamento “sospetto”. Scolari e studenti trovano difficoltà a concentrarsi, soprattutto durante i periodi degli esami, molti soffrono per la ricomparsa di traumi passati e la famiglia e gli incontri sociali si disperdono rapidamente. “Attraverso il loro utilizzo di droni, [gli israeliani] sono presenti persino nelle camere da letto della gente di Gaza,” Abu Saif cita quello che ha detto il direttore di Al-Mezan Esam Younis. La giornalista Asma al-Roul è citata nella stessa maniera: “Mi sento come se fossi nuda. Il drone vede tutto quello che faccio”.

Abu Saif condivide la conclusione di molti ricercatori, scrittori e osservatori che i territori occupati da Israele nel 1967, in particolare la Striscia di Gaza, sono diventati un laboratorio per la sperimentazione delle armi. Successi operativi sulla pelle dei palestinesi aumentano il valore di questi ordigni sul mercato globale delle armi, che è il modo in cui Israele è diventato uno dei principali esportatori di armi del mondo, in particolare di droni, scrive Abu Saif. “Di conseguenza, la comunità internazionale, e soprattutto l’Europa, partecipa in molti modi diversi alla guerra di Israele con i droni contro i palestinesi a Gaza.”

Abu Saif è nato nel campo profughi di Jabalya da una famiglia espulsa da Jaffa nel 1948. E’ riuscito a completare i suoi studi universitari di primo grado presso l’Università Bir Zeit, prima che Israele limitasse e poi impedisse del tutto agli studenti universitari provenienti da Gaza di andare in Cisgiordania. È andato all’estero, in Inghilterra e in Italia, per[completare] i suoi studi universitari. In realtà Abu Saif non era presente alla riunione di Ramallah, non avendo ricevuto il permesso dalle autorità israeliane di venire in Cisgiordania. Ha fatto la sua presentazione in un video preregistrato e ha preso parte alla discussione attraverso Skype.

Quando gli è stato chiesto da Haaretz in che modo la guerra tecnologica ad alto contenuto di innovazione di Israele incide sull’opzione palestinese per la lotta armata, ha risposto: “A mio parere, con questo potere militare molto sbilanciato, è la lotta politica che può portare frutti. Ma suppongo che ci siano persone, che l’uso intensificato dei droni da parte di Israele li spinge semplicemente a progettare e immaginare il lancio di più razzi al di la del muro verso Israele. “

Haaretz, 1 marzo 2014, traduzione di Carlo Tagliacozzo

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