L’umanità è degna della pace

Enrico Peyretti

La Pacem in terris è nel contempo un testo laico, razionale, ed è una voce di fede universalista. Questa è la mia sintesi essenziale, che ricavo dalla partecipazione all’assemblea nazionale di Roma del 6 aprile. (Vedi testi e documenti nel sito www.chiesadituttichiesadeipoveri.it)

Sotto il primo aspetto, l’enciclica di Giovanni XXIII, nel 1963, dice che la pace non è impossibile agli uomini, alla ragione umana, alla storia umana nel tempo. Ci sono nella nostra storia esigenze assolute di pace e anche segni di pace. L’istinto vitale e la riflessione intelligente convincono e conducono a costruire, difendere, assicurare relazioni di pace, cioè rispondenti alla vita. La pace non è facile, ma è possibile. È necessaria all’umanizzazione dell’umano. È richiesta dalla dignità umana. L’umanità è degna della pace, deve diventarne degna, sta diventandone degna. La pace non è un regalo della fortuna, ma una costruzione della ragione, della morale, della politica.

Sotto il secondo aspetto, la Pacem in terris si rivolge agli “uomini di buona volontà” e ne interpreta le attese. La buona volontà è la volontà del Bene. Attraverso le diverse concezioni culturali e morali del Bene, conta riconoscere che nella storia umana è presente e agisce un Bene: è vivente secondo alcune religioni, è idea regolatrice secondo alcuni pensieri, è un valore che cammina con gli uomini e le donne, e li accompagna intimamente, nonostante forze e strutture avverse, ad una positiva soluzione dell’esistenza, salutare e più felice, o meno infelice.

La riflessione di Giovanni XXIII raccoglie un sentire che si può riscontrare universalmente: il Bene è presente negli esseri umani in quanto amati dal Bene reale e vivente, e quindi capaci di volere il Bene. Questo non è ottimismo dipendente da momenti fortunati, ma riconoscimento, con intelligenza di fede, di quella Realtà viva, variamente nominata nelle culture umane, spesso col nome comune “dio”, scritto con la maiuscola e fatto nome personale del Vivente interamente vivo e buono.

In termini cristiani, nel pensiero derivato e ispirato dalla rivelazione avvenuta nella persona di Gesù di Nazareth, si parla di storia umana come “luogo teologico”. Cioè, gli eventi umani contengono appelli e luci, da discernere tra le ombre avverse, che lo Spirito santo e buono rivolge e dona alle persone umane. Sono i “segni dei tempi” registrati nell’enciclica di papa Roncalli. Ad essi possiamo noi aggiungere le varie efficaci lotte nonviolente per la liberazione e la giustizia avvenute in questo cinquantennio successivo all’enciclica. Riconoscere questi segni e doni nei fatti ispira speranza attiva, impegno illuminato, coraggio contro i fattori di disperazione, volontà buona, amore per la vita, per i viventi, per il cosmo e per l’intera realtà, nota e ignota.

La Pacem in terris ha compiuto in modo mirabile questo riconoscimento profetico. Su questa base consistente di vita, il testo di Papa Giovanni, nello stesso spirito del Concilio da lui promosso, è un riascolto e un riesame del cristianesimo, della chiesa, dell’umanità stessa secondo il criterio della pace nonviolenta. La quale è compimento e dunque regola della convivenza, del vivere plurale e cooperante.

Oggi, nonostante immani mezzi, strutture, progetti di violenza fisica ed economica, che impone agli esseri umani e ai popoli diseguaglianze e sofferenze estremamente offensive, quel fermento di pace è presente e operante, perciò va riconosciuto e coltivato. La rassegnazione fatalistica alla guerra, alle diseguaglianze stabilite, che in altri tempi piegava le persone a subire le violenze come inevitabili, è fortemente diminuita e si avvia ad essere ripudiata. Culture costruttive di pace nonviolenta e relativi movimenti sociali e popolari sono presenti, non sono vincenti, ma fermentano nel profondo la storia umana.

Ciò basta per volere strenuamente e fiduciosamente pensare, lavorare, tessere relazioni e metodi nonviolenti nelle nostre vite e nella intera famiglia umana.

Nella Pacem in terris vedo dunque una ispirazione e la opportunità di una sua lettura “religiosa”, in termini non esclusivamente cristiani, ma plausibilmente universali. Eppure, essa si può leggere autenticamente anche come appello e messaggio semplicemente umanistico: il concetto in essa fondamentale, il filo conduttore, che è la “dignità umana”, è criterio di comunicazione tra tutti gli esseri umani consapevoli e attivi nell’opera aperta e continua della nostra umanizzazione.

Dall’assemblea sulla Pacem in terris, Roma 6 aprile 2013

Enrico Peyretti, 7 aprile 2013 (in viaggio da Roma a Torino)

 

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