Patatine fritte?

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Dal punto di vista dietetico, no, fanno ingrassare.

Dal punto di vista alimentare, no, appartengono alla famiglia delle solanacee (la solanina è un «veleno» per il corpo.

Dal punto di vista ecologico, no, per via della modalità con cui devono essere cucinate.

Analizziamo il terzo «no» dal punto di vista dell’olio: per friggere le patatine occorrono quantità «industriali» (è il caso di dirlo) di olio, e siccome ne occorre molto finiamo per utilizzare olio non ideale (che sarebbe quello extra-vergine), magari quei misteriosi olii «apposta per friggere»… poi, quando abbiamo terminato la frittura, che facciamo con l’olio che avanza?

Lo buttiamo nel lavandino o nel water closed? Sbagliato, perché arrivando alle falde acquifere rende l’acqua non potabile.

Lo mettiamo nella terra (delle piante o – se lo abbiamo – del giardino)? Sbagliato, perché impedisce alle piante di assorbire le sostanze nutritive.

Lo raccogliamo con della carta assorbente (quella dei sacchetti del pane va benissimo, senza usare la «carta-casa» di cellulosa vergine) che poi buttiamo nell’indifferenziata o nell’umido (dove c’è)? «Fuochino», perché è la soluzione migliore rispetto alle due precedenti.

«Fuoco» finalmente per questo procedimento: lo facciamo raffreddare, lo chiudiamo in una bottiglia di plastica e lo portiamo a una piattaforma ecologica (cercandola tramite il comune dove abitiamo, o telefonando allo 02.7750342 o visitando il sito del Consorzio per la raccolta e il riciclo degli oli alimentari usati www.consorzioconoe.it).

Ogni anno in Italia si producono circa 280mila tonnellate di olio alimentare usato che, se riciclato, fa risparmiare 84milioni di euro per costi ambientali e di depurazione. L’olio usato raccolto può trasformarsi in sostanze per creare i biocarburanti; se ne possono estrarre sostanze per fare saponette; diventa olio lubrificante vegetale per macchine agricole. Questa trasformazione però ha anch’essa un costo: lavorare una tonnellata di olio usato produce circa 850 chili di biodiesel, 80 chili di glicerina e 70 chili di scarto, per un costo di circa 200-250 euro (dati del Conoe, il consorzio che raccoglie e tratta l’olio alimentare usato).

Detto tutto questo non riesco proprio a fare a meno di pronunciare la fatidica frase: il rifiuto migliore è quello non prodotto. Inoltre, in questo caso, la frittura fa anche male alla salute. Allora potremmo decidere – anche in base ai dati che abbiamo raccolto – di friggere raramente, magari solo in occasioni speciali (che così diventano davvero «festa»); così magari potremmo farlo con olio extra-vergine di oliva, che è meno dannoso per la salute e, dopo averne assorbito (e mangiato) un po’ con il pane, potremo asciugare il resto con la carta e buttarla nella raccolta dell’umido. Oltretutto la friggitrice è uno degli «elettrodomestici» più energivori (la battono solo il condizionatore, il tostapane e il grill, guardacaso altri tre «aggeggi» dannosi se non inutili).

(a cura di Cinzia Picchioni – Per contatti: via Bertola, 57 – Torino – 011539170)