Dobbiamo diffondere senza timore la dottrina della satya (verità) e della ahimsa (nonviolenza) ,ed allora, e non prima di allora, potremo iniziare un satyagraha di massa” (M.K. Gandhi)

Quando domandiamo quale rapporto sussista fra il cinema e la nonviolenza, prima di chiarire la natura della loro congiunzione, sembrerebbe necessario circoscrivere l’enorme portata dei termini collegati: da un lato un fenomeno estetico, un’impresa commerciale, un sistema imponente di comunicazione sociale, un’opportunità di svago, di educazione, di propaganda eccetera, dall’altro una dottrina dalle matrici eterogenee, un esercizio spirituale quotidiano, un metodo di lotta politica e ancora molto di più… Tuttavia in un tentativo di risposta preliminare conviene cogliere entrambe le parole in modo inclusivo, che non vuol dire indefinito, nella speranza che i loro significati genuini forniscano una guida per dirimere la complessità della questione.

In generale la nonviolenza (e la violenza) si riferiscono a un comportamento imputabile alla responsabilità morale. Affermare o negare una teoria o una pratica nonviolenta implica un’idea precisa di intelligenza e di libertà dell’uomo, inteso come entità sia individuale sia collettiva. A sua volta ogni visione antropologica si vincola a una certa idea del mondo (senza il quale la vita umana è astrazione) e a un’idea del divino (di qualunque grado: dall’agnosticismo al rifiuto, all’ammissione problematica sino alla fede religiosa). Pertanto da una determinata concezione della nonviolenza si può risalire alla rispettiva correlazione fra le tre idee fondamentali di uomo, mondo, Dio, che insieme configurano la totalità dell’esistente.

Come tutte le attività artistiche, il cinema è manifestazione di senso che viene condiviso ed integrato nel circolo interpretativo, mettendo in dialogo creatori, esecutori e spettatori. Quindi il film consente di rivelare verità e, per questo medesimo motivo, permette anche di occultarla, manipolarla, tradirla.

Tanto l’opera cinematografica quanto l’azione nonviolenta instaurano un orizzonte veritativo “intersoggettivo”, dove si dischiude l’umanità degli autori e dei destinatari.

Qualora ad esempio esaminiamo una pellicola alla luce del criterio nonviolento della congruenza tra mezzi e fini, analizziamo in che misura le intenzioni, i contenuti, le iniziative e gli strumenti dei realizzatori (a partire dal regista lungo la innumerabile serie di finanziatori, committenti, sceneggiatori, attori, consulenti, tecnici, impiegati, fornitori…) siano stati orientati verso una comprensione coerente della pace, anche se non tematizzata in maniera esplicita.

Dunque il cinema e la nonviolenza sono esperienze culturali che a massimo titolo contribuiscono alla formazione di se stessi e degli altri. Chi cerca la verità mediante la nonviolenza, ricorrerà al cinema per pensare, operare, divulgare la pace con l’aspirazione di edificare una civiltà autenticamente umana. Gandhi spiegava: “Satyagraha vuol dire alla lettera ´insistenza sulla verità`; tale linea di condotta dà a chi la sostiene, un potere che non conosce limiti. Satyagraha vuol dire forza o potere. (…) L’unica forza di applicazione universale può essere pertanto solo quella della ahimsa o dell’amore. In altre parole, è forza d’animo”.

Marco Scarnera, 1ª stesura 24 ottobre 2011