Praticare la resistenza nonviolenta ai tempi del COVID-19 | Daniel Petz

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Nonostante il distanziamento fisico, durante la pandemia possiamo rimanere uniti grazie all’azione nonviolenta

Nel pieno di una crisi ambientale globale sempre più acuta e delle crescenti preoccupazioni riguardanti la stabilità della democrazia nel mondo, il 2019 ha assistito a una forte mobilitazione di massa che si è espressa attraverso il mezzo nonviolento della resistenza. Il 2019 è stato di certo l’anno più attivo per il movimento globale per il clima, con scioperi e manifestazioni che hanno coinvolto milioni di persone in 185 paesi. Inoltre, il 2019 ha conosciuto un’ampia varietà di movimenti pro-democrazia su larga scala, insieme a quelli che protestano contro le disuguaglianze e le difficoltà economiche – dall’Algeria a Hong Kong, dal Cile al Libano, da Israele alla Bielorussia… per nominarne giusto alcuni.

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È vero che le più valide strategie di resistenza nonviolenta presuppongono una loro interruzione, ma la pandemia sembra aver interrotto gravemente l’attivismo nonviolento in sé, paralizzando l’intero pianeta a partire dai primi mesi del 2020. A causa del virus, il distanziamento fisico (e sociale) è diventato una precauzione necessaria, oltre ai periodi di isolamento parziale o totale.

Il virus e le misure di sicurezza adottate hanno causato una delle crisi economiche globali più gravi dal 1930, gli anni della Grande Depressione, con l’aggravarsi di una recessione che sta facendo scivolare in basso molti paesi. Per quanto riguarda i suoi effetti, la pandemia ha messo in luce l’esistenza intrinseca nelle nostre società di una violenza strutturale e culturale, la quale non sembrava così ovvi prima d’ora. E la lotta contro le ingiustizie diventa di giorno in giorno più importante.

Questo articolo indaga sull’azione nonviolenta ai tempi del COVID-19 e offre un quadro di riferimento su come potrebbe e dovrebbe essere messa in pratica.

Non tutte le strategie di resistenza nonviolenta richiedono contatto fisico

Forse, parlando di “azione nonviolenta” o “potere del popolo”, la maggior parte delle persone immagina manifestazioni e marce – modalità di protesta che non possono essere messe in pratica senza disobbedire alle norme di distanziamento fisico. Per fortuna, queste due tattiche non sono le uniche previste per esprimere recriminazioni e aspirazioni in modo nonviolento. Gene Sharp, uno degli studiosi dell’azione nonviolenta più conosciuti al mondo, ha individuato 198 metodi che  ha diviso in tre categorie:

  1. protesta e persuasione;
  2. non-cooperazione;
  3. intervento nonviolento

Quindi, quando il virus ha chiuso porte e confini, l’azione nonviolenta ha escogitato nuovi metodi creativi per protestare evitando il contatto fisico.

Gli attivisti dovrebbero pensare in maniera più creativa rispetto al modo in cui possono comunicare i loro obietti e il loro impegno, a chilometri di distanza e dietro uno schermo.

Uno dei metodi più proficui è muovere una resistenza online. Considerando che moltissimi lavoratori sono  in smart-working e trascorrono gran parte della giornata davanti ai loro computer, è facile trovare nuove modalità per coinvolgerli in azioni di protesta virtuali – anche chi non partecipava abitualmente alle manifestazioni in piazza. Greta Thunberg e migliaia di studenti provenienti da tutto il mondo, hanno dato il via a una serie di scioperi online per sostenere la causa climatica. In questo modo, sono riusciti a puntare i riflettori sui giovani attivisti del Sud del Mondo, coinvolgendo anche le comunità indigene in questa lotta globale. In Indonesia, anche la Kamisan – la famosa protesta contro le violazioni dei diritti umani – si è spostata nel cyberspazio.

Così, i movimenti continuano a perseguire i loro obiettivi nazionali e internazionali, nonostante gli impedimenti fisici imposti dalla pandemia.

Ma il web non è uno strumento utilizzato solo dai movimenti organizzati. Negli Stati Uniti, per esempio, i fan di K-Pop hanno utilizzato TikTok con l’obiettivo di interrompere il comizio del presidente Trump a Tusla, in Oklahoma: hanno registrato milioni di posti e non si sono presentati, lasciando la sala mezza vuota.

Certo, non tutti i metodi di azione nonviolenta possono essere realmente efficaci online. La resistenza nonviolenta ha sempre un elemento performativo e dare prova di un sacrificio personale aumenta notevolmente la possibilità di avvicinare la parte avversaria ai nostri obiettivi. È difficile emulare questo elemento tramite strumenti virtuali. Il pubblico sembra essere più propenso a prenderci sul serio quando rimaniamo per ore di fronte al Parlamento, sotto il sole o la neve,  piuttosto che quando  clicchiamo un pulsante su una piattaforma online. Gli attivisti dovrebbero pensare in maniera più creativa  al modo in cui possono comunicare i loro obietti e il loro impegno, a chilometri di distanza e dietro uno schermo. Ma  non dovremmo ridurre l’azione nonviolenta  solo ed esclusivamente alle attività virtuali.

Un momento per riflettere e organizzare

Ovviamente, la pandemia impone molte restrizioni su una serie di attività di gruppo a cui i movimenti nonviolenti hanno sempre fatto ampio ricorso. Forse questo è il momento per prenderci una meritata pausa e fare le cose che di solito mettiamo da parte nella frenesia della quotidianità.

Finalmente possiamo dedicarci a quel libro che abbiamo sempre voluto leggere o sferruzzare su quel pullover lasciato incompleto per anni. L’isolamento e il rallentamento che il COVID-19 ha imposto a tutti noi potrebbero consentire ai movimenti attivisti di ragionare sul passato, sui successi e i fallimenti, sui metodi adoperati, le strategie e i piani d’azione post-pandemia, e di pensare a come questo momento storico possa influire negativamente sulle tattiche da applicare in futuro. Potrebbero, inoltre, farci trovare il tempo per documentare  risultati, scrivere e aggiornare le nostre conoscenze, nonché ricercare nuovi sostenitori.

Se decidi di farlo, fallo in maniera sicura

La nonviolenza attiva implica l’impegno a non usare e a prevenire la violenza. Non importa se su basi ideologiche o pragmatiche, gli attivisti dovrebbero sempre tenere presente questo principio quando programmano attività nonviolente e le mettono in pratica. Se tutti gli attivisti non contemplano nessun tipo di violenza contro gli “avversarsi”, l’attivismo nonviolento, in particolare, propende verso l’esposizione della volontà dei fautori per resistere all’eventualità di essere danneggiati, feriti o anche uccisi. Aggiungere a questa equazione  il coronavirus complica la sfida ancor di più, nel momento in cui l’impegno degli attivisti è quello di mantenere questi principi anche in un’era difficile come questa.

Nelle prime settimane di quarantena, molti attivisti si sono rifiutati di prendere parte ad azioni nonviolente pubbliche e di massa, decidendo di rispettare le normative che limitavano e, in alcuni casi, proibivano, gli assembramenti. 

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Quando gli attivisti hanno finalmente ripreso le loro attività, alcuni hanno dato sfogo alla creatività, usando burattini, seggiole o altro materiale scenico per mostrare la realtà dei fatti. A Kiev, Ucraina, sono stati posizionati davanti al Ministero della Salute alcuni manichini rappresentanti pazienti con malattie rare… una forma di protesta contro la scarsa attenzione dedicata ai gruppi ad alto rischio durante la pandemia. Anche in Indonesia sono stati utilizzati dei manichini per protestare contro la controversa Omnibus Law. I proprietari di ristoranti e bar, in Germania, hanno manifestato contro la mancanza di supporto da parte del governo, mettendo delle sedie nelle piazze di alcune città tedesche.

Altri gruppi hanno deciso di abbandonare le scenografie e utilizzare direttamente i loro stessi corpi, pur mantenendo il distanziamento fisico durante le performance. Per esempio, in Israele, i manifestanti hanno delimitato con dei segni di gesso un metro e ottanta di distanza durante le proteste di Aprile. In Polonia e in Libano, invece, le persone hanno partecipato alle proteste rimanendo nelle proprie auto, ben distanziate tra loro.

Ma tra le esperienze di resistenza nonviolenta in periodo di pandemia, non possiamo non ricordare quelle organizzate dal movimento Black Lives Matter, a seguito dell’omicidio di George Floyd. Considerando che la maggior parte di queste proteste ha coinvolto migliaia di persone e ha scatenato la reazione della polizia, è stato quasi impossibile assicurare un distanziamento adeguato e ci sono stati molti confronti accesi sull’eventualità che queste proteste abbiano o meno contribuito alla diffusione del COVID-19.

Gli attivisti dovrebbero valutare seriamente i benefici e i rischi derivanti dall’utilizzo di metodi nonviolenti in un momento come questo.

Se i risultati preliminari sembrano essere assolutamente negativi, perché i manifestanti indossavano le mascherine e le proteste si sono tenute perlopiù in luoghi aperti dove è  difficile che avvenga la trasmissione del virus, dovremmo comunque essere consapevoli dei rischi che corrono gli stessi manifestanti, i passanti, le forze dell’ordine e i cittadini in generale, considerando quello che sappiamo sulla diffusione del virus finora.

Chiaramente, ci sono una serie di questioni etiche da affrontare alla luce dei principi dell’azione nonviolenta. Anche se alcune persone hanno attribuito maggiore importanza all’atto di protesta contro il razzismo e le ingiustizie piuttosto che alla loro stessa salute, sono comunque responsabili per aver messo in pericolo gli altri cittadini partecipando a raduni di massa. C’è, quindi, una “macchia morale” nel prendere parte ad azioni nonviolente nel mezzo di una pandemia.

Anche se si potrebbe, in qualche modo, giustificare il rischio  – considerato l’indecente perpetrarsi di gesti razzisti e discriminatori nei confronti delle comunità nere e l’esistenza di un piccolo spiraglio per cambiare queste condizioni – gli attivisti dovrebbero valutare seriamente i benefici e i rischi derivanti dall’utilizzo di metodi nonviolenti in un momento come questo.

Se decidono che i benefici superano di gran lunga i rischi, dovrebbero preparare e mettere in pratica delle misure di sicurezza anti-COVID-19, come mantenere il distanziamento fisico, indossare mascherine e fornire igienizzanti per le mani a tutti i partecipanti.

La linea sottile tra i diritti costituzionali e le questioni di salute pubblica

Nel pieno di una pandemia, non sono poche le preoccupazioni relative alla salute pubblica che limitano gli assembramenti e, di conseguenza, anche manifestazioni e marce di protesta. Ma, allo stesso tempo, i diritti costituzionali esistono ancora e non cessano di essere validi.

Questa circostanza controversa è stata posta in evidenza da un verdetto della Corte Costituzionale Tedesca che, nel mezzo della quarantena, ha consentito alle proteste di Giessen di procedere, sostenendo che le restrizioni da coronavirus non erano motivi sufficienti per vietare tutte le manifestazioni. La Corte, in particolare, ha evidenziato che il consiglio cittadino non aveva prestato adeguata  attenzione alle modalità pratiche da implementare per assicurare il rispetto delle linee guida relative alla sicurezza sanitaria durante la manifestazione.

Anche se questo episodio è legato all’ambito legale di un singolo paese,  è possibile sostenere che sarebbe opportuno consentire la realizzazione di azioni nonviolente pubbliche anche nel pieno di una pandemia, sempre che vengano assicurate tutte le misure per minimizzare il rischio di contagio.

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Ci sono questioni ancora più gravi riguardanti il COVID-19 e i diritti. Alcuni governi hanno fatto ricorso a report ufficiali per far arrestare alcuni attivisti nonviolenti. L’Algeria, per esempio, dall’inizio della crisi sanitaria,  ha provato a fermare le proteste contro il governo e, stando a quanto riportano i giornali,ha intensificato gli arresti a danno di dissidenti,  giornalisti indipendenti e  giovani blogger. L’isolamento sembra aver anche consentito ai regimi repressivi, ai gruppi armati e/o alle organizzazioni criminali di bersagliare gli attivisti per i diritti umani e per l’ambiente.

In Colombia, 28 attivisti – tra cui difensori dei diritti umani e alcuni leader delle comunità – sono stati uccisi dopo l’imposizione delle misure di distanziamento e isolamento sociale. È evidente, quindi, che queste misure possono aver esposto alcuni attivisti alla violenza e alla repressione, essendo più facili da individuare a causa delle restrizioni sulla mobilità.

Alcuni governi hanno anche sfruttato la pandemia per far passare delle leggi che limitano il diritto delle persone di prendere parte ad azioni nonviolente o per facilitare la procedura legale che determina l’arresto degli attivisti (ad esempio, la legge di sicurezza nazionale di Hong Kong, o la legge antiterrorismo delle Filippine). Altri hanno usato le restrizioni per approvare delle leggi poco ben viste tra i cittadini. Sapendo che sarebbe andata incontro a non poche proteste, l’amministrazione Trump ha usato la crisi sanitaria per indebolire ancora di più le regolamentazioni ambientali. Anche l’Indonesia ha passato una legge mineraria piuttosto controversa.

Quando i governi vogliono che i cittadini rispettino le misure di sicurezza, dovrebbero garantire agli attivisti protezione e non, al contrario, esporli a ulteriori pericoli. Dovrebbero, inoltre, non utilizzare l’isolamento per ridurre i diritti delle persone o per varare leggi impopolari. Oltre alle generali problematiche implicite in queste politiche, un comportamento del genere è anche proceduralmente difficoltoso. Restrizioni della mobilità limitano di fatto la pubblica partecipazione ai processi decisionali e al dibattito relativo alle leggi approvate e alle misure adottate.

In termini di salute pubblica e sicurezza, i governi dovrebbero astenersi dal monitoraggio rapido e dall’approvazione di leggi controverse nel pieno di una pandemia globale. Nel momento ciò non avviene, non c’è da stupirsi se le persone decidano di rischiare la propria salute per protestare contro queste misure, e i governi, a questo punto, non saranno più nella posizione per impedire tali proteste.

No al doppio standard

Negli ultimi anni,  i partiti politici di destra – e anche di estrema destra –  hanno fatto ricorso a metodi nonviolenti per promuovere le loro cause (ad esempio, le 212 proteste anti-Ahok in Indonesia o l’uso creativo della nonviolenza da parte del movimento di estrema destra in Austria).

Una protesta contro l’uso delle mascherine come metodo per ridurre la diffusione del virus è davvero nonviolenta, nel momento in cui è causa di un’impennata dei contagi tra i gruppi più vulnerabili?

In molti paesi, tra cui gli Stati Uniti, i primi a esporsi quando si è trattato di azioni di massa nonviolente sono stati i cittadini contrari alle misure adottate dal governo, come lockdown, la chiusura di molte attività economiche e l’obbligo di indossare le mascherine. Durante proteste di questo tipo, i manifestanti non rispettavano nessuna norma di sicurezza.

Questo tipo di proteste sono state spesso criticate o condannate dagli opinionisti e dai professionisti nel settore della salute pubblica, mentre, dall’altro lato, le proteste del Black Lives Matter sono state ampiamente supportate e apprezzate. Un giudizio così differenziato può essere giustificato in qualche modo o si tratta di pura ipocrisia?

In principio, credo che non dovrebbero esistere doppi standard, soprattutto quando si tratta di azione nonviolenta. In un sistema democratico, le persone dovrebbero essere libere di esprimere la propria opinione anche se, o in particolar modo quando, noi non siamo d’accordo con loro o troviamo che le loro idee siano sciocche, pericolose o ripugnanti. Dovrebbero comunque esistere dei limiti, in termini di hate-speech o incitazione alla violenza, ma ogni società impone degli standard diversi quando si tratta di limitare la libertà di espressione.  Quindi, l’azione nonviolenta dovrebbe essere sempre consentita nelle società democratiche. Ma a parte questo, ci sono una serie di criteri che possono essere utilizzati per distinguere le varie forme di resistenza nonviolenta.

Prima di tutto, è possibile distinguere le cause e decidere quale di queste sia più o meno giusta rispetto alle altre. Nel caso delle proteste contro l’uso delle mascherine e di quelle del movimento Black Lives Matter, possiamo di certo individuare quale delle due cause appaia più urgente e giusta. Possiamo chiederci se una protesta contro le mascherine come metodo per ridurre la diffusione del virus sia davvero nonviolenta, nel momento in cui è causa di un’impennata dei contagi tra i gruppi più vulnerabili. Le persone possono chiaramente non essere d’accordo su quale delle due cause sia più legittima rispetto al rischio a cui si va incontro, ma almeno questo delinea un criterio in base al quale distinguere le due proteste.

Possiamo facilmente spostare la questione sul piano dei mezzi adoperati e delle finalità perseguite. Mentre i mezzi potrebbero essere gli stessi, gli scopi sono assolutamente diversi. Sia Gandhi che King credevano  che mezzi e fini non possano essere considerati separatamente e di certo non avrebbero accolto l’idea per cui le misure nonviolente possano essere implementate con successo per perseguire degli obietti che alimentano la violenza diretta, strutturale o culturale.

In secondo luogo, possiamo discutere del modo in cui l’azione nonviolenta viene condotta. Se i mezzi sono più o meno gli stessi – marce, veglie, manifestazioni, etc. – questi possono essere messi in pratica secondo logiche completamente diverse. Molti attivisti nonviolenti credono nella nonviolenza come principio per l’azione, mentre i partiti di destra spesso vedono la nonviolenza in termini puramente pragmatici, avendone riscontrato l’efficacia in passato. Quindi, questi non necessariamente credono nel principio della nonviolenza ma ne utilizzano i metodi, spesso affiancandoli a una velatissima traccia di violenza.

Un esempio lampante è quello dei manifestanti americani che sono entrati nel palazzo del governatore, in Michigan, armati di fucili d’assalto. Ovviamente, la disciplina nonviolenta non è sempre facile da garantire quando si tratta di cause progressiste. Distruzione di proprietà e saccheggi hanno accompagnato le proteste contro la globalizzazione così come quelle organizzate dal Black Lives Matters, talvolta danneggiando l’immagine pubblica di quei movimenti. Credo comunque che allo stato attuale sia possibile affermare che, in media, la percentuale dei progressisti che vede la nonviolenza come un valore di base è maggiore rispetto a quella dei manifestanti appartenenti ai partiti politici di destra. (Sarebbe interessante leggere qualche analisi a tal proposito in futuro.)

Credo sia doveroso constatare e discutere del modo in cui i governi e le forze di sicurezza reprimono, su piani diversi, l’azione nonviolenta condotta da diversi attori. Spesso i movimenti nonviolenti cambiano la loro natura proprio per rispondere a tali repressioni e provocazioni. Per saperne di più, potete leggere l’articolo di Jonathan Pinckney del 2016.

Quando parliamo delle diverse tipologie di azione nonviolenta, dovremmo fare attenzione a non utilizzare il doppio standard, sostenendo che l’attività nonviolenta condotta da attori liberali e progressisti sia sempre positiva, mentre quella illiberale e reazionaria sempre negativa. In ogni caso, dobbiamo discutere in maniera più approfondita delle motivazioni di base che spingono quegli attori a fare dell’azione nonviolenta la strategia migliore. Il fulcro della filosofia nonviolenta è l’unione tra mezzi e obiettivi, quindi ricorrere all’azione nonviolenta per incentivare l’esclusione, la discriminazione e la divisione da parte dei partiti di estrema destra di certo non rispecchia i suoi valori.

Guardare oltre

I mesi passano, le persone e la società sembrano essersi abituati alla presenza di una pandemia globale e lo stesso vale per i movimenti nonviolenti e gli attivisti. Alcuni paesi hanno dichiarato la fine dell’isolamento sociale e così le azioni nonviolente di massa sono diventate sempre più frequenti.

Questo non significa che gli effetti del COVID-19 siano cessati. Fin quando non verrà trovata una cura o un vaccino, gli attivisti nonviolenti dovrebbero essere attenti e prudenti al fine di minimizzare i rischi nella programmazione e nella messa in pratica delle azioni nonviolenti.

L’epidemia deve essere vissuta come un’opportunità per trasformare le società e renderle più attente al futuro e più solidali, così come alcune hanno mostrato di essere durante il lockdown. L’emergenza climatica, che non è scomparsa, e le minacce alla democrazia e al processo di democratizzazione in molti paesi, richiedono oggi più che mai l’azione nonviolenta.


Daniel Petz

Daniel Petz è docente ospite presso l’Universitas Gadjah Mada (UGM), Indonesia, dove tiene corsi sulla nonviolenza e la trasformazione dei conflitti. La sua ricerca si concentra sulla giustizia climatica e l’azione nonviolenta, compresa la ricerca con Damai Pangkal Damai, su un progetto di database sulle azioni nonviolente in Indonesia.


Traduzione di Benedetta Pisani per il Centro Studi Sereno Regis

Una replica a “Praticare la resistenza nonviolenta ai tempi del COVID-19 | Daniel Petz”

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