Il pisciatoio di Gagliano | Massimiliano Fortuna

Da qualche settimana, affiorata dai meandri della memoria, si è affacciata alla mia mente un’immagine contenuta in quel grande libro che è Cristo si è fermato a Eboli, nel quale, come si sa, Carlo Levi racconta del suo confino, durante il regime fascista, in terra di Lucania.

Da poco arrivato nel paese di Gagliano, Levi è intento a esplorarlo percorrendone i vicoli e le piccole piazze, quando a un tratto gli capita davanti agli occhi «uno strano monumento, alto quasi quanto le case, e, nell’angustia del luogo, solenne ed enorme. Era un pisciatoio: il più moderno, sontuoso, monumentale pisciatoio che si potesse immaginare; uno di quelli di cemento armato, a quattro posti, con il tetto robusto e sporgente, che si sono costruiti soltanto in questi ultimi anni nelle grandi città. Sulla sua parete spiccava come una epigrafe un nome familiare ai cuori dei cittadini: “Ditta Renzi-Torino”. Quale bizzarra circostanza, o quale incantatore o quale fata poteva aver portato per l’aria, dai lontani paesi del nord, quel meraviglioso oggetto, e averlo lasciato cadere, come un meteorite, nel bel mezzo della piazza di questo villaggio, in una terra dove non c’è acqua né impianti igienici di nessuna specie, per centinaia di chilometri tutto attorno? Era l’opera del regime, del podestà Magalone. Doveva essere costato, a giudicare dalla sua mole, le entrate di parecchi anni del comune di Gagliano». Per tutto il tempo in cui restò a Gagliano Levi non vide che una persona utilizzare questo manufatto «per l’uso per cui era stato costruito; e quella persona ero io: e non l’usavo, debbo confessarlo, spinto dal bisogno, ma mosso dalla nostalgia».

Da lì a poco Levi riceverà la visita della sorella Luisa, che, scossa innanzitutto dalla vista del degrado di Matera, «passava il tempo a parlare con me di quello che si potesse fare, e mi esponeva dei progetti pratici per aiutare i contadini di Gagliano, i bambini di Matera. Ospedali, asili, lotta antimalarica, scuole, opere pubbliche, medici di stato ed eventualmente volontari». Dunque un contesto nel quale gli interventi essenziali da progettare di certo non sarebbero mancati, ma forse costruire orinatoi di grande impatto visivo era apparsa a qualcuno una soluzione meno dispendiosa e più pratica.

Il pisciatoio di Gagliano (Aliano nella realtà, ma che Levi scrive in questo modo a imitazione della parlata locale) sembra davvero un perfetto e poderoso emblema delle non rare opere pubbliche che, passato il fascismo, anche nei decenni dell’Italia repubblicana sono sorte un po’ dovunque, pretenziose e incongruenti, specchio della superfluità e dello spreco di denaro fluito in direzione del profitto di pochi piuttosto che in vista dell’utilità dei molti.

Per questo motivo avverto sempre una certa inquietudine quando, ai nostri giorni, sento pronunciare la parola «infrastruttura». Non perché l’Italia di oggi non necessiti di alcune fondamentali infrastrutture, che sarebbe essenziale progettare e costruire nel più breve tempo possibile: ma capire bene quali sì e quali no è il punto cruciale. Nel gergo e nella retorica di molti, non soltanto politici, «infrastruttura» viene invece spesso usata come una sorta di parola persuasiva di per sé, una definizione passe-partout capace di aprire tutte le porte: se un’opera può caratterizzarsi come «infrastruttura» allora va fatta, serve di sicuro, dà lavoro. «Infrastruttura», e anche «riforma», vengono snocciolate di continuo come formulette pronte all’uso, evocarle in modo generico sembra essere sufficiente a spiegare un po’ tutto, così come alcuni studiosi del mondo antico credono di illustrare il senso di quasi tutti i miti riconducendoli immancabilmente al «culto della fertilità».

Beh, a pensarci bene, ora capisco perché l’immagine del paesino di Levi e del suo modernissimo vespasiano si è risvegliata di colpo nella mia memoria. Poche settimane fa l’Unione Europea è riuscita a dare, alla crisi che stiamo vivendo, una risposta che, a quanto pare, non ricalca la miopia del Mes alla greca. Ci sarà non poco denaro da spendere e da investire, molte opportunità e di conseguenza grandi rischi. Proprio in questi giorni si stanno prendendo decisioni in merito alle modalità di spesa e si stilano piani di investimento. Come andrà a finire lo vedremo. Certo, credere che i soldi in arrivo possano venire usati tutti senza sprechi temo sia un auspicio inverosimile, ma speriamo almeno che tra le infrastrutture che verranno finanziate i pisciatoi di Gagliano non siano troppi.

2 risposte a “Il pisciatoio di Gagliano | Massimiliano Fortuna”

  1. caro Massimiliano, bella la tua riflessione sul pisciatoio. Grazie. A proposito di parole 'persuasive', vorrei aggiungerne una: 'innovazione'. La trovo ancora più preoccupante di quelle che hai citato tu, perché aggiunge una componente dinamica, una spinta verso non si sa quale traguardo… né a favore /o spese di chi…

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