Cinema | La vita nascosta | Recensione di Enrico Peyretti

LA VITA NASCOSTA – HIDDEN LIFE

Regia di Terrence Malick. Con August Diehl, Valerie Pachner, Matthias Schoenaerts, Michael Nyqvist, Bruno Ganz. Titolo originale: Radegund. Titolo internazionale: A Hidden Life. Genere Biografico, Drammatico, Storico, – USA, Germania, 2019, durata 173 minuti. distribuito da 20th Century Fox Italia

Uno per tutti

Il film di Terrence Malick (2019) su Franz Jägerstätter ci lascia ammirati e con degli interrogativi. Perché il titolo italiano: “vita nascosta”? Il titolo originale aggiunge “Radegund”, che è il nome del villaggio natio di Jägerstätter (in realtà St Radegund). Forse vuol significare che la testimonianza di Franz viene dal luogo più nascosto rispetto alle grandi vicende storiche, di cui il film in effetti parla molto poco. Ma St. Radegund non è così nascosto: ci siamo stati più volte nella memoria di Franz, anche col vescovo Bettazzi, e con chi ricorda e sviluppa la sua scelta di coscienza. Lì abbiamo ancora conosciuto Franziska, allora novantenne. È un villaggio, tra Austria e Germania, vicino ai paesi natali di Adolf Hitler e di Josef Ratzinger. Ma forse vuole anche dire che il rifiuto di coscienza che  Jägerstätter oppone al giuramento di fedeltà personale a Hitler (richiesto a tutti i soldati reclutati), nasce e vive nell’intimo più profondo e ingiudicabile della sua coscienza, dove non può arrivare ogni sguardo. Ed è un atto che pure ci turba, nella nostra coscienza nascosta.

Così infatti si snoda la semplice storia, ora invece ben nota in libri e studi sugli aspetti visibili, documentati. Immagini di spazi ampi e belli, di vita contadina molto concreta, su cui però risuonano tuoni frequenti e volano nubi scure. Immagini belle di una famigliola felice, una coppia innamorata, Franz e Franziska, con tre belle bambine. Presto insorge in Franz la voce contraria al comando del potere: non vuole imparare ad uccidere. In seguito, unico, rifiuta di giurare obbedienza a Hitler. Sa che la pena è la morte. Persone di buon senso (sia ecclesiastici, sia militari, alcuni ammirandolo, persino turbati in coscienza) vogliono persuaderlo: gli dicono che sono parole formali; puoi farlo con coscienza pura; il tuo gesto non cambierebbe nulla; nessuno ne saprà nulla; hai una famiglia! La mentalità di villaggio si fa dura con lui e con la moglie. Non è ammesso uscire da come fan tutti. Vedi pure che il male vince, che Cristo è morto per niente! Nella coscienza di Franz c’è lotta e luce.

Il bel film fa seguire scene reali ad altre immaginarie, perché la storia si svolge nel mondo delle cose e in quello delle coscienze: lì è la vita nascosta, che Franz vive intensamente, semplice cristiano che respira preghiera (canonizzato dalla chiesa cattolica). Ora, su quei panorami di campagna, c’è molto sole. Viene la condanna. Nell’ultimo lacerante incontro con Franziska, lei arriva a dirgli: «Fai quel che è giusto». Due semplici contadini di un villaggio appartato si imbattono in quella prova di verità che, da fonti antiche e lontane (le ripete Tolstoj, sue ultime parole) dice: «Fa’ quel che devi, avvenga quel che può».

Non doveva vivere, per le sue bambine? Noi cosa faremmo? Ma non dobbiamo pure ammettere, a caro prezzo del nostro prudente sopravvivere, che occorre al mondo qualcuno, come l’aria per respirare, che vada avanti, a dare il segno che “non è vero ciò che vince e si impone”? Chi viene dopo, come le sue bambine senza papà, come noi, saprà capire che, a volte, ad uno solo, lasciato solo da tutti (ma non da Franziska), è chiesto ciò che tutti  dovevamo fare? Uno per tutti: che non sia solo a sostituirci, ma a cominciare.


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