La politica mortale dei confini coloniali durante il COVID-19 | Niamh Ni Bhriain

Anche nel bel mezzo di una pandemia globale dobbiamo distruggere con urgenza il regime di frontiera coloniale, attraverso l’azione collettiva e la solidarietà internazionale.


Blondinrikard Fröberg, Refugees. Fonte Flickr, CC BY 2.0

COVID-19 sta causando migliaia di morti ogni giorno, ma la pandemia sta uccidendo anche in altri modi. I governi di tutto il mondo hanno risposto alla pandemia chiudendo le frontiere agli arrivi internazionali e limitando gravemente la libertà di movimento delle persone. Mentre per alcuni questo è stato un fatto senza precedenti, per gran parte della popolazione mondiale però queste frontiere erano già saldamente chiuse da decenni, perché le persone che volevano attraversarle erano considerate troppo povere, troppo indisciplinate o comunque indesiderabili per potervi entrare.

Molti dei confini che oggi difendiamo con la nostra vita o per cui moriamo cercando di attraversare hanno avuto origine durante il nostro oscuro passato coloniale. Lungi dall’essere naturali o apolitici, i confini moderni sono infatti costruzioni colonialiste. Rafforzando questi confini sosteniamo contemporaneamente i simboli dell’oppressione e un sistema di potere e segregazione globalizzato che ci separa e divide in base a razza, colore e classe.

Movimenti di stampo antirazzista e anticolonialista stanno prendendo vita rapidamente in tutti gli Stati Uniti, in Europa e oltre, abbattendo statue coloniali e altri simboli che fino ad oggi erano considerati intoccabili. Allo stesso modo, appelli radicali per l’abolizione della polizia e delle prigioni si sono sollevati tra i movimenti che protestano contro il razzismo sistemico e stanno guadagnando sempre più terreno nell’opinione corrente. Lungi dal sostenere lo stato di diritto o dal renderci più sicuri, queste forze violente incarnano l’ingiustizia istituzionalizzata e la disuguaglianza derivanti direttamente dal colonialismo e dalla schiavitù dei popoli colonizzati.

Questa pandemia ha dimostrato che, in generale, le risposte individualizzate a livello statale sono inadeguate a fornire una soluzione a un problema globalizzato. Abbiamo bisogno di solidarietà internazionale e di un’azione collettiva che trascenda i confini nazionali.

L’abolizione dei confini deve diventare un grido d’allarme anche per i movimenti antirazzisti e anticolonialisti. Dobbiamo sfidare l’attuale regime delle frontiere, ridisegnare i confini in quanto costruzioni colonialiste, chiedere che siano abbattuti i “muri” e che la libertà di movimento sia garantita a tutti, non solo a coloro che hanno la fortuna di essere nati dalla parte giusta.

Nel mezzo di una pandemia globale è giunto il momento di sfidare la nozione di confine e di distruggere con la forza il regime di frontiera coloniale.

IL COLONIALISMO CON UN ALTRO NOME

Per secoli i leader bianchi europei hanno tracciato e intagliato linee perfettamente dritte sulle mappe globali, rivendicando ognuno il proprio pezzetto di torta. Queste linee non avevano alcuna somiglianza con le realtà geografiche, culturali o linguistiche locali e ignoravano completamente i popoli che per millenni avevano vissuto in quelle terre – erano, dopo tutto, popoli neri, “marroni” o indigeni la cui vita non aveva importanza.

Anche se, nel tempo, gli Stati europei sono stati costretti ad allentare un po’ la loro presa sulle terre colonizzate, molti dei confini che hanno inventato e disegnato in passato rimangono in vigore e sono ancora oggi in gran parte controllati dalle ex potenze coloniali. Esse, infatti, hanno spostato concretamente i loro confini di potere ben oltre i limiti geografici dei rispettivi territori sovrani. In poche parole: l’esternalizzazione dei confini è il colonialismo di oggi, con un altro nome.

L’esternalizzazione delle frontiere mira a impedire con la forza che le popolazioni sfollate o in fuga dai propri paesi d’origine raggiungano i paesi del Nord del mondo, dove avrebbero diritto a chiedere asilo. Si tratta di una politica in base alla quale le persone in movimento tendono a essere confinate o “contenute”, spesso in paesi terzi non sicuri dove non hanno diritto alla protezione internazionale e dove vengono frequentemente sottoposte a tortura. Queste persone non possono quindi avanzare, proseguire verso la sicurezza, ma non possono nemmeno tornare a casa: sono dunque bloccate in una sorta di limbo.

Immaginate per un attimo di trovarvi all’entrata di un confine britannico o statunitense, e che la decisione se consentirvi o negarvi l’ingresso nel Paese sia affidata al parere di alcuni funzionari senegalesi o guatemaltechi. In molti lo troverebbero incomprensibile, persino ridicolo. Eppure, in effetti, questo è esattamente ciò che sta accadendo, ma al contrario.

Le potenze occidentali continuano a dare ordini su come i governi del Sud del mondo globalizzato dovrebbero pattugliare e controllare i loro confini, influenzando direttamente le loro politiche di confine nazionale. Il colonialismo dunque è vivo e vegeto, e non verrà veramente sciolto se non affrontiamo le politiche di confine dei paesi globalizzati e le dinamiche di potere imperialiste.

Dal 1992, e in modo più aggressivo dal 2005, l’UE e i suoi Stati membri hanno perseguito politiche che dimostrano un controllo delle frontiere europee che arriva fino al Senegal e all’Azerbaijan. In base ad accordi bilaterali e multilaterali, alcune forze di sicurezza rappresentanti diverse nazioni europee, così come l’Agenzia europea per le frontiere e la guardia costiera europea Frontex, vengono infatti dispiegate in paesi terzi per pattugliare i loro confini e addestrare ed equipaggiare le loro guardie di frontiera.

In questo modo, rafforzando la sicurezza delle frontiere esterne, l’Europa ha costruito una fortezza intorno a sé e contemporaneamente ha sostenuto numerosi governi autoritari in tutta l’Africa settentrionale e in Medio Oriente, minando la democrazia, provocando disordini e causando spostamenti e fughe di massa delle popolazioni locali.

Allo stesso modo gli Stati Uniti hanno esternalizzato i loro confini fino alla frontiera meridionale del Messico con il Guatemala. Dal 2014, infatti, il governo statunitense ha formalmente fornito occasioni di formazione e attrezzature alle autorità messicane responsabili dell’immigrazione e alle loro forze di sicurezza, secondo i termini del Southern Border Program messicano. Prevedibilmente, il rafforzamento del confine meridionale del Messico non ha previsto alcun altro intervento per affrontare le cause alla radice della fuga stessa da paesi come Honduras, El Salvador e Guatemala; d’altra parte, il governo messicano non ha provato in alcun modo a scoraggiare queste persone dal cercare di attraversare il confine. Ed è per questo che i migranti sono costretti ad affidarsi ai contrabbandieri e percorrere strade ancora più pericolose del normale, oppure sono lasciati in un limbo a sud del confine, senza poter proseguire verso nord ma allo stesso tempo senza poter tornare a casa.

Nel luglio 2013 l’Australia ha annunciato che avrebbe trattenuto chiunque arrivasse via mare e lo avrebbe sottoposto a fermo a tempo indeterminato nei centri di lavoro al largo delle isole Nauru e Manus. Questa strategia è costata allo Stato oltre 5,4 miliardi di dollari, considerando più di 3.000 persone costrette su queste isole. Anche se soddisfano i requisiti per ottenere il riconoscimento di rifugiati, in questo caso, il governo non li considera tali perché sono arrivati via mare. E così queste persone aspettano e aspettano per anni, e intanto vengono sottoposte a torture, compresa quella psicologica, trattamenti che portano alcuni a porre fine addirittura alla propria vita in quanto unico mezzo per sfuggire a questo limbo.

Con l’esternalizzazione dei confini e la deportazione forzata, che sta diventando una pratica standard, l’industria della sicurezza dei confini sta vivendo ora come ora un boom. Gli attori delle imprese private che se ne occupano stanno incassando tantissimo, creandosi opportunità di business estremamente redditizie a scapito però di una catastrofe politica e umanitaria.

In effetti, vediamo che sono sempre più le società di sicurezza private che definiscono l’agenda politica delle frontiere, tendendo l’orecchio ai politici più influenti nei corridoi del potere. Nel 2018 il mercato globale della sicurezza delle frontiere valeva 17,5 miliardi di dollari, cifra destinata a crescere almeno dell’8% negli anni seguenti. Questa stima è stata fatta prima del COVID-19; probabilmente ora sarà notevolmente più alta.

Nel mettere insieme i pezzi del puzzle, rispetto all’imperialismo di confine, non dobbiamo trascurare il ruolo estremamente influente delle società di sicurezza private. Nella privatizzazione dei confini, gli Stati esternalizzano cioè trasferiscono e affidano doveri fondamentali dello Stato a soggetti privati che non sono però vincolati dal diritto internazionale, nella misura in cui gli Stati invece sono e – nel caso – lo sono raramente, ritenuti responsabili di violazioni in ambito umanitario.

In definitiva, le compagnia private di questo tipo sono guidate dal profitto, chiaro e semplice, e faranno ciò che deve essere fatto per aumentarlo. Agiscono in modo meno trasparente e non sono responsabili nei confronti della gente come lo sono i funzionari democraticamente eletti. Ci sono spesso gravi conflitti di interesse per cui gli stessi leader politici, che sono responsabili del potenziamento dell’apparato di frontiera, sono allo stesso tempo azionisti e investitori chiave nelle stesse aziende coinvolte nel rafforzamento della nostra sicurezza di frontiera.

Il punto è questo: coloro che influenzano e sono incaricati di prendere decisioni politiche per incrementare l’apparato di frontiera diventano in questo modo schifosamente ricchi. Essi, inoltre, costruiscono una narrazione che giustifica il rafforzamento delle misure di sicurezza alle frontiere con la scusa della sicurezza nazionale, dipingendo coloro che arrivano dall’estero come tutti illegali e pericolosi, rappresentanti cioè di una minaccia seria per “il nostro modo di vivere”.

LE FRONTIERE SONO OVUNQUE

I confini sono più di semplici linee che delimitano lo spazio fisico e separano una giurisdizione da un’altra. Sono un mezzo con cui ordiniamo e controlliamo la società, rafforzando nel quotidiano le divisioni di razza, colore e classe, iniziate sotto il dominio coloniale e che continuano ancora oggi.

Mura insidiose si ergono intorno alle persone di colore, ai poveri, ai migranti e ai senza documenti, ponendole in uno stato di continua paura e insicurezza. Ci sono barriere amministrative, legali e finanziarie nell’accesso all’assistenza sanitaria, all’abitare, all’istruzione e all’occupazione. Regolamenti restrittivi stabiliti come parte di un regime di frontiera imperialista e globalizzato vengono dati in pasto ai fornitori di servizi all’interno delle nostre comunità, rendendoli guardiani che permettono o impediscono l’accesso ai servizi di base.

Per ottenere un appuntamento medico, iscriversi a scuola, assicurarsi un indirizzo fisso o trovare un lavoro, dobbiamo sempre fornire una prova della residenza o dimostrare di possedere un valore economico. Coloro che non possono farlo sono costretti per forza di cose a vivere nell’ombra. Spesso le persone senza documenti soffrono di malattie perché la visita in ospedale può costar loro l’espulsione dal paese. Analogamente, chi soffre di impoverimento strutturale incorrerà in un debito permanente che non sarà mai in grado di saldare, se avrà bisogno di cure mediche.

Anche se la classe operaia svolge gran parte del lavoro più essenziale per/della società, come ha reso evidente la pandemia, essa rimane sottopagata e sfruttata. Il loro inestimabile contributo è reso invisibile da un sistema capitalista che si rifiuta di vederli. Solo quando smettono di lavorare diventano evidenti, attraverso la loro assenza.

Coesistono però mondi paralleli e clandestini di resistenza, dove i bersagli di questo regime invasivo di frontiera si prendono cura l’uno dell’altro. Lavoratori non registrati si sostengono a vicenda nella ricerca di un lavoro, nell’incasso di assegni, nella falsificazione di documenti, nella condivisione di contatti per medici, avvocati e altri professionisti solidali con il loro status e che non hanno intenzione di denunciarli – tutto questo perché vivere una vita dignitosa all’interno di uno Stato che non riconosce la propria esistenza è impossibile, senza questo tipo di solidarietà.

Mentre l’apparato di confine si espande in ogni crepaccio della nostra vita, molti di questi spazi solidali però stanno rapidamente scomparendo.

CONFINI DIGITALIZZATI

Mentre il nostro mondo diventa sempre più digitalizzato, lo diventano anche i nostri confini. Anche se il discorso pubblico si è concentrato in gran parte sulla costruzione di muri effettivi lungo le linee di confine, in realtà, i muri virtuali creati tramite droni, sensori e altre tecnologie biometriche e di sorveglianza, sono già in atto e rendendo praticamente impossibile la penetrazione anche nelle zone di frontiera più remote.

A giugno l’UE ha firmato un contratto per la realizzazione di un sistema di monitoraggio digitale interoperabile, da realizzare entro il 2022, che raccoglierà grandi quantità di dati personali relativi ai cittadini di paesi terzi al loro ingresso nell’area Schengen, anche dati relativi a bambini di età inferiore ai sei anni. La banca dati del sistema sarà accessibile a centinaia di autorità e migliaia di funzionari in tutta Europa e, entro il 2022, conterrà addirittura le impronte digitali e le immagini del volto di oltre 400 milioni di persone. Questa sorveglianza di massa rivolta a cittadini non europei discrimina i cittadini di tutti i paesi terzi, trattandoli immediatamente con sospetto e supponendo che rappresentino una minaccia.

Inoltre, COVID-19 sta accelerando il passaggio verso una società senza contanti, per cui siamo sempre più spesso incoraggiati, e a volte obbligati, a pagare con la carta. Ma i clandestini non possono navigare nelle società senza denaro contante, dunque queste misure li spingono ulteriormente fuori dalla società, rendendo praticamente impossibile la loro interazione negli spazi sociali.

Sono stati compiuti sforzi su larga scala per controllare e prevenire la diffusione di COVID-19 attraverso i mezzi digitali. Le applicazioni di tracciamento sono state lanciate e scaricate in tutto il mondo, con il pretesto di tenerci al sicuro. Si tratta di una raccolta di dati sugli steroidi. Milioni di persone, volenti o nolenti, si fanno tracciare in ogni loro spostamento senza sapere come questi dati saranno utilizzati, memorizzati e distrutti, da chi e a quale scopo. La storia ha dimostrato che la sorveglianza è fondamentale per pacificare le popolazioni sotto assedio ma anche per prevenire e frenare il dissenso.

Anche se la sorveglianza digitale delle frontiere esisteva o era prevista già prima di questa emergenza sanitaria, ora c’è una pericolosa confusione tra ciò che è essenziale per limitare una pandemia globale e ciò che è semplicemente vantaggioso per la politica delle frontiere. L’intreccio della salute con la cartolarizzazione e la sorveglianza delle frontiere ci porta in acque inesplorate che diventeranno sempre più torbide man mano che la salute diventerà sempre più cartolarizzata e negoziabile.

LA POLITICA DI CONFINE E IL COVID-19

L’inizio della pandemia COVID-19 ha visto i governi raddoppiare la cartolarizzazione dei confini e usare spudoratamente il virus come pretesto per introdurre una serie di misure draconiane che hanno reso la politica dei confini ancora più letale di prima.

Nonostante l’obbligo legale di garantire il diritto d’asilo, l’Europa e gli Stati Uniti hanno screditato tale pratica e tentato di impedire di fornire protezione internazionale; in questo momento, dunque, stanno respingendo coloro che cercano di raggiungere le coste europee e deportando i migranti che arrivano negli Stati Uniti prima di poter esercitare il loro diritto di chiedere asilo. Ciò vìola il principio fondamentale del non respingimento e costituisce una grave violazione al diritto internazionale consuetudinario, i diritti umani e il diritto marittimo internazionale.

In Europa, l’Italia e Malta hanno chiuso i loro porti e lasciato consapevolmente alla deriva le barche dei migranti, permettendo di fatto alle persone di morire in mare. In un caso, un gommone che trasportava 63 persone in fuga dalla Libia devastata dalla guerra è stato lasciato alla deriva per una settimana, senza soccorsi. Dodici persone sono morte per disidratazione e annegamento e i sopravvissuti sono stati trainati con la forza nuovamente in Libia e confinati a Tripoli, in un centro di detenzione noto per le torture esercitate. Diverse guardie costiere nazionali europee e Frontex sono state allertate sulla suddetta barca in difficoltà, ma non sono intervenute.

Negli ultimi anni, la capacità di risposta delle Ong rispetto a tali situazioni è stata notevolmente ridotta a causa delle politiche che criminalizzano le loro attività. Questa limitazione è stata ulteriormente aggravata con la chiusura dei porti in risposta a COVID-19, che ha costretto molte Ong ad ormeggiare le loro navi per un certo periodo. Sia chiaro, però, che il dovere di ricerca e soccorso in mare non spetterebbe alla società civile, ma agli Stati. La società civile lo fa solo perché gli Stati non lo fanno.

Ma c’è uno sforzo sostenuto e concertato da parte dei leader europei per tenere a tutti i costi fuori dal proprio Paese le persone che cercano asilo, e che troppo spesso ne pagano il prezzo con la loro vita. Negli ultimi anni, almeno sei persone sono morte ogni giorno cercando di attraversare il Mediterraneo. In realtà, però, ci sono probabilmente molte, molte altre vite perse.

Non diversamente da Derek Chauvin, l’agente di polizia che si è inginocchiato sul collo di George Floyd fino a quando non ha smesso respirare: anche i leader europei, attraverso le loro politiche di confine, tolgono sistematicamente l’ossigeno a migliaia di persone ogni anno, solo che non si sporcano le mani così tanto nel farlo. E come George Floyd, i corpi senza vita che affondano nel Mediterraneo, un mare che circonda alcune delle nazioni più ricche del mondo, sono Black lives, vite dei neri che evidentemente non contano agli occhi dei ricchi e dei potenti. Il Mediterraneo è una vera e propria fossa comune sommersa che contiene i resti di decine di migliaia di anime senza nome, morte per mano dei leader europei.

Negli Stati Uniti, i Centers for Disease Control and Prevention hanno emesso un’ordinanza per negare l’ingresso e l’immediata espulsione dei cittadini esteri che arrivano senza una documentazione valida, citando un’oscura legge sulla quarantena. Entro il 1° luglio, 70.000 persone sono state espulse a poche ore dal loro arrivo alla frontiera, senza la possibilità di chiedere asilo o di contestare la loro espulsione. Questa legge legata alla salute pubblica ha facilitato la loro espulsione di massa su una scala prima impensabile, in base alla legge sull’immigrazione.

DE-COLONIZZARE I CONFINI

La storia umana è una storia di migrazione. È sempre stata così, e lo sarà sempre. Per pura disperazione, alternando gradi di speranza e angoscia e spinti dall’istinto umano a sopravvivere, la gente continuerà a spostarsi, fuggendo da paesi lacerati dalla guerra, dalla violenza politica ed economica o dalla devastazione ambientale dovuta al crollo climatico.

Invece di garantire la libertà di movimento e il diritto di chiedere asilo a queste persone, l’esternalizzazione dei confini e la cartolarizzazione li espone a una perenne insicurezza, impedendo loro di proseguire il viaggio ma allo stesso tempo di tornare a casa.

Come nell’Inferno di Dante, sono stati banditi nel Limbo, il girone più esterno dell’inferno. Il loro crimine? Cercare di sopravvivere.

A giugno, il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato la necessità di europeizzare il Sahel giustificando questa affermazione con la minaccia del terrorismo. Le potenze coloniali hanno sempre trovato un pretesto per giustificare il loro dominio su terre straniere e la loro volontà a imporre confini, che alla fine servono solo ai potenti per infliggere un orrore inaudito a chi potere non ne ha.

Tutto questo continuerà allo stesso modo, se non faremo pressione per ottenere una conversazione onesta sulla decolonizzazione o sui confini. Questa conversazione non deve arrivare a vedere i confini come spazi isolati o le persone in movimento come se fossero all’interno di un vuoto di potere. Deve permettere di comprendere quanto sia fondamentalmente sbagliato tutto ciò che ha a che fare con una politica estera imperialista, con gli accordi commerciali guidati dal capitalismo e i mercati globalizzati, e con le dinamiche patriarcali di potere, che rendono una vita dignitosa inaccessibile a gran parte della popolazione mondiale, costringendola a spostarsi.

I movimenti antirazzisti e anticolonialisti devono unirsi, oggi, guardare oltre i loro Paesi e trascenderne i confini con le loro grida di protesta, andando oltre i contesti nazionali e regionali.

Le vite dei neri, dei “marroni” e degli indigeni devono essere importanti per tutti, a livello globale.

Dobbiamo denunciare senza vergogna e chiedere con forza che i confini siano smantellati, in tutti i sensi. Dobbiamo riconoscere apertamente i confini odierni come costrutti colonialisti e unirci per abbatterli. Dobbiamo organizzarci, scendere in strada, occupare lo spazio pubblico, organizzarci tra i lavoratori, dobbiamo smettere di lavorare, scioperare, boicottare. C’è forza nell’unità. Non dobbiamo rimanere in silenzio.

Secondo le parole del rivoluzionario e anticolonialista irlandese Roger Casement, dobbiamo “ribellarci con le azioni e i fatti” alle strutture imperialiste e al razzismo istituzionalizzato, fenomeni che stanno alla base del sistema di frontiere del nostro mondo.


Niamh Ni Bhriain

Niamh Ni Bhriain coordina il programma War and Pacification del Transnational Institute, il quale si concentra prevalentemente sullo stato di guerra permanente e sulla pacificazione della resistenza. È titolare di un master in International Human Rights Low presso il Irish Centre for Human Rights dell’Università di Galway in Irlanda (NUIG).


15 Agosto 2020, Roar Magazine

Traduzione di Andrea Zenoni per il Centro Studi Sereno Regis


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