Armi turche all’Uganda, per l’armatore è un semplice carico | Carlo Tombola

L’assai reputata «Janes», editrice specializzata nell’open-source defence intelligence, ha segnalato sul suo sito lo scorso 11 agosto1 la prima consegna relativa a un contratto da 20,7 milioni di $ firmato nel 2019, concernente veicoli blindati 4×4 “Hizir” prodotti dalla società turca Katmerciler2 e acquistati da un non meglio identificato paese est-africano. L’articolo di «Janes» è corredato da una foto che mostra quindici veicoli militari in attesa dell’imbarco nel porto turco di Mersin, accanto alla nave ro-ro “Jolly Cobalto” che sta per effettuarne il trasporto, e ipotizza che il porto di sbarco potrebbe essere Gibuti, usato abitualmente dall’esercito etiopico, escludendo che veicoli di fabbricazione turca possano essere destinati a Jeddah, in Arabia Saudita.

La notizia è stata subito ripresa da shippingitaly.it, quotidiano on-line del trasporto marittimo, che ne ha chiesto conto alla Compagnia Ignazio Messsina & C., armatrice genovese della «Jolly Cobalto», e poi ne ha pubblicato la reazione.3 Così siamo venuti a conoscenza di ulteriori particolari relativi al carico e alle toccate della nave, e sappiamo che i veicoli sono stati effettivamente sbarcati a Mombasa (Kenya).

Possiamo quindi ricostruire precisamente la recente rotta della «Jolly Cobalto»:

PORTOD arrivoH arrivo (LT)D partenzaH partenza (LT)In porto
Napoli10.7.202014:5911.7.20207:0116 h 1’
Alexandria14.7.20203:5715.7.202018:351 g
Mersin17.7.20209:5418.7.20208:4822 h 53’
Suez Canal20.7.20204:4620.7.202014:199 h 32’
Jeddah22.7.202023.3324.7.20204:461 g
Djibouti26.7.20202:4727.7.202017:311 g
Mombasa4.8.20205:085.8.202022:461 g
Dar Es Salam (anch)6.8.202016:307.8.202016:021 g
Dar Es Salam7.8.202016:519.8.20205:061 g
Durban14.8.202022:0118.8.202016:543 g
Maputo18.8.202016:5919.8.202016:0223 h 2’

Gli “Hizir” non erano dunque destinati all’esercito etiopico, come lasciava intendere «Janes», il vero committente è il Ministero della Difesa dell’Uganda. Veniamo inoltre a sapere che quelli imbarcati sulla «Cobalto» erano privi di armamenti, che il caricatore era lo spedizioniere turco Horoz, che a metà settembre Messina curerà il trasporto da Mersin a Mombasa di altri sedici veicoli.

Notiamo che l’articolo fa esplicito riferimento all’«esperienza delle navi Bahri» a Genova e al fatto che «questo tipo di imbarchi portano con sé sospetti e proteste da parte di organizzazioni di vario genere», quindi le precisazioni di Messina intenderebbero «placare sul nascere qualsiasi tipo di illazione o sospetto». Se comprendiamo bene il punto di vista dell’armatore genovese – la cui immagine è alquanto implicata, e non da oggi, nel trasferimento di armi di ogni genere verso paesi africani sconvolti da guerre civili e violazioni dei diritti umani –, il trasporto dei veicoli turchi verso l’Uganda dovrebbe essere considerato come normale routine, un legale e “non sospetto” commercio di armi. Nulla di più.

Sul punto vorremmo fare qualche precisazione. I veicoli definiti come «non armati» sono presentati dalla stessa casa produttrice come «veicoli 4×4 corazzati tattici con una capacità di 9 persone, progettati per prestazioni elevate in condizioni di combattimento intenso nelle aree rurali e urbane».4 La loro vendita all’Uganda è stata salutata dai media turchi come il primo grande successo di Katmerciler sul mercato militare internazionale, enfatizzato sui social subito dopo la partenza della «Cobalto» da Mersin.5

The Weapon Watch ritiene, al contrario, che contribuire ad armare il regime ugandese sia fortemente inopportuno censurabile, contrario allo spirito della nostra Costituzione e delle leggi italiane in materia di trasferimento degli armamenti, oltre che della Posizione comune europea e del Trattato internazionale sugli armamenti convenzionali, sottoscritto e ratificato dall’Italia ma non dall’Uganda e solo firmato dalla Turchia.

L’Uganda è da decenni teatro dviolazioni dei diritti umani e politici. Il paese è stato pesantemente coinvolto nei conflitti ancora in corso del Sud Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo e anzi, secondo un gruppo investigativo inglese avrebbe ripetutamente violato l’embargo internazionale del Sud Sudan, acquistando “legalmente” armi da paesi europei per trasferirlo alle fazioni in guerra oltre i suoi confini.

Foto di Russell Watkins/Department
for International Development
(CC BY-SA 2.0)

Il regime di Yoweri Museveni, vero “Lukashenko africano”, dura interrottamente dal 1986, e ora Museveni si appresta a ricandidarsi per la sesta volta alle elezioni del 2021, dopo aver fatto approvare dal parlamento di Kampala ripetuti emendamenti per estendere la durata del mandato presidenziale. La promozione del gen. Muhoozi Kainerugaba, terzogenito di Museveni, in ruoli chiave delle forze armate ugandesi è stata vista dai media locali come la preparazione alla successione dell’anziano presidente. Soli progressi – se così si possono chiamare – nella situazione interna possono essere considerati l’annullamento (tardivo) della legge che puniva l’omosessualità anche con la pena di morte, e la recente (marzo 2020) riconosciuta incostituzionalità della legge sul mantenimento dell’ordine pubblico, grazie alla quale negli ultimi anni Museveni ha messo a tacere (e spesso incarcerato) gli oppositori politici.

Dopo i ripetuti casi di trasporto di armi per le guerre più sanguinose che hanno visto il coinvolgimento della Compagnia Messina e delle sue navi – ultimo quello, clamoroso, che rivelò nel 2015 il ruolo della «Jolly Cobalto» (!) nella supply chain di bombe RWM per la coalizione anti-Yemen6 –, suggeriamo alla stessa Messina e in generale agli operatori dello shipping non tanto di cercare di «placare sul nascere» i nostri più che legittimi sospetti, quanto di contribuire concretamente alla trasparenza di un settoreassai “opaco”, per non dire che agisce nell’ombra. 

Suggeriamo quindi che vengano forniti alle comunità portuali, ai lavoratori e all’opinione pubblica i dati di tutti i trasferimenti di armamenti che passano per i nostri porti, compresi gli elementi di conoscenza del mittente e del destinatario finale, oltre che della natura del carico e del suo valore, quali sono riportati sui documenti che accompagnano la merce. Sono – com’è noto – documenti come il bill of lading (‘polizza di carico’), formalmente “pubblico” e come tale esibito ad attori pubblici e privati (dogane, banche, assicurazioni, agenti marittimi, spedizionieri, terminalisti ecc.), ma di fatto segretato dalla prassi commerciale, sebbene in paesi-modello come gli Stati Uniti siano facilmente reperibili in rete, in banche dati specializzate nelle indagini di mercato.


Note

1 Jeremy Binnie, Turkish Hizir vehicles exported to East Africa, «Janes», 11 August 2020, https://www.janes.com/defence-news/news-detail/turkish-hizir-vehicles-exported-to-east-africa

2 Katmerciler AS è una società a capitale pubblico fondata nel 1985, con sede e stabilimento a Çigli (Smirne), specializzata nell’automotive e nei veicoli industriali (tra i clienti: Mercedes, Renault, IVECO, Man), 400-420 dipendenti per un fatturato di 48,87 milioni di $ (2019).

3 Ignazio Messina & C. fa chiarezza su una spedizione di mezzi militari dalla Turchia, in «Shipping Italy.it», 17.8.2020, https://www.shippingitaly.it/2020/08/17/ignazio-messina-c-fa-chiarezza-su-una-spedizione-di-mezzi-militari-dalla-turchia/

4 Vedi http://www.katmerciler.com.tr/L/TR/mid/343/g/343/c/31/id/61/HIZIR-4×4-Taktik-Tekerlekli-Zirhli-Arac.htm (ns. trad. dal turco)

5 Si vedano in particolare il tweet del 20 luglio pubblicato dalla stessa Katmerciler e il lancio dell’agenzia di stampa governativa Anadolu dello stesso giorno, contenente un video che mostra la partenza dallo stabilimento di Çigli (Smirne) dei 15 “Hizir”, caricati su altrettanti camion diretti a Mersin: Türk zirhli muharebe araci ‘Hizir’ Afrika yolunda, 20.7.2020, https://www.aa.com.tr/tr/bilim-teknoloji/turk-zirhli-muharebe-araci-hizir-afrika-yolunda/1915985.

6 Malachy Browne, Anatomy of an investigation: Tracking Italian bombs to Yemen, «First Draft», 18.7.2015, https://firstdraftnews.org/latest/anatomy-of-an-investigation/


Fonte: The Weapon Watch, Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei


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