Interpretando l’accordo UAE/Israele sulla sospensione dell’annessione | Richard Falk

Risposte alle domande d’intervista di Javad Heiran-Nia, giornalista iraniano, sull’accordo UAE/ Israele di Normalizzazione/Annessione del 13 agosto 2020.

Foto di Raimund Andree da Pixabay

Gli Emirati Arabi Uniti e Israele hanno normalizzato i loro rapporti. Quali ne sono le ragioni e che effetto avrà sulle equazioni regionali?

Qualunque commento sulle implicazioni regionali dell’Accordo è ovviamente molto speculativo in quanto le vere ragioni di una tale iniziativa vengono raramente svelate da chi ne ha potere decisionale. In questo caso le incertezze sono aumentate da alcune ambiguità centrali nel linguaggio del testo, specialmente dal termine ‘sospendere’ in quanto ai piani israeliani d’annessione di parti della Cisgiordania, territorio internazionalmente considerato come parte della Palestina Occupata, e però da Israele come ‘territorio disputato’.

Proporrei le seguenti reazioni all’Accordo: Israele è stato motivato dallo sforzo di Netanyahu di giustificare un ritardo d’adempimento della propria promessa elettorale di annettere vaste porzioni del territorio cisgiordano occupato appartenete alla Palestina, e l’Accordo ha fornito una base per pretendere compensazioni. Netanyahu era inoltre sotto pressione per convincere gli israeliani di poter essere un leader efficace, e raggiungere pace e sicurezza nella regione pur essendo imputato di corruzione e senza fare concessioni ai palestinesi. L’accordo si può considerare una vittoria dei politici reazionari inflessibili israeliani, ed ha inoltre compiaciuto Trump permettendogli di vantare credito per aver mediato un accordo che viene vantato come ‘breccia’ pr la ‘pace’. Nel suo uso, pace si riferisce ai rapporti israelo/arabi, ed ignora il conflitto irrisolto con il popolo palestinese e i suoi dirigenti.

È meno chiaro che cosa abbia motivato gli UAE ad agire in questo momento. Si suppone che una volta fatta ‘pace’ con Israele, gli UAE siano idonei per l’acquisto di sistemi d’arma avanzati dagli USA, compresi i più recenti droni militari. Gli UAE possono anche aver volute rafforzare la coalizione anti-Iran fintanto che Trump resta presidente, temendo che nel caso Biden vinca l’elezione di novembre, possa rivalidare l’accordo sul programma nucleare dell’Iran negoziato durante la presidenza Obama ma ripudiato da Trump. È anche plausibile che gli UAE facciano una mossa per stabilire la propria leadership fra i paesi del Golfo, uscendo dall’ombra dell’Arabia Saudita.

Per giungere a un comune accordo è possibile che le parti abbiano convenuto di non specificare che cosa s’intendesse in rapporto al termine ‘sospendere’ riferito all’annessione formale del territorio cisgiordano da parte d’Israele. Può darsi anche che si sia concordata fra le tre parti un’interpretazione confidenziale per una sospensione dell’annessione per almeno sei mesi, ignorabile poi nei sei mesi successivi da Israele con l’approvazione USA, per procedere dopo l’anno con l’annessione.

Questa è la normalizzazione dei rapporti mediate da Trump, accordo che dev’essere firmato alla Casa Bianca. Che utilizzo propagandistico ne farà Trump nell’elezione presidenziale?

Come già asserito da Trump, ciò verrà presentato al popolo americano come dimostrazione dell’efficacia della diplomazia negoziale di Trump, nonché dell’assicurare la vittoria d’Israele nei suoi sforzi di arrivare alla normalizzazione con i propri vicini arabi senza permettere la formazione di una Palestina sovrana indipendente. L’ubicazione della cerimonia di firma alla casa Bianca sarà un’opportunità testimoniale fotografica d’alto profilo per Trump, trasmessa al mondo in segno di una perdurante leadership USA nella ricerca di stabilità nella regione con modalità che preservino gli interessi strategici USA e israeliani. Resta da vedere se molti cittadini USA saranno molto impressionati da tale ostentazione in pubbliche relazioni. Alla celebrazione dell’Accordo si sono aggiunte alcune voci USA liberal e anti-Trump, fra cui una febbrile buffata dell’influente editorialista del New York Times Thomas Friedman che tratta l’Accordo in modo fuorviante come un ‘terremoto geopolitico’ con un impatto positivo e unificante sull‘intero Medio Oriente. Finora si è prestata poca attenzione in Occidente a come l’accordo nuoccia alla lotta palestinese per i diritti basilari, o pesi sui tentativi di esercitare pressioni sull’Iran affinché si adegui alle priorità occidentali.

Quest’accordo, peraltro, mostra la preoccupazione degli UAE e dell’Arabia Saudita per degli USA senza Trump. Infatti i due paesi, pervenendo a chiari rapporti di sicurezza e politici con Israele, godranno di maggior sostegno dal governo USA. Come valuta lei?

Mi pare una considerazione precisa, ma non centrale. Questi paesi primari del Golfo cooperano da tempo con Israele in vari modi, fra cui collegamenti economici e diplomatici, cyber-sicurezza, e sforzi congiunti di pressione sull’Iran e di sostegno a forze antigovernative in Siria. È dubbio che una presidenza Biden avrebbe contestato questi orientamenti politici ove al potere, sebbene una dirigenza cambiata probabilmente rivedrebbe qualunque promessa o impegno di Trump per indurre gli UAE a firmare l’Accordo, infrangendo apertamente i ranghi sulla normalizzazione dei rapporti con Israele senza un suo previo impegno all’accettazione di uno stato palestinese sui territori occupati nel 1967. Resta non chiaro se l’Arabia Saudita sia stata un partner silente in questa iniziativa o se temesse che potesse innescare un attivismo anti-regime nel paese stesso, e abbia pertanto incoraggiato gli UAE a farsi avanti.

Gli UAE hanno annunciato che il piano d’annessione è stato cancellato da quest’accordo. Frattanto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu annunciava che il piano di annessione della Cisgiordania era tuttora sul tavolo ed era stato solo posposto. Come valuta lei?

Pare poco dubbio che i due contraenti dell’Accordo del 13 agosto vogliano esporre interpretazioni divergenti del suo contenuto in quanto incide sull’avallo Netanyahu/Trump di annessione di quelle certe porzioni di Palestina occupata su cui sono attualmente situati insediamenti israeliani illegali. Gli UAE per nascondere il proprio abbandono dei palestinesi nella loro lotta per diritti basilari cercano di asserire che l’ottenimento dell’impegno israeliano di sospendere il suo piano d’annessione preserva la speranza di uno stato palestinese che comprenda l’intera Cisgiordania. Al contrario Israele vuole convincere specialmente il suo movimento dei coloni che la sospensione è temporanea, e che al presentarsi di un momento opportuno l’annessione procederà sulla base dell’asserzione della sovranità israeliana. Bisogna capire che il territorio in questione è già stato annesso nei fatti sul terreno, e che l’impegno d’Israele è l’ambigua ‘sospensione’ formale dell’annessione per un periodo indefinito. Il passaggio dall’annessione de facto a quella de jure sembra collegato con il ridimensionamento verso il basso delle aspettative palestinesi per il caso che in futuro riprenda qualche genere di negoziato fra Israele e Palestine. Può essere rilevante rammentare che la risoluzione ONU (Assemblea Generale) di partizione (# 181) mirava a conferire circa il 56% della Palestina a Israele dopo la fine del Mandato britannico. Alla fine della guerra del 1948 Israele aumentò le sue mire territoriali al 78% della Palestina, e si presupponeva a livello diplomatico che avrebbe trattenuto il territorio acquisito militarmente e che i palestinesi avrebbero calato i propri obiettivi alla costituzione del proprio stato sul rimanente 22%, quota ulteriormente erosa dall’esito della guerra del 1967 e da successivi sviluppi (tutti illegali, quali insediamenti, barriere separatorie, e altre usurpazioni).

Quest’accordo non significa il fallimento del patto del secolo? Poiché le terre che Israele dovrebbe occupare secondo il patto del secolo non possono evidentemente congiungersi secondo questo accordo (nell’annuncio degli Emirati Arabi Uniti, ovviamente).

Secondo me quest’Accordo UAE/Israele non dovrebbe essere considerato il fallimento del patto del secolo, bensì la sua attuazione parziale e indiretta, che mirava ad attribuire sovranità israeliana al 30% della Cisgiordania. Sebbene Israele abbia concordato di sospendere l’annessione, penso che la migliore interpretazione sia che si tratta di un impegno temporaneo che verrà modificato entro un anno, allorché procederà un graduale rinnovo dell’annessione, magari senza bisogno o ricerca di approvazione USA. Gli UAE possono obiettare, specialmente se Netanyahu si muove troppo presto per riattivare i piani di annessione, ma è improbabile che disfino l’Accordo fintanto che serve i loro interessi strategici regionali. Gli UAE, insieme ad altri importanti governi arabi, avevano da tempo abbandonato qualunque sostegno corposo alla lotta palestinese e adottato politiche dirette a tappe verso la specie di cooperazione adesso normalizzata ed avallata apertamente nell’Accordo, che ha la benedizione di Washington e permette ad Israele di rassicurare gli israeliani sull’intensificazione della sicurezza e la diminuzione del proprio senso di pariah regionale.

Una considerazione alternativa dell’Accordo Israele/UAE è ritenerlo un Piano B progettato per celare la mancata accettazione provvisoria da parte dei contraenti e del mondo del piano Dalla pace alla prosperità di Trump. Il nuovo approccio finge che l’Accordo sia un ‘ENORME’ contributo alla pace, come asserito da Trump in un tweet. I palestinesi, i turchi e gli iraniani la sanno più lunga! Degno inoltre di nota è che i contraenti hanno ignorato la rilevanza del diritto internazionale. L’annessione, de facto o de jure, era in violazione del diritto umanitario internazionale, e così vengono ripagati Israele & Trump per accettare di sospendere un’operazione equivalente al ‘riciclaggio di denaro sporco’, anche se non di natura finanziaria.


Richard Falk

Richard Falk è membro del TRANSCEND Network, studioso di relazioni internazionali, professore emerito di diritto internazionale all’Università di Princeton, Distinguished Research FellowOrfalea Center of Global Studies, UCSB, autore, coautore o editore di 60 libri e relatore e attivista per gli affari mondiali. Nel 2008, il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC) ha nominato Falk per due periodi di tre anni come relatore speciale delle Nazioni Unite sulla «situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967». Dal 2002 vive a Santa Barbara, in California, e si è associato con il campus locale dell’Università della California, e per diversi anni ha presieduto il Board of the Nuclear Age Peace Foundation. Il suo libro più recente è On Nuclear Weapons, Denuclearization, Demilitarization and Disarmament (2019).


TRANSCEND MEMBERS, 17 Aug 2020 | Richard Falk | Global Justice in the 21st Century – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.