Humans, prima tappa: SERBIA. Proteste, virus e menzogne | Benedetta Pisani

Disegno di Margherita Caretta

Ho deciso di ambientare il primo “esperimento socio-antropologico” in Serbia, attraverso le parole che Gradimir e Milan mi hanno regalato. Le ragioni principali di questa scelta sono due:

  1. Dopo aver trascorso sei mesi in Slovenia per il Programma Erasmus, ho sviluppato una passione semi-ossessiva per tutta l’area balcanica. Per intenderci… Le notizie che danno inizio alla mia routine mattutina e le ultime che leggo la sera prima di spegnere il computer, sono quelle pubblicate dall’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa.
  2. Le circostanze tragicomiche in cui ho conosciuto Gradimir lo collocano sicuramente nella mia personalissima lista di gr8humans. Commissariato di Polizia a Madrid. E ho detto tutto.

Per poter scrivere un’intervista densa e all’altezza dell’argomento trattato, ho raccolto  notizie di cronaca, testimonianze storiche, racconti e opinioni sugli ultimi avvenimenti e sul passato recente del paese.

Solo dopo l’intensa chiacchierata con Gradimir e Milan, ho realizzato che quegli articoli non mi avevano permesso di sviluppare una visione dei fatti completa e esaustiva. Si limitavano a descrivere le proteste attualmente in corso come l’inevitabile conseguenza di un “malcontento popolare”, generato dall’incoerenza delle misure anti-Covid adottate dal governo e degenerato a seguito della presa di coscienza collettiva che quelle misure aspiravano a finalità tutt’altro che sanitarie.

Le rivolte sono iniziate poche settimane fa, poco dopo che il presidente Vucic aveva annunciato un nuovo lockdown, a seguito di una presunta “seconda ondata” di infezioni da coronavirus. Ma ben presto si sono trasformate in una più complessa espressione di malcontento e frustrazione da parte di un popolo sottoposto, ormai da anni, a governi di natura totalitaria.

“Le proteste non sono contro le misure di sicurezza anti-Covid, ma contro le continue menzogne del governo. I manifestanti appartengono a un ampio spettro politico-sociale. Dal senzatetto all’imprenditore locale. Dal comunista all’hooligan fascista. In realtà, questi estremisti volevano semplicemente dare inizio a una rivolta. E così, tra il 7 e l’8 di luglio, le proteste sono diventate violente. Anche se io ripudio la violenza, inizio a credere che sia inevitabile per porre fine al totalitarismo imposto dal nostro presidente”, inizia a raccontare Gradimir.

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“Negli ultimi 30 anni, la Serbia sta fronteggiando una serie di problematiche, senza averle mai risolte del tutto. Le proteste sono ancora qui. Dopo la rivoluzione, noi siamo ancora qui.”  Inizia a raccontare Milan Jovanovic, con un tono fermo e deciso, e con gli occhi che esprimono delusione e speranza nei confronti del suo paese e del suo popolo.

“Il Serbian Progressive Party è salito al potere nel 2012, con più del 50% dei membri del Parlamento, da solo. Da quel momento, ha avuto inizio una progressiva “erosione” della libertà di stampa e di informazione. L’opinione pubblica era fortemente divisa. E questa divisione, in Serbia, è tangibile ovunque, in ogni campo. Il partito si insinua in tutte le istituzioni pubbliche, ad esempio le corti di giustizia, le aziende statali… Un terzo degli impiegati in Serbia lavora in compagnie di proprietà dello Stato. Il miglior modo per non rischiare la disoccupazione è sostenere il partito. Ricorda un po’ l’idea del partito unico.”

Qual è la causa scatenante di queste proteste? E quali sono le richieste dei manifestanti, oltre a quelle legate all’emergenza sanitaria?

“La maggior parte dei media europei descrive le proteste serbe come manifestazioni contro il modo in cui il governo ha gestito l’emergenza sanitaria. È vero, ma solo in parte. È stato l’evento scatenante, ma non è la causa dell’instabilità e dell’infelicità del popolo serbo. Si stanno manifestando una serie di problemi che esistevano già, come l’inadeguatezza del sistema medico-sanitario. Alcuni media indipendenti provano a far emergere la realtà dei fatti, ma il presidente Vucic smentisce quello che questi riportano.”

Poi, Milan incalza. “Le negoziazioni con il Kosovo sono state in stand-by per due anni e, un giorno dopo le elezioni, il Rappresentante speciale EVE, Lajcak, è venuto a Belgrado. Gli aderenti all’estrema destra dello spettro politico, sono contrariati perché percepiscono l’accordo con il Kosovo come qualcosa di pericolosamente vicino. E la crisi sanitaria non fa altro che accelerare tutto il processo. Quindi, il problema non è solo relativo al Covid-19. Ci gira intorno, ma non è solo quello.”

Mentre gli altri paesi europei hanno gradualmente attenuato le misure di sicurezza, Vucic ha optato per un processo accelerato, consentendo la riapertura dei luoghi pubblici, senza avere cura del distanziamento sociale. Basti pensare al derby a Belgrado, il più grande assembramento in Europa dopo la fine del lockdown. In più, il 21 giugno si sono tenute le elezioni. Un boomerang letale per il senso di responsabilità di Vucic che, invece, ha attribuito la colpa al “comportamento irresponsabile” dei cittadini.

“La situazione è estremamente polarizzata. O ti fidi di Vucic al 100%, oppure per niente. L’intera nazione è divisa e quando è stato annunciato il coprifuoco, le persone hanno dato di matto. Alla base del malcontento c’è la consapevolezza che il governo ha mentito per mesi al fine di attirare quante più persone possibile alle urne, dove non era presente nessun tipo di equipaggiamento medico. Ora che le elezioni sono finite, vogliono reintrodurre le misure di sicurezza”, sostiene Milan.

La BIRN ha condotto un’analisi dettagliata del database Covid-19, mostrando che il numero delle vittime e dei pazienti infetti sono più del doppio di quelli dichiarati. Il governo ha, quindi, spudoratamente mentito ai cittadini per scopi elettorali?

“Durante la quarantena il governo serbo ha adottato delle misure di sicurezza molto rigide, che sono state improvvisamente sospese agli inizi di maggio. Ed è qui che è nato il problema. Dal quel momento, il reale numero di vittime e di persone positive ai test è stato nascosto, per poi essere svelato solo due giorni dopo le elezioni”, inizia a raccontare Gradimir.

“Agli inizi di maggio, il presidente e il partito di governo avevano dichiarato che la situazione in Serbia era tranquilla e il Covid-19 era stato sconfitto: “Potete uscire e venire a votare!”. Lo scandalo è emerso un mese prima delle elezioni, quando i dati sul numero di persone infette e di deceduti è stato manomesso. La situazione era questa: la curva che mostrava una tragica impennata fino a un mese prima delle elezioni, è diventata improvvisamente piatta. Appena dopo le elezioni, ha cominciato a salire di nuovo e in modo ancora più grave rispetto ai mesi precedenti. Hanno manomesso le statistiche perché non sono stati effettuati abbastanza test. Persone che mostravano tutti i sintomi hanno denunciato sui social che era stato negato loro di effettuare il test, oppure che gli era stato detto che il risultato era negativo, senza mai recapitarglielo”, continua Milan con tanta amarezza.

 “Il dibattito politico negli ultimi mesi è stato incentrato sull’opportunità o meno di boicottare le elezioni. Il partito di governo, che ha fatto di tutto per portare quante più persone al voto, sosteneva che il boicottaggio non avrebbe funzionato; l’opposizione, ovviamente, era convinta del contrario. I tre partiti presenti in Parlamento, appartengono alla stessa “area politica”, quindi non c’è una vera opposizione. Questo pone un altro problema.”

Cos’è, secondo te, l’opposizione? E cosa scaturisce dalla sua assenza?

“L’opposizione nasce spontanea. È qualcosa che emerge in modo naturale, giusto? Noi serbi abbiamo deciso che il posto in cui far fluire le nostre opinioni, i nostri disappunti su una serie di questioni politiche, è il Parlamento. Quindi, non affrontiamo le problematiche manifestando nelle piazze, o attraverso altri mezzi. Ora, anche se non c’è un’opposizione al Parlamento, le persone  continuano ad avere l’esigenza di esprimere le proprie idee, far emergere i propri punti di vista. E così che hanno avuto inizio le proteste.”

“Se il boicottaggio non fosse stato portato avanti, l’opposizione non avrebbe comunque ottenuto grande visibilità al Parlamento, non avrebbe ottenuto una percentuale di voti necessaria per avere voce in capitolo. Ma, onestamente, non credo che avrebbero potuto fare meglio di così, non avendo accesso ai media. Ci sono 5 reti televisive nazionali e tutte sono di proprietà del governo. Quindi, la rappresentazione dell’opposizione in TV, soprattutto durante il periodo di campagna elettorale, è minimo. Appaiono ogni tanto, non in tutte le reti e in contesti essenzialmente negativi. Non c’è spazio per loro nei media e credo che il boicottaggio sia stata la strategia migliore. Ma c’è molta paura e non so quanto tutti questo durerà. Credo che l’opposizione in Serbia stia solo aspettando il supporto da parte dell’Unione Europea, come è accaduto alla fine degli anni ’90 con Otpor. Secondo la mia personale opinione, è molto improbabile che accada nei prossimi due anni, almeno fin quando il problema del Kosovo rimane irrisolto. Il presidente Vucic lo sa e sta rimandando il più possibile, perché quando la crisi sarà risolta, l’attenzione verterà su altre problematiche.”

 Non credi, quindi, che al momento ci siano i presupposti per la nascita di un movimento simile a Otpor, che ha giocato un ruolo fondamentale nel processo di smantellamento del regime Miloševi??

“Sono tanti gli aspetti su cui è possibile effettuare un paragone tra la Serbia oggi e quella di 30 anni fa. Ma molte cose sono cambiate. Sono stati impiegati 10 anni per rovesciare il governo di Miloševi?, e in quel frangente, il presidente ha condotto tre guerre: due assolutamente fallimentari e solo una (quella in Bosnia) parzialmente vittoriosa. In più, all’epoca il tasso di inflazione era altissimo e le persone non riuscivano nemmeno a comprare il pane al supermercato. Ci sono voluti 7 anni per superare questa condizione disastrosa. Dopo il trattato di pace con la Bosnia, Miloševi? ottenne il supporto degli altri paesi europei, che lo vedevano come un fattore chiave per la pace e la stabilità della regione. Nessuno badava alla libertà di stampa e a tutte le altre libertà violate. Questo può essere un elemento di comparazione con la situazione attuale. Poi, nel 1998,  iniziò a emergere la questione del Kosovo e nel 1999 scoppiò la guerra, con gli interventi armati e i bombardamenti da parte della NATO. Solo allora le persone iniziarono a realizzare che ne avevano abbastanza. La povertà si può anche gestire in qualche modo, ma la guerra no”, continua Milan.

“Otpor è stato creato dai paesi occidentali; era fondato su basi solide e su una formazione improntata a mobilizzare i manifestanti contro il presidente Miloševi?. Oggi, la situazione è molto diversa. È ampiamente diffusa l’idea che Vucic sia salito al potere per colpa dell’opposizione. In più, tutte le proteste che sono state condotte in Serbia, soprattutto durante il 2019, non hanno risolto praticamente nulla. Una delle ragioni, direi, è che le richieste dei manifestanti erano piuttosto sconnesse. A richieste così poco chiare, il presidente Vucic risponde che i media possono fare quello che vogliono e hanno scelto liberamente di supportarlo.”

“Non credo che ai tempi di Milosovic siano stati utilizzati così tanti gas lacrimogeni contro i manifestanti. Questo è uno scenario di brutalità e di ostentazione del potere da parte della polizia. E, dopo pochi giorni, quel potere sembrava aver funzionato. Vucic è un totalitario ed è perfettamente consapevole delle sue azioni. Il numero di proteste è immediatamente diminuito, perché le persone avevano paura di scendere in strada. Ma alcuni lo hanno fatto comunque e hanno scelto di affrontare la polizia. Questa situazione è stata sfruttata e manipolata dai media”, incalza Milan

“Vucic ha messo l’opposizione in un angolo. E l’opposizione sta solo aspettando che l’UE intervenga per porre fine a questa dittatura.”

Il sostegno delle istituzioni di Bruxelles al governo serbo segue, ormai da anni, il criterio della stabilocrazia: sostenere regimi illiberali fintanto che questi mantengano un orientamento pro-europeo e garantiscano continuità di governo.  In quale misura la retorica occidentale di “democratizzazione”, stato di diritto e rispetto per le istituzioni statali, ha una reale efficacia in una Serbia, ormai da anni, caratterizzata da autoritarismo e corruzione?

“Le persone in Serbia si sono stancate della stabilocrazia dell’Unione Europea,  percepita come predominante e non veramente interessata a mantenere la situazione stabile, nell’ambito delle relazioni internazionali. Tutti la concepiscono come un “Vi stiamo solo dando il tempo e lo spazio per risolvere la situazione con il Kosovo”, e la maggior parte delle persone in Serbia non ha intenzione di riconoscere l’indipendenza del Kosovo.”

“Il Presidente Vucic vuole proporsi come membro di un partito di centro-destra, quando in realtà la maggior parte delle sue scelte politiche e personali sono decisamente tendenti verso un’estrema destra nazionalista. I serbi accettano i suoi atteggiamenti e giustificano le sue scelte, perché Vucic è la loro guida. E l’unico modo per far accettare loro un accordo tra Kosovo e Serbia, e quindi l’indipendenza, è che questo accordo sia deciso dal presidente. L’Unione Europea sa che se mai dovessero avere inizio i negoziati, sarà sempre per una scelta di Vucic. Allo stesso tempo, Vucic sa che dare inizio al processo negoziale significa rinunciare al supporto derivante dalla stabilocrazia europea. Infatti, l’attenzione dell’UE non sarà più incentrata sul Kosovo, ma su tutte le altre problematiche della Serbia, dalla libertà di stampa allo stato dell’economia.”

“Fino a quando l’accordo con il Kosovo sarà l’argomento principale, Vucic potrà continuare a manipolarlo e a tergiversare”, conclude Milan.

Cos’è per te la felicità?

Quest’ultima importantissima domanda si ricollega l’obiettivo ultimo del Progetto HUMANS… Scoprire cosa rende le persone felici, per aiutare chi ancora non sa cosa sia la felicità a trovarla nell’inaspettata semplicità della vita.

Disegno di Margherita Caretta

Milan Jovanovic

“Penso si possa raggiungere l’apice della felicità viaggiando, incontrando nuove persone e godendo di ogni momento lungo il tragitto. Ogni piccolissimo dettaglio resterà impresso nella memoria, per sempre. Dopo trent’anni racconterai quelle storie ai tuoi figli e loro, amorevolmente annoiati, ti risponderanno: Si, me l’avrai detto almeno cinque volte! Ti farà sorridere, fanne tesoro. Questa è per me la felicità.”

Disegno di Margherita Caretta

Gradimir Ignjatovic

“È una domanda che mi pongo quasi ogni giorno. E non riesco mai a darmi una risposta. Qualcosa che mi rende felice, a volte, può provocarmi grande sofferenza. È davvero complicato… Dipende dai giorni. Se durante la giornata non ho lavorato un granché, la sera non riuscirei a godermi una festa tra amici. Ma, se sono soddisfatto del mio lavoro, a quella stessa festa sarò di ottimo umore. La felicità è un concetto piuttosto generalizzato e complesso… Non avrò mai una risposta.”

Non c’è una singola risposta e questo rende l’umanità ancora più unica.


Una replica a “Humans, prima tappa: SERBIA. Proteste, virus e menzogne | Benedetta Pisani”

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