I migranti non si possono fermare | Giuliana Sgrena

Media e memoria. Occorre il coraggio di dire che i migranti non si possono fermare: non serve andare in Tunisi a con il «modello libico» in mano a chiedere aiuto a un governo che non c’è. Bisogna aprire i porti e per stroncare i trafficanti stabilire corridoi umanitari

Open Arms al largo della Libia
Foto Ministero della Difesa, Spagna. Licenza CC BY-NC-ND 2.0

Basterebbe ricordare la sparatoria della guardia costiera libica contro gli immigrati che intendevano fuggire dai lager in cui sono imprigionati in Libia per dimostrare la connivenza del nostro governo, che finanzia quegli sgherri, con il massacro dei migranti e la negazione del loro diritto a migrare.

L’uccisione dei tre sudanesi intercettati e riportati a terra avveniva proprio mentre a Roma era in corso una manifestazione indetta da intellettuali contro gli «accordi criminali con i libici». Perché in piazza c’erano solo 250 persone, contro le 5mila di diciotto mesi prima, come rilevato da Michela Murgia (la Stampa, 29 luglio)?

Perché tanta insensibilità da parte degli italiani di fronte a una mobilitazione di intellettuali dei quali abbiamo spesso criticato l’assenza su temi che sconvolgono l’umanità? La risposta per Murgia è il cambiamento del governo, è venuto meno il collante anti-Salvini. È vero che la politica sull’immigrazione non è cambiata, che i decreti sicurezza non sono stati cancellati anche per la resistenza dei 5stelle che li avevano votati. Ma non è quello che il Pd aveva chiesto in campagna elettorale, così come Zingaretti ha tradito la propria assemblea nazionale che aveva votato all’unanimità contro il finanziamento alla guardia costiera libica.

Dunque Zingaretti è uguale a Salvini? Lo sostiene Michela Murgia e anche Roberto Saviano, che con arroganza chiede a Zingaretti di rispondere alla sua invettiva. Sicuramente Zingaretti deve rispondere al suo partito, soprattutto a coloro che non accettano quelle «compatibilità» di governo che tradiscono i valori della sinistra tra i quali la solidarietà, il rispetto dei diritti umani, etc.

Valori che non sono certo quelli che Paolo Mieli (Corriere, 30 luglio) attribuisce alle misure proposte e vantate da Minniti a fine 2017 – con le quale incredibilmente l’editorialista dichiara di essere d’accordo -, quando era ministro dell’interno e riceveva appoggi incondizionati, perché dimenticarlo, dal Corriere della Sera al Fatto quotidiano: controllo Onu sui campi profughi in Libia (mai attuati, anzi le Nazioni unite denunciano ora il sistema delle prigioni e delle torture), sperimentazioni di canali umanitari (mai sperimentati), valorizzazione delle municipalità libiche (spesso in mano al meglio a bande malavitose).

Minniti aveva stipulato un patto «contro i trafficanti», così lo chiamava, con 14 sindaci libici, che però puntavano soprattutto a finanziamenti per stabilizzare il sud. Alla fine il cosiddetto memorandum è diventato delega alle milizie di imprigionare e reprimere le fughe dei profughi disperati. Le proposte dell’ex-ministro non sono solo state abbandonate dal suo partito (Mieli) ma la loro evanescenza è constatata dallo stesso Minniti che ora parla della necessità di «un cambio di approccio radicale» (v. la Stampa, 29 luglio).

La verità è che l’ambiguità del governo – e non solo del Pd – non si misura tanto nelle parole, ma nei fatti: i decreti sicurezza non sono cambiati, anche se non ci sono più imbarcazioni che aspettano giorni in mare per poter attraccare e con il Covid che incombe sarebbe ancora più drammatico che in passato. Occorre il coraggio di dire che i migranti non si possono fermare: non serve andare in Tunisi a con il «modello libico» in mano a chiedere aiuto a un governo che non c’è. Bisogna aprire i porti e per stroncare i trafficanti stabilire corridoi umanitari, che garantiscano anche un controllo sanitario più efficace.

E proporre azioni concrete come quella dell’ex pm di Mani pulite Gherardo Colombo con la nuova Ong ResQ, People saving people. Sappiamo bene che l’Italia non può farlo da sola, che esistono i vincoli di Schengen, ma sarebbe ora per la sinistra in Europa di darsi una mossa.


Fonte: il manifesto, EDIZIONE DEL 31.07.2020


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