Gli Stati Uniti sono uno stato in fallimento/fallito? | Richard Falk

Chiedere se gli Stati Uniti, la potenza militare mondiale dominante, sia ‘uno stato in fallimento’ dovrebbe causare un’ansia mondiale. Un tale stato, analogamente a un animale ferito, è una minaccia globale di proporzioni senza precedenti nell’era nucleare. La sua dirigenza politica esibisce una scellerata tendenza a combinare incompetenza ed estremismo. E’ anche cruciale accertare a che punto uno stato in fallimento debba essere depennato come ‘stato fallito’ per il quale non c’è più un chiaro percorso di redenzione. Le elezioni di novembre manderanno un forte segnale sull’essere gli Stati Uniti in fallimento o già falliti.

Lo stesso porsi tali temi già suggerisce quanto gli Stati Uniti siano decaduti durante gli anni di Trump pur essendo già in netto declino internazionalmente fin dalla guerra in VietNam, continuando poi salvo alcune mosse di redenzione (adesso rinunciate), durante la presidenza Obama. Le reazioni della presidenza Trump alle due grandi crisi del 2020 sono servite a rassodare l’immagine dello stato #1 del mondo come davvero in caduta, e non solo frutti agri che assumono la forma  di un’espressione di frustrazione di parte per una leadership terrificante – tale perché d’ affermazione delle caratteristiche più regressive del passato americano e intanto vantando credito senza convincere, per l’aumento dei valori di borsa e la bassa disoccupazione. La pandemia Covid-19 e la campagna di Black Lives Matter contro il razzismo sistematico hanno dato a Trump l’occasione di mostrare la sua incompetenza letalmente sistemica come gestore di crisi provocando migliaia di morti fra i suoi concittadini. Inoltre con l’occasione ha potuto mostrare al mondo la sua solidarietà apparentemente autentica per lo spirito confederate del sud degli USA che ha cercato di spaccare il paese e preservare la sua cultura a sostegno della barbarica economia schiavista nella guerra civile americana 150 anni fa, risultando da allora un dolente perdente.

Con questi sviluppi chiarificatori, non coglie più tutta la realtà di questa tendenza in giù accontentarsi di richiamare l’attenzione al ‘declino imperiale’ dell’America. Per come stanno attualmente le cose, sembra più rilevante insistere a descrivere gli USA come uno ’stato in fallimento’ e cercare di capire che cosa significa per il paese e per il mondo. Per la precisione è instruttivo rendersi conto che gli Stati Uniti non sono uno stato in fallimento, bensì il primo caso di stato globale in fallimento, tenendo debitamente conto del suo stato egemonico multi-dimensionale in quanto concretizzato dalla proiezione planetaria della sua possanza militare per aria, mare e terra, spazio e cyber-spazio, nonché dalla propria influenza sull’operare dell’economia mondiale e dal carattere di cultura popolare, espressa nella musica o nella gastronomia.

Ci sono parecchi parametri per uno stato in fallimento che possono far luce sulla realtà USA:

  • fallimenti funzionali: incapacità di rispondere adeguatamente alle sfide che minacciano la sicurezza della società e della sua popolazione da parte di attori politici ostili interni ed esterni, come pure dalle instabilità ecologiche, dalla fame e povertà estrema diffuse, e da un carente sistema sanitario e reattivo ai disastri;
  • fallimenti normativi: rifiuto di ottemperare alle norme sistemiche a livello internazionale come inserite nel diritto internazionale e nello statuto ONU, pretendendo impunità e di agire sulla base di standard doppi per attuare le proprie usurpazioni geopolitiche sul benessere di altri e nell’ indifferenza ai pericoli ecologici; gli schemi di fallimenti normativi comprendono avalli di politiche e prassi che danno luogo a genocidio ed ecocidio, costituenti le più basilari violazioni del diritto penale internazionale e dei diritti sovrani di paesi stranieri; i torti sono troppi per essere precisati, fra cui comunque gravi e sistemiche negazioni di diritti umani nella governance nazionale; strutture socio-economiche che generano inevitabilmente acute diseguaglianze socioeconomiche secondo la classe, la razza, e il genere.

Alcune considerazioni aggiuntive accentuano la realtà di condizione fallimentare degli USA per le estese dimensioni extraterritoriali che accompagnano il divenire di ‘uno stato globale in fallimento’. Questo nuovo tipo di creatura politica transnazionale dovrebbe venire classificato come primo esempio storico di ‘superpotenza geopolitica’. Un tale attore politico è né separato da né del tutto soggetto al sistema statocentrico dell’ordine mondiale evolutosi dalla Pace di Westfalia nel 1648, e universalizzatosi nei decenni successivi alla 2^ guerra mondiale. Benché mancando un vero antecedente, il ruolo delle ‘grandi potenze’ europee o degli ‘imperi coloniali’ dà indicazioni per la valutazione degli USA come stato globale o superpotenza geopolitica;

  • efficacia: la perdita di efficacia di uno stato in fallimento si svela nella sua incapacità di mantenere ed esercitare il controllo sulle sfide alla propria supremazia. Tale analisi è giustificata da operazioni militari fallite (interventi per cambiamenti di regime) e dall’incapacità d’imparare da e superare errori passati, da constatazioni sorprendenti di vulnerabilità del territorio nazionale (gli attacchi del 11 settembre [2001]) e da reazioni eccessivamente costose e distruttive (il varo della ‘guerra al terrore all’indomani 12 sett.); rispetto e fiducia calanti da parte di attori politici secondari, fra cui stretti alleati, nel contesto di arene di formazione di una linea politica globale, fra cui l’ONU; quale ulteriore riflessione di tale dinamica di controllo perso c’è lo schema di ritiro dai campi non più controllabili (Consiglio sui Diritti Umani, OMS) e del rigetto di accordi che appaiono benefici al mondo intero (Accordo sul Cambiamento Climatico di Parigi e Accordo sul Programma Nucleare Iraniano-JCPOA);
  • legittimità: la legittimità di uno stato globale, che per sua natura compromette potenzialmente la sovranità politica e l’indipendenza di tutti gli altri stati, riflette quant’altro sopra, la sua utilità come fonte si autorità per la soluzione di problemi, specialmente in questioni di guerra/pace e situazioni di recessione economica globale; il grado di legittimità dipende anche dalle percezioni delle élite politiche e dell’opinione pubblica che le asserzioni di leadership globale siano in generale benefiche per il sistema nel suo insieme e come particolarmente d’aiuto agli stati vulnerabili per sfide acute di sicurezza e sviluppo; a questo proposito, gli USA hanno goduto di un alto grado di legittimità dopo la fine della 2^ guerra mondiale, come fonte di sicurezza e perfino di guida per molti governi in quasi tutte le regioni del mondo durante tutta la Guerra Fredda, e furono anche apprezzati come architetti di un ordine economico liberale governato dalle norme che operava con le istituzioni di Bretton Woods incaricate di evitare ricorrenze della Grande Depressione che aveva minato la stabilità e il benessere economico durante gli anni 1930, sviluppi che avevano poi contribuito al sorgere del fascismo e allo scoppio di una guerra sistemica costata almeno 50 milioni di vite. Il ruolo della dirigenza USA fu anche prominente nel raggiungimento di un ordine pubblico globale in settori come la gestione degli oceani, l’evitare conflitti in Antartide e nello Spazio Extra-terrestre, nell’istituire standard internazionali di diritti umani, e nel promuovere un inter-nazionalismo liberale come modo per valorizzare approcci cooperativi globali a problemi condivisi.

Come qui suggerito, gli Stati Uniti come stato in fallimento si sono graficamente rivelati tali nella propria reazione alla pandemia COVID-19: rifiuto di seguire avvertimenti precoci; inaccettabili carenze di attrezzatura per il personale sanitario e insufficiente capacità ospedaliera; premature aperture economiche di ristoranti, bar, negozi; contraddittori standard di guida da esperti sanitari e capi politici, comprese falsità e false notizie abbracciate dal presidente USA nel bel mezzo di un’ emergenza sanitaria. Oltre a questo, Trump ha adottato un inappropriato approccio nazionalista e mercificatore alla ricerca di un vaccino capace di conferire immunità alla malattia, ma al tempo stesso immobilizzando l’ONU, e specialmente l’OMS, come sede indispensabile per trattare le epidemie di portata globale, ivi compreso il suo ruolo di dispensatrice di assistenza vitale ai paesi più svantaggiati. Questi fallimenti sono risultati in modo traumatizzante nel registrare gli USA un numero maggiore d’infetti che qualunque altro paese al mondo, nonché nella massima incidenza di fatalità attribuibili al morbo.

Contrastanti sono state le risposte di vari paesi molto meno sviluppati e ricchi, che hanno contenuto efficacemente il morbo senza gran perdita di vite o gravi danni economici in termini di occupazioni perse e diminuita prestanza economica. Giudicate dalla prospettiva sanitaria, tali società sono storie di successo, e istruttivamente la loro identità ideologica attraversa l’intero spettro politico, comprendendo il Vietnam socialista statalista e paesi mossi dal mercato come Singapore, SudCorea, e Taiwan. Tali risultanze vanno in parallelo a quella di Deepak Nayyar che nel suo libro di sfondamento The Asian Resurgence (2019) riferisce che l’esperienza di notevole crescita delle 14 società asiatiche che egli valuta empiricamente avvalora la conclusione che l’ orientamento ideologico non sia un indicatore economicista di successo o fallimento. Tali reperti sono rilevanti nel refutare le asserzioni trionfalistiche dell’Occidente che il crollo sovietico dimostrasse la superiorità del capitalismo nei confronti del socialismo. Il fattore cruciale quando si tratti di successo economicistico è la gestione competente dei rapporti stato/società sia in quanto all’investimento dei risparmi nel dare precedenza a progetti di sviluppo, sia cercando d’imporre un lockdown per ridurre la diffusione di un morbo infettivo letale.

Tuttavia, c’è un lato normative degli schemi reattivi come sopra suggerito. La Cina tratta la ricerca disperata di un vaccine agibile come un bene pubblico condivisibile, mentre gli Stati Uniti con Trump mantengono il loro approccio transazionale standard nonostante problemi di accessibilità economica per molti paesi del Sud globale, come pure per i poveri nel Nord. Da una prospettiva da 21° secolo, l’ethos dell’essere tutti insieme in questo pantano è l’unico fondamento per affrontare i dilemmi sempre più impegnativi dell’ordine mondiale. E’ un segno di uno stato in fallimento, indipendentemente dalle proprie capacità e status, utilizzare il proprio potere d’influenza per ottenere vantaggi nazionali e geopolitici. Dello stesso segno è pure l’ignominia normative di rifiutarsi di sospendere sanzioni unilaterali imposte a paesi come Iran e Venezuala, già in difficoltà, almeno per la durata della pandemia in risposta a diffuse appelli umanitari da attori della società civile ed istituzioni internazionali.

Un’osservazione finale sull’orientamento del vettore USA: verso un futuro di fallimento o di redenzione. Se Trump perde l’elezione e lascia la Casa Bianca al suo avversario le prospettive di rovesciare la tendenza fallimentare migliorano, mentre se Trump è rieletto in novembre o riesce a cancellare il risultato elettorale gli USA si saranno avvicinati a diventare uno stato fallito con l’avallo della cittadinanza o con l’evidente infiacchimento dell’ordine costituzionale, non più abbastanza resiliente da rigettare il fallimento. Anche se Trump viene sostituito e il trumpismo recede, sarà difficile ridurre lo slancio dietro al capitalismo predatorio e al militarismo globale senza una spinta rivoluzionaria che rigetti il consenso bipartitico su tali temi e sfidi la sufficienza della democrazia procedurale centrata sul ruolo dei partiti politici e delle elezioni. Solo un movimento progressista dal basso infrangerà quel consenso, ponendo fine ai lamenti sulla transizione USA incerta fra fallimento rischiato e avvenuto. Se la dirigenza di Black Lives Matter a un’alternativa movimentista sia robusta e rappresentativa delle varie istanze abbastanza da por fine alla caduta libera americana si chiarirà nei prossimi mesi.


Richard Falk

Richard Falk è membro del TRANSCEND Network, studioso di relazioni internazionali, professore emerito di diritto internazionale all’Università di Princeton, Distinguished Research FellowOrfalea Center of Global Studies, UCSB, autore, coautore o editore di 60 libri e relatore e attivista per gli affari mondiali. Nel 2008, il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC) ha nominato Falk per due periodi di tre anni come relatore speciale delle Nazioni Unite sulla «situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967». Dal 2002 vive a Santa Barbara, in California, e si è associato con il campus locale dell’Università della California, e per diversi anni ha presieduto il Board of the Nuclear Age Peace Foundation. Il suo libro più recente è On Nuclear Weapons, Denuclearization, Demilitarization and Disarmament (2019).


TRANSCEND MEMBERS, 27 Jul 2020 | Richard Falk | Global Justice in the 21st Century – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

Una replica a “Gli Stati Uniti sono uno stato in fallimento/fallito? | Richard Falk”

  1. Non sono d'accordo. Anzi ritengo che Covid-19 e BLM vengano molto strumentalizzati dalle Sinistre per destabilizzare l'Occidente e gli Stati Uniti d'America. L'Occidente e la Democrazia è sotto attacco, neanche troppo celato, della Cina.

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