Addio a John R. Lewis, coscienza degli afroamericani | Marina Catucci

Foto di Thomas Cizauskas – flickr

Blacks Out.

È morto John R. Lewis, l’ultimo storico leader dei diritti civili degli afroamericani, che predicava la nonviolenza mentre subiva percosse e incarcerazioni durante gli scontri degli anni ’60 e che ha trascorso più di tre decenni al Congresso difendendo i progressi che aveva contribuito a raggiungere per le persone di colore. Aveva 80 anni, ed era un eroe.

Figlio di mezzadri dell’Alabama, Lewis all’età di 15 anni ascoltò per la prima volta un discorso di Martin Luther King alla radio; in seguito disse che gli sembrò stesse parlando direttamente a lui, e diventò un attivista per i diritti civili degli afroamericani. Quando lasciò la casa dei genitori, sua madre gli raccomandò di non mettersi nei guai.

«Invece guai ne ho avuti. – aveva spiegato nel 1997 durante una lunga intervista all’emittente radiofonica Npr – Buoni guai. Guai necessari». Il concetto di «good trouble» è distintivo di Lewis, il «guaio benefico» procurato per smuovere le acque e apportare cambiamenti sociali progressisti. Per provocare questi guai benefici Lewis usava la nonviolenza, in quanto l’odio è un peso troppo grande da sopportare, l’amore, invece, è azione.

All’università, durante i sit-in, Lewis venne arrestato e imprigionato più di una volta; nel 1961, quando arrivò il giorno della laurea nel suo college di Nashville, non potè parteciparvi: «Ero in prigione in Mississippi per aver preso parte a i Freedom Rides». Lewis è stato uno dei primi Freedom Riders, attivisti neri che viaggiavano sugli autobus riservati ai bianchi per contestare la segregazione, ed a soli 23 anni diventò il più giovane oratore a intervenire alla marcia di Washington del 1963 con Martin Luther King.

Due anni dopo, nel 1965, organizzò la marcia attraverso il ponte Edmund Pettus Bridge a Selma, Alabama, conosciuta come Bloody Sunday, dove subì una frattura al cranio per essere stato picchiato con un manganello da un poliziotto bianco, mentre marciava per il diritto di voto degli afroamericani.

A quella marcia ne seguirono altre, costringendo l’allora presidente Lyndon Johnson a fare pressioni sul Congresso e a far passare il Voting Rights Act, la legge che cancellò le barriere che impedivano agli afroamericani di votare.

Il ruolo ricoperto da Lewis in tutti questi anni è stato quello di coscienza vivente del democratici, e la sua reputazione di custode della fiamma delle lotte degli anni ’60 è ciò che ha definito tutta la sua carriera al Congresso.

Nel 2016, a 76 anni, aveva occupato la Camera con un sit in durato ore, per spingere una legge sul controllo delle armi.

A dicembre 2019 aveva annunciato di avere un cancro al pancreas in stato avanzato, ma che avrebbe continuato a partecipare alla vita politica. La sua ultima apparizione pubblica è stata il 7 giugno, a Black Lives Matter Plaza, con il sindaco di Washington Muriel Bowser, due giorni dopo aver registrato una Town Hall virtuale online con l’ex presidente Barack Obama.

Più di mezzo secolo dopo la marcia di Selma, Lewis parlando di Black Lives Matter, aveva detto: «È un movimento molto diverso, è più massiccio ed inclusivo. Da un movimento così non si può più tornare indietro».

La sua morte è stata annunciata dalla speaker democratica della Camera, Nancy Pelosi, che lo ha definito «uno dei più grandi eroi della storia americana», e mai come in questo caso il termine non è uniperbole, ma l’unico aggettivo appropriato.

Lewis fu l’unica persona a intervenire durante la cerimonia d’insediamento di Obama, e quando, subito dopo il giuramento, chiese al neo presidente di firmare una fotografia commemorativa di quel giorno, Obama scrisse: «È grazie a te, John».


fonte: il Manifesto, 19 luglio 2020


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