Improvvisa, crescente ondata di dissenso di militari e veterani | Danny Sjursen

Una nuova generazione di veterani anti-guerra sta cominciando a mettersi in luce nel processo di opposizione alle guerre americane all’estero e a casa.

I veterani hanno protestato a sostegno dei Black Lives a New York City il mese scorso. (Twitter / @VetsAboutFace)

Era il 20 giugno e noi veterani antibellici avevamo viaggiato verso Tulsa, in Oklahoma, per partecipare all’ultima follia del Presidente Trump, un raduno elettorale dove sfoggiava le sue ricchezze e fingeva che tutto andasse alla grande nel “suo” paese.

Non avevamo mai preso in considerazione l’idea di immergerci nella cavernosa arena dove si stava per tenere il comizio. Io ero parte di una squadra di pattugliamento, che ha deciso di cambiare tattica all’ultimo minuto. Il perimetro in cui si stava svolgendo la riunione non era più il nostro unico spazio di azione… volevamo infiltrarci nel BOK Center. Diedi un lungo sguardo alla folla e mi resi conto che l’arena era mezza vuota.

La nostra coalizione di due organizzazioni nazionali di veterani antibellici – About Face e Veterans For Peace (VFP) – ha condotto un’azione diretta piuttosto rischiosa, in accordo con gli attivisti locali che ci avevano invitato.

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Avevamo programmato di arrampicarci sui tre pennoni principali e sostituire la Old Glory, la bandiera dello stato di Oklahoma e quella di Tulsa, con uno striscione del Black Lives Matter. Al nostro arrivo, siamo stati ostacolati da un cambio dell’ultima ora nel quadro di sicurezza: nuove uscite e inaspettati spiegamenti della polizia. Scavalcare i guard-rail metallici e penetrare attraverso una muraglia di agenti della polizia e della National Guardsmen sembrava un’inutile impresa, destinata a condurci dritti in carcere. Alla fine riuscimmo a raggiungere il comizio e trovammo il modo di salire sulle aste portabandiera.

Una volta dentro, dovevamo ingannare il tempo in qualche modo. Mentre gli altri del gruppo si erano già infiltrati e gli scalatori avevano indossato l’attrezzatura, cinque di noi – tre uomini bianchi ex-soldati di fanteria e due donne native americane (di cui una veterana) – riprendevamo fiato nell’ampio e vuoto piano superiore del comizio. Ne seguirono una serie di battute nervose sull’assurdità di quel “camouflage trumpiano” che dovevamo indossare per poter intrufolarci senza destare sospetto. Il mio travestimento preferito era quello da ex-Marine ispanico con una canottiera rossa-bianca-blu, con la scritta “BBQ, Beer, Freedom”.

La musica mi infastidiva. Destando grande preoccupazione nella squadra, avevo con me un notebook, sul quale scarabocchiavo furtivamente di tanto in tanto. Dagli altoparlanti risuonavano in ordine sequenziale Billie Jean di Micheal Jakson, Let It Be dei The Beatle e We Are The Champions dei Queen. Un uomo nero dall’orientamento sessuale “complicato”, quattro hippie inglesi senza peli sulla lingua e un omosessuale vittima dell’AIDs… non potevo fare a meno di domandarmi come avrebbero potuto reagire questi artisti al modo in cui le loro canzoni erano state cooptate per la campagna elettorale di Trump. Posso solo immaginarlo, considerando che la famiglia di Tom Petty ha denunciato la strumentalizzazione durante il comizio della canzone I Won’t Back Down.

Ho visto una donna bianca piuttosto anziana, con indosso una T-shirt “Joe Biden Sucks, Nancy Pelosi Swallows”, ballare allegramente sulle note del falsetto di Micheal Jackson (“But the kid is not my son!”). Dal momento che Billie Jean descrive palesemente la battaglia di una paternità fuori dal matrimonio, e che quella donna era evidentemente una fautrice pro-life, sostenitrice dei “valori familiari”, c’era qualcosa di osceno nel modo spensierato in cui si scatenava.

Un contrasto nel patriottismo

Ovviamente, il patriottismo era in bella mostra nell’arena. In vita mia, non ho mai visto così tanti rappresentanti “Stelle e Strisce”, tutti insieme. Bandiere sventolate e utilizzate per tappezzare ogni tipo di abbigliamento. Ricordo di essermi diretto al West Point. Nessuno mostrava la benché minima attenzione al fatto che i tanti adattamenti rosso-bianco-blu, indossati o sventolati che fossero, violavano severamente lo statuto comunemente conosciuto come “The U.S. Flag Code” (United States Code, Title 4, Chapter 1).

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Questo per dire che, inoltrarsi in Trumplandia significa scoprire un universo in cui è una sola fazione politica tiene la bandiera statunitense spudoratamente in ostaggio. La vedono come la loro bandiera. Ne ridefiniscono il significato, il simbolismo e l’utilizzo, per non parlare del pubblico che rappresenta. Principalmente bianco. (La maggior parte delle persone nere presenti vendevano birra… non erano lì per acclamare il presidente.)

Secondo una stima approssimativa, almeno metà dei partecipanti sbandierava fiera versioni alternative della US Flag, sventolava striscioni pro-Trump e indossava accessori vari, mostrando molto più di un mero orgoglio nazionale. Raffigurati insieme alla Old Glory, erano frequenti immagini di armamenti, teschi e slogan anti-liberali. Tra le magliette più memorabili: “Come And Take It!”, riferimento alla vecchia guerra di indipendenza del Texas; un riff su una classica frase di Nixon, “The Silent Majority Is Coming”; il calunnioso “Go To Your Safe Space, Snowflake!”; per non parlare del puramente cospiratorio, “Alex Jones Did Nothing Wrong” (con tanto di piccola bandiera disegnata sopra.)

Gli striscioni erano ancora più aggressivi. “Trump 2020: Fuck Your Feelings” era la preferita dei fan. Un’altra photo-shopped molto popolare era la faccia paffuta di Trump sul corpo eccessivamente muscoloso di Sylvester Stallone, con una mitragliatrice al fianco. Quell’immagine, ovviamente, era tratta dal film “Rambo: First Blood Part II”, pro-guerra in Vietnam, un degno completamento del grido di mobilitazione reaganesco, classicamente plagiato da Trump, “Make America Great Again”. E poi, uno striscione nero con la scritta rosa “LGBT”. Oltre alle lettere, erano stati disegnati, sempre in rosa, la Statua della Libertà, un fucile d’assalto M16 (Gun), un boccale da Birra e il busto di Trump di profilo. Capito?

Era impossibile non chiedersi se tutte quelle persone avessero mai visto un vero proiettile o sfoggiato la Old Glory sulla manica destra dell’uniforme. Anche se tutti noi indossavamo il classico berretto nero da veterani e delle magliette apertamente Trump-friendly, temevamo che, in qualche modo, la gente potesse aver scoperto la nostra vera identità. Un momento in cui rischiavamo di essere sgamati – prima di mettere via i travestimenti e scoprire le magliette nere “About Face: Veterans Against War” – è stato durante l’inno nazionale.

Niente esemplifica meglio di quel momento il contrasto tra lo “sfarzoso patriottismo” della folla e il più complesso “patriottismo partecipatorio” dei veterani dissenzienti. Già dalle prime note – quando aspettavamo ancora nell’atrio che circonda l’arena – tutta la squadra si è messa istintivamente sull’attenti, davanti alla bandiera più vicina, togliendo i berretti e portando le mani sul cuore. Eravamo stati gli unici a farlo – fino a quando, a metà inno, qualche passante imbarazzato ha seguito il nostro esempio. La maggior parte della folla, invece, continuava a scorrazzare qua e là, masticando morbidi pretzel e lanciandoci sguardi interrogativi di tanto in tanto. Il patriottismo trumpiano è tutto qui.

La nostra squadra era piuttosto variegata, ma la maggior parte di questi gruppi di veterani è composto perlopiù da maschi bianchi. Infatti, una delle ragioni per cui le comunità locali nere hanno richiesto la nostra presenza, è stata la vaga (e non immotivata)  assunzione che mascolinità, “bianchezza” e status di veterano avrebbero potuto conferire alle loro proteste una qualche parvenza di protezione. Ciò nonostante, il Colonnello in pensione Gregory Daddis, ha riassunto i limiti di questa protezione in una frase: “Per favore, solo Veterani Patriottici.”

Gli agenti della polizia reagirono d’istinto, esprimendo fisicamente il rancore represso, e  arrestarono quattro membri della nostra squadra nonviolenta. L’equipaggiamento di veterani, deliberatamente reso visibile non riuscì a frenare la folla, improvvisamente beffarda quando ci vide mentre venivamo scortati verso l’uscita più vicina e sbattuti fuori. “Antifa!”, ha gridato un uomo contro un veterano Marine. In verità, la cultura americana dell’iper-adulazione, “Thanks for your service”, non è mai stata più di una sottilissima sfaccettatura. Ma in ogni caso, tutto quello per cui noi veterani abbiamo lottato, la libertà e il rispetto per i diritti anti-bellici del Primo Emendamento, evaporano con una velocità spaventosa in certe circostanze.

I tre filoni del dissenso veterano o militare

L’intensità del sarcasmo mostrato dal pubblico di MAGA – come dimostrano le mail che sia io sia About Face abbiamo ricevuto – è dettata in parte dal sospetto che il Team Trump stia perdendo la fiducia da parte dei militari. Infatti, qualcosa si sta attivando nelle comunità di soldati e veterani. Qualcosa che questo paese non vede dalla fine della guerra in Vietnam, circa mezzo secolo fa. I dubbi e le opposizioni che emergono oggi, presentano tre principali componenti: ufficiali superiori in pensione, giovani veterani combattenti e – i più  preoccupanti per le élite della sicurezza-nazionale – soldati in servizio e agenti della National Guardsmen.

Il primo gruppo, quello degli ufficiali superiori, ha attirato quasi tutta l’attenzione dei media, anche se, alla fine, si può dire essere il meno importante dei tre. La maggior parte degli 89 ex-funzionari della difesa che, in un editoriale del Washington Post, hanno manifestato allarmante preoccupazione per il modo in cui il presidente ha risposto alle proteste per George Floyd, così come quelli che hanno denunciato le minacce marziali di Trump all’epoca, hanno ricevuto un ampio riconoscimento. Tra questi, l’ex Segretario della Difesa e Generale dei Marine in pensione, Jim Mattis (“Mad Dog”), e l’ex Segretario di Stato e Presidente dei Capi di Stato Maggiore, Colin Powell. E si, è fondamentale notare che, chi ha parlato per gli ex-leader militari, lo ha fatto con un’unica voce, contro i gli ultimi ripugnanti e provocatori atteggiamenti di Trump.

Comunque, un po’ di cautela è necessaria prima di canonizzare un gruppo di persone che non ha mai vinto, né si è mai opposto a una generazione di guerre immorali che non avrebbero dovuto essere combattute. Ricordiamo, per esempio, che Saint Mattis lasciò il posto non perché il suo dipartimento era coinvolto nel genocidio in Yemen, o a seguito degli violenti attacchi di droni in Somalia, bensì in risposta a un “invito” del presidente a tirare fuori le truppe americane dalle sabbie mobili del conflitto siriano.

Infatti, per tutte le loro chiacchiere sulla Costituzione, i giuramenti traditi e le violazioni dei diritti, l’anti-trumpismo mette insieme tutte queste squadre stellate. Se Joe Biden dovesse mai prendere il comando, aspettatevi il silenzio di questi ex-ufficiali sulle guerre eterne condotte sia a Baghdad che a Baltimora.

Più  significativa è la recente ondata di ribellione da parte dei veterani combattenti, tra cui molti giovanissimi. Dopo il 9/11, iniziavano appena a emergere i primi segnali di un cambiamento. Secondo sondaggi attendibili, due terzi dei veterani erano dell’opinione che “non valeva la pena” combattere le guerre in Afghanistan, Iraq e Siria, e il 73% sosteneva la completa ritirata delle truppe americane, dalla guerra afghana in modo particolare. Questa percentuale indicativa di un sentimento antibellico tra i soldati superava quella dei civili. Un dato di fatto sicuramente senza precedenti.

In più, poco prima che del controverso discorso del presidente durante la cerimonia di laurea al West Point, circa 1000 alunni dell’accademia militare hanno firmato una lettera aperta indirizzata alle matricole e dichiaratamente critica nei confronti della decisione di Trump di reprimere militarmente le proteste del Black Lives Matter. Gli ex-capitani e colonelli che hanno seguito le classi di diplomandi dal 1948 al 2019, hanno conquistato le prime pagine dei giornali con questa missiva. Robin Wright del New Yorker ha anche intervistato e citato alcuni firmatari (tra cui me). Poi c’è stata l’importante dichiarazione visiva del veterano dei Marine, Todd Winn, ferito due volte durante i combattimenti in Iraq, che è rimasto per ore fuori allo Utah State Capitol, sotto il sole bollente, indossando l’uniforme e un nastro adesivo sulla bocca con su scritto “I Can’t Breathe”.

Alla sinistra della comunità di veterani, il cuore del dissenso antibellico militare, si ingrandivano anche le fila dell’organizzazione di cui faccio parte e con cui mi sono “schierato” a Tulsa. Entrambi parte di quell’operazione condivisa e della campagna “Stand Down For Black Lives” – lanciata da Veterans for Peace e About Face per incoraggiare e dare supporto ai soldati in servizio che vogliono opporsi agli ordini di mobilitazione – i due gruppi hanno fatto importanti passi in avanti nel processo di opposizione al militarismo sistemico. Infatti, più di 700 veterani (tra cui anche io) hanno firmato la provocatoria lettera aperta, pubblicata dalla About Face per sollecitare tale rifiuto.  C’erano addirittura membri dell’ex-servizio militare e tantissimi veterani non affiliati, che hanno preso parte alle proteste nelle piazze, ogni mese sempre più piene di manifestanti.

L’elemento finale (e più preoccupante) del dissenso è rappresentato dai soldati in servizio. È impossibile misurare la loro presenza secondo statistiche certe, poiché questo tipo di resistenza può variare dall’appoggio passivo a quello esecutivo, e il Pentagono è restio a pubblicizzare anche un minimo indizio della sua esistenza. About Face ha ricevuto decine di chiamate da militari e membri della National Guardsmen interessati alla situazione, mentre VFP ha riportato quasi immediatamente i primi rifiuti di mobilitazione. Circa 10 uomini in servizio hanno adottato “misure concrete” e, secondo un’inchiesta di una rivista di New York, alcune truppe stavano “riconsiderando le loro disposizioni” ed erano “pronti a mollarle”.

Alla fine, c’è anche la mia corrispondenza. Negli anni, ho ricevuto con regolarità lettere da soldati in servizio piuttosto affranti. Ma, dopo l’omicidio di George Floyd, mi sono stati recapitati circa 100 messaggi da sconosciuti – così come da parecchi ex studenti della West Point, oggi luogotenenti – molti di più di quanto non ne abbia ricevuti negli ultimi quattro anni. Lo scorso mese, uno dei miei ex-cadetti è stato il primo laureato alla West Point ad aver ottenuto lo status di obiettore di coscienza negli ultimi 15 anni. Completerà il suo servizio obbligatorio da non-combattente nel Corpo di Assistenza Medica. Nelle 36 ore successive alla diffusione della notizia, moltissimi ex studenti hanno mostrato interesse per il caso, chiedendomi in che modo avrei potuto metterli in contatto con lui.

Veterani “intersezionali”

[…] La crescita dei movimenti antibellici ha, di per sé, un grande valore – e parte di questo risiede nell’ammettere che il problema del militarismo americano non è circoscritto alla zona di combattimento delle “guerre eterne” di questo paese. Partecipando alle manifestazioni del Black Lives, accampandosi allo Standing Rock Reservation per protestare contro un gasdotto pericoloso per la comunità, e prendendo parte ad altre azioni di solidarietà come queste, questa nuova generazione di veterani antibellici sta iniziando il suo percorso di opposizione alle guerre americane “in casa” e nel resto del mondo.

L’emergenza coronavirus e la militarizzazione della polizia nelle strade delle città americane ha reso evidente che il potere imperiale per cui noi veterani abbiamo combattuto all’estero è esattamente lo stesso contro cui ci stiamo mobilitando oggi, nel nostro paese. E questi due aspetti non possono che essere intimamente legati. La difficoltà è, almeno in parte, stabilire chi arriva a definire il patriottismo.

Se questa ondata di dissenso tra militari e veterani dovesse continuare a crescere, andrà inevitabilmente a scontrarsi con il patriottismo sfarzoso di Chickenhawk America, che ha preso parte a quel comizio a Tulsa, e noi tutti dovremo affrontare un aspetto nuovo e critico di questa “cultura della guerra” che caratterizza il nostro paese. Non so se queste proteste continueranno, né tantomeno se il malcontento dei militari condurrà a un vero cambiamento. Di una cosa, però, sono certo… come ripeteva sempre Bruce Springsteen prima di cantare “Born to Run”: Remember, in the end nobody wins, unless everybody wins (Ricorda, alla fine non c’è nessun vincitore, a meno che a vincere non siano tutti.)


Danny Sjursen

Danny Sjursen scrive regolarmente su TomDispatch, è un maggiore dell’esercito americano in pensione ed ex insegnanate di storia a West Point. Ha prestato servizio in Iraq e in Afghanistan, e ora vive a Lawrence, nel Kansas. Ha scritto un libro di memorie sulla guerra in Iraq, “Ghost Riders of Baghdad: Soldiers, Civilians and the Myth of the Surge“. Il suo ultimo libro, “Patriotic Dissent: America in the Age of Endless War“, sarà pubblicato a settembre. Seguilo su Twitter su @SkepticalVet e controlla il suo podcast “Fortress on a Hill”.


Questo articolo è pubblicato nella sua versione originale su TomDispatch.

Traduzione di Benedetta Pisani per il Centro Studi Sereno Regis

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