Il silenzio della verità | Renato Piccini e Paola Ginesi

Abbiamo ricevuto e volentieri pubblichiamo una riflessione di Renato Piccini e Paola Ginesi sulla comunicazione e sull’uso delle parole, sovente in forma distorta, per la rappresentazione della realtà contemporanea

Photo by Priscilla Du Preez on Unsplash

Per una “ecologia della parola”

Accanto all’ecologia dell’ambiente, ai pericoli che ne possono derivare per l’intera umanità se non si innescano costumi sostenibili e di rispetto dei suoi ritmi, c’è anche una “ecologia della parola” da rispettare e da usare in modo “sostenibile” perché ne dipende il senso stesso del vivere insieme, delle prospettive di futuro, dei valori che intessono l’espressione dell’esistenza come individui e come società.

«Le parole sono il meglio e il peggio che abbiamo… Per le meraviglie che si possono esprimerec on la parola, se usata con armonia e profondità; possono però diventare violente seu tilizzate male, se si cambia il loro significato».

José Saramago

Alcune, nelle mani di persone abili a manipolare la comunicazione, vengono divulgate quasi come “parole d’ordine” alle quali tanti si sentono costretti ad ubbidire per non mettersi fuori dal contesto in cui vivono, perché così fanno tutti, senza preoccuparsi di capire il fine per cui vengono usate… parole che “fanno solo rumore” e non chiariscono concetti e fatti, non informano, non aiutano a “dar forma alla mente”.

In una reale democrazia le istituzioni politiche, per essere autorevoli e riconosciute, devono essere capaci, da una parte, di dare regole precise, dall’altra, di coinvolgere tutti i cittadini considerati non oggetti da utilizzare ai più diversi fini ma soggetti e protagonisti del vivere insieme.

Governi e istituzioni, invece, non parlano realmente alla gente, non spiegano la situazione e le proposte per superare i problemi… anzi creano spesso un clima di allarme per avere le mani libere e non dar spazio a critiche e contestazioni: “non ci sono alternative”, “se non si prendono queste misure il paese cadrà nel caos e il futuro sarà incerto e difficile per tutti”… L’insicurezza per il presente e il timore per il domani rendono la gente incerta e preoccupata, di conseguenza più controllabile.

Del resto, nessuno può negare che in tutto il percorso storico la menzogna e la manipolazione dell’informazione abbiano fatto parte degli strumenti del potere.

“Le parole sono pietre” (Carlo Levi) e, secondo l’uso che se ne fa, si possono costruire muri o ponti, senza dimenticare poi che, soprattutto in questi tempi, «informazioni false producono eventi veri», basta pensare alla guerra in Iraq del 2003, alla distorsione dei dati sull’immigrazione, alla strumentalizzazione del terrorismo….

La paura è un motore molto potente e il linguaggio che si utilizza è quanto mai efficace [1].

Si ricorre alla diffusione di notizie drammatiche e violente perché attirano di più, incollano davanti al video, fanno leggere un articolo, vengono condivise in modo convulso e spesso creano tensione e paura; si ignorano, invece, o se ne danno solo accenni, notizie e fatti che dimostrano come tanti aspetti della società siano ben diversi, tesi alla vita, al vivere bene insieme, alla solidarietà e alla condivisione.

Una parola chiave di questo disegno di manipolazione delle menti e delle coscienze è “post-verità”, la distorsione premeditata della realtà sia allo scopo di creare un’opinione pubblica obbediente e acritica, sia per influire sui processi socio-politici ricorrendo alle emozioni; facendo leva sulle credenze personali, si prospettano teorie e prassi che di fatto favoriscono interessi ben diversi da quelli della gente.

L’uso stesso della parola “post-verità” significa che falsità e menzogna non vengono più nascoste, non generano imbarazzo e vergogna al momento di ricorrervi e se ne fa apertamente uso.

Stiamo abituandoci alla falsità e alla violenza? Stiamo divenendo immuni ai fatti e alla loro verità quando è scomoda e oscura? L’eccesso di menzogne da cui non riusciamo più a districarsi ci ha reso più tolleranti verso chi manipola la realtà a proprio vantaggio?

Secondo Nietzsche non esistono i fatti ma soltanto le interpretazioni che se ne danno; oggi questa affermazione appare drammaticamente vera. Una volta si sosteneva che le opinioni sono libere, ma i fatti intoccabili, sono quelli che sono e non si possono nascondere o modificare, tanto meno piegare al proprio gioco.

Le parole sono un mezzo essenziale per influire sul pensiero e sull’azione, non solo “descrivono” la realtà ma, in qualche modo, la “creano”.

Tante espressioni entrano nell’immaginario collettivo e cercano di dargli una nuova struttura per rispondere al disegno di forze economiche, politiche, partitiche, culturali, religiose, per rafforzare una “cultura di massa” più consona all’attuale sistema.

Si coniano termini che evocano strategie di divisione ed esclusione: la “distanza di sicurezza” per non essere contagiati si chiama “distanziamento sociale” che suona come rifiuto e paura dell’altro; si fa di tutto per non farsi capire, si usano termini incomprensibili ai più: chi sono, ad esempio, i “suprematisti” di cui si parla tanto in questi giorni? Non esiste un termine più chiaro per identificare questi razzisti violenti che difendono la supremazia della razza bianca? (e non sono gruppuscoli insignificanti, negli USA nel “dopo 11 settembre” hanno provocato più vittime del terrorismo jihadista!).

Alcune parole vengono eliminate perché scomode a qualche potere; altre muoiono perché si allontanano dal segno che rappresentano e finiscono per acquistare significati opposti: perché si parla di guerre umanitarie, perché si parla di inevitabili effetti collaterali, perché si parla di riassetto economico… se non per nascondere la realtà dei fatti?

Si chiama flessibilità il diritto di licenziare senza giusto motivo; dietro la parola sanzioni contro governi “disobbedienti” si nascondono le catastrofi umanitarie che ne derivano tra la popolazione [2]; i morti, la fuga di milioni e milioni di persone, la distruzione del tessuto di paesi interi sono «semplici effetti collaterali di una guerra giusta» (Hillary Clinton); sono interventi umanitari le guerre di conquista e di potere; è libertà d’informazione la pesante ingerenza dei social media in occasione, per esempio, del referendum per la Brexit e nelle tante elezioni politiche dei paesi del cosiddetto Occidente, che affermano, con spudoratezza, la mancanza di infiltrazioni nelle loro urne…

Allora le parole possono creare confusione invece di conoscenza, nascondono invece di chiarire e divengono strumento perfetto nelle mani di abili pifferai che si trascinano dietro tutto ciò che non è ragione e coscienza, verso l’oscurità da cui nascono i mostri dell’egoismo, dell’odio, della violenza, della rinuncia ad essere uomini e donne del proprio tempo.

Uno degli scopi di chi manipola la verità è alimentare la polarizzazione della società: rosso o nero, contro Saddam o con il terrorismo, se condanni l’attuale politica di Israele neghi l’olocausto, sovranisti o nemici dell’Italia, con noi o traditori delle lotte del passato… si cancellano le differenze, la ricchezza della diversità di analisi e proposte perché sempre più persone prendano posizione in termini netti, radicalizzando pensiero e azione.

Persone impreparate e superficiali usano i social come palcoscenico privato, poche parole, sempre meno, per comunicare (sic!), per dire la sua su ogni argomento, anche il più sconosciuto da chi scrive; per prendere posizione su fatti e situazioni che non ti riguardano, “dettar legge” su problematiche di grande importanza; rappresentanti istituzionali e politici, anche di alto livello, usano (e abusano) dei social media, commentano, condividono, rispondono, danno indicazioni, condannano e propongono, liquidano con poche battute problemi di importanza nazionale e globale…

La rete impone brevità, velocità ed effetto, si scrivono messaggi sempre più corti perché arrivino subito… non esistono verifiche, l’importante è che quanto viene diffuso appaia verosimile non la sua verità.

Meno parole, sempre meno, si deve essere incisivi per farsi capire in fretta e da tutti, poche righe da condividere all’infinito, pochissime espressioni che non dicono nulla ma “convincono”… in una schizofrenia che impedisce di capire cosa sta succedendo.

E pensare che don Milani diceva: «Finché ci sarà qualcuno che conosce 2000 parole e uno che ne conosce 200, questi sarà oppresso dal primo. La parola ci fa uguali».

Ora sembrano inutili anche queste “duecento” ma oggi, come allora, restano veri due fatti: chi non “possiede la lingua” non potrà essere padrone del proprio pensiero e rapportarsi agli altri; chi “conosce 200 parole” sempre “sarà oppresso” da chi ne conosce 2000: l’oppressione prende tante forme e il non esserne consapevoli è la peggiore.

Il silenzio della verità

«La verità è più importante della pace perché dalla menzogna nasce ogni tipo di violenza» leggemmo sul muro di un’aula dell’Università Statale di San Salvador, attaccata e semidistrutta dall’esercito della dittatura salvadoregna degli anni ‘80.

Del resto sappiamo che «la verità è la prima vittima della guerra»… e non solo della guerra.

In mezzo al frastuono di un vortice di cosiddette “informazioni”, risuona sempre più forte il silenzio della verità.

Informare dovrebbe garantire “l’accesso alla verità”.

Non c’è, però, la possibilità di una vera conoscenza – il sapere – in mezzo a voci che si accavallano, notizie che si contraddicono, certezze indiscutibili espresse senza la minima ombra di dubbio, una superficialità fatta sistema… incertezza e paura divengono, allora, il sottofondo della vita di tanta gente.

La narrazione che si fa di un fatto, di un avvenimento è fondamentale per garantirne la giusta percezione, per evitare sensazioni errate, per fare le scelte necessarie.

Le notizie viaggiano senza alcun filtro nella rete, prodotte da un numero crescente di persone e diffuse tra sempre più destinatari.

Ognuno si può trasformare in un mezzo di comunicazione, senza controllo nella scelta di ciò che diffonde, legato ad emozioni (spesso le “passioni tristi” di cui parla Zygmunt Bauman), pregiudizi, ignoranza e con la rinuncia, più o meno inconscia, di ogni tentativo di critica e autocritica.

Ogni affermazione, anche falsa, ripetuta all’infinito acquista forza sino ad essere percepita come “vera” e può annullare l’importanza di aspetti determinanti, oscurare un complesso di fatti veri che finiscono per avere un impatto marginale sull’opinione pubblica.

Poco a poco, la non-verità, che arriva sino alla falsità, finisce per entrare in tutti gli ambiti dell’esistenza: comunicazione, informazione, politica, pensiero, scelte, vita privata… nei casi più elaborati, provenienti da fonti abili e consapevoli, diviene una strategia con l’obiettivo di diffondere disinformazione e rendere più vulnerabile, oltre a noi stessi, ogni ambito delle nostre società.

Il consenso mediatico acritico e superficiale mette in pericolo il pluralismo e la democrazia attraverso una vera e propria “istituzionalizzazione della menzogna” attraverso attori di ogni tipo e livello, più o meno coscienti e consenzienti.

Sono tanti i mezzi usati: minimizzare l’importanza delle notizie, modificarne il senso; manipolare la realtà con abilità comunicativa perché il messaggio che si vuol dare appaia credibile; si opera sia per omissione sia con informazione distorta o insufficiente occultando e tacendo dati rilevanti senza i quali è impossibile la conoscenza della verità.

I “mercanti di notizie” sono molto abili a nascondere verità scomode e far risaltare quanto conviene ai loro interessi; si danno indicazioni marginali, e spesso false, per tacere l’essenza delle notizie, l’essenzialità degli avvenimenti la cui consapevolezza potrebbe non essere funzionale al potere.

Si parla di infodemia (un termine fatto suo anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità in riferimento al covid-19 mettendo in guardia contro i rischi che ne derivano per la salute e la vita): un’epidemia (anzi, una pandemia perché ha una diffusione mondiale) di informazioni che non ha lo scopo di aiutare a cogliere la verità della situazione, ma ne oscura la comprensione.

La conoscenza ci permette di formarci opinioni, ma il flusso continuo di informazioni, spesso false, compromette la possibilità di comprendere il proprio tempo, rende meno coscienti della realtà, del momento che stiamo affrontando, delle conseguenze positive e negative di ogni nostra scelta, impedendoci di seguire comportamenti consoni e di essere protagonisti nella società, nella politica, in campo culturale, in economia.

Un esempio emblematico si trova proprio nella situazione attuale, quando l’epidemia biologica ha scatenato l’ennesima epidemia informativa.

L’iper-informazione di quei giorni, spesso discordante e falsa, fino a che punto è stata utile? Ci ha reso ”cittadini” migliori? Quanto ne siamo usciti manipolati e più “arrendevoli”? Ci ha permesso di cogliere meglio la “verità” di quanto avveniva?

La libertà d’espressione è un pilastro essenziale della democrazia e di ogni ordinamento sociale, ma ha un limite nel diritto/dovere alla verità.

La quantità va quasi sempre a scapito della qualità, soprattutto nel campo della comunicazione… e non si sventoli qui lo spettro del pensiero unico, la difesa della libertà di espressione – stampa – informazione: non esiste schiavitù peggiore di essere male informati perché è libero chi è cosciente nel proprio pensiero, consapevole nelle diverse scelte.

José Saramago scrisse: «Il mondo si sta trasformando in una caverna come quella di Platone: tutti guardano immagini credendo che siano la realtà».

Certo, non è facile cogliere la verità… ma questo non autorizza ad appropriarsi delle notizie e creare false verità, anzi dovrebbe spingere a creare strumenti e scambi per coglierla nella sua profondità.

La verità non è “un buffet libero” (Matthew d’Ancona) da cui uno liberamente sceglie la “sua” verità, compone il piatto della “sua” verità.

«I bugiardi professionali non si aspettano che crediamo che siano loro le uniche fonti affidabili d’informazione, quello che vogliono è annullare il concetto di verità»[3]. In altre parole si cerca di creare confusione per cui tutto potrebbe essere vero, così come tutto potrebbe essere falso… ed è difficile distinguere i fatti da ciò che sono solo parole.

«Ci sono verità costanti e verità provvisorie. Viviamo nell’era dell’opinione e dell’aneddoto, dell’istante, dell’obsolescenza dei fatti e della precarietà delle certezze. Parliamo della caducità della verità. Di cose che improvvisamente non sono più (senza poi essere state bugie: semplicemente svaniscono) e su cui abbiamo costruito grattacieli»[4].

L’obiettivo di questi seminatori di menzogne è gettare ovunque e su tutto caos, paura, incertezza e, con la loro “sicurezza”, vanificano il lavoro di chi insegue la verità e cerca di essere obiettivo dinanzi ai fatti.

«La modernità considera la capacità critica condizione essenziale della democrazia e della razionalità. Però, cosa significa “critica”? Nel suo significato etimologico, la critica è la capacità di distinzione e soprattutto di discriminazione tra verità e falsità degli enunciati. Quando il ritmo si accelera, la possibilità di interpretazione critica si riduce sino al punto di cancellarsi completamente»[5].

L’accelerazione delle informazioni «ha saturato l’attenzione collettiva, la distinzione tra vero e falso è divenuta pressoché impossibile, la tempesta di stimoli confonde la visione e la gente tende a rinchiudersi in reti di auto-conferma. La regressione culturale del nostro tempo non è dovuta all’eccesso di bugie che circolano nell’infosfera, ma è un effetto dell’incapacità della mente collettiva di elaborare distinzioni critiche, di valutare in modo autonomo la propria esperienza, di creare percorsi comuni di soggettivazione»[6].

Conseguenze della disinformazione

La globalizzazione e il cambiamento radicale delle tecnologie dell’informazione hanno generato un mondo connesso; gli usi e gli scopi dei media sono cambiati, ma se da una parte il web ha la peculiarità di dar la possibilità a gente con gli stessi interessi a discutere e incontrarsi virtualmente, impedendo di rimanere ancorati a regole, pregiudizi e retaggi del loro territorio e cultura, dall’altra rischia di far cadere in una situazione di caos e disinformazione.

L’impressionante sviluppo di tecnologie ha aperto enormi possibilità affinché tutti, a livello globale, possano collegarsi e scambiare notizie e conoscenze, ma paradossalmente mai come oggi l’informazione viene manipolata, mentre aumentano squilibri e mancanza di equità nell’uso di queste risorse. I mass-media continuano ad accrescere il loro ruolo di controllo sociale con tecniche sempre più sofisticate che, apparentemente, aprono alla partecipazione di tutti, ma di fatto scatenano disinformazione a tutto campo attraverso falsità, improvvisazione, superficialità, strumentalizzazioni di ogni tipo.

I nuovi strumenti di comunicazione, sempre più veloci, sempre più diffusi, hanno acquistato grande importanza e forza di persuasione e, anche se hanno aperto a tante “minoranze” la possibilità di farsi sentire, danno spazio a voci che sarebbe meglio tacessero o si facessero tacere. Umberto Eco una volta fu durissimo: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel».

Social media e strumenti virtuali sono divenuti una terra di nessuno pressoché senza regole e controlli, dove i confini tra ragione e inganno, verità e speculazione, diritti e falsità, opportunità e imbroglio sono difficili da definire.

Nel mondo del web si è diffusa la convinzione di essere in grado di comprendere tutto, anche le cose che la maggior parte della gente non capisce; di fronte a qualsiasi evento e idea si trova sempre una spiegazione “logica” e, soprattutto, si individuano i colpevoli su cui scaricare le proprie ansie e paure. Emerge un bisogno di certezze per sentirsi al sicuro ed inquadrare in schemi e definizioni ciò che, invece, sfugge da etichettature ed è in continua evoluzione.

Ignoranza, orgoglio, superficialità danno luogo ad arroganza e banalità, senza la minima idea della necessità di approfondire, di ricercare sempre e comunque la verità; ci si ferma all’apparenza, a ciò che conferma i propri pregiudizi e posizioni, chiusi in una gabbia che soffoca la capacità di pensare e decidere, intrappolati in una rete che ci imprigiona ma di cui non siamo consapevoli e fa illudere di essere in grado di modificare le cose, fa sentire forti, furbi, padroni della propria vita e delle proprie scelte, in realtà in balia di poteri che ci superano e ci sfruttano per i loro piani.

Solo in minima parte esiste un approccio alle reti sociali con capacità di critica, teso alla riscoperta di valori condivisi, alla diffusione di strumenti di crescita e sviluppo sociale, per evitare il pericolo di chiudersi sempre più nel proprio privato, nella ricerca di un ipotetico capro espiatorio su cui riversare colpe e odio, nessuno è visto come un avversario con cui confrontarsi, ma tutti gli “altri” sono nemici da schiacciare e da scacciare.

La proliferazione e frammentazione delle reti sociali, troppo spesso a scapito di obiettività e verità dei fatti, fa sì che ci si chiuda nei propri particolari universi informativi in base a ideologie, emozioni, sentimenti, visioni del mondo che servono da filtro ad ogni comunicazione. Si rifiuta il contatto e il confronto con opinioni alternative o per lo meno diverse dalla propria e si innescano meccanismi che non tengono conto di un’etica comune, di interessi generali, di un minimo denominatore per la convivenza e lo scambio. Ne sono un esempio la diffusione di xenofobia, razzismo, odio, violenza, rifiuto del diverso…

La promessa e la speranza dei social erano il diritto e la possibilità di una comunicazione a doppio senso tra chi fa parte del mondo dell’informazione: tutti ascoltatori e tutti agenti di comunicazione; nessuno è sempre oggetto, nessuno è sempre soggetto, in uno scambio che arricchisce tutti, in una situazione di conoscenza e ricerca, di rispetto delle reciproche opinioni, di condivisione e confronto.

Le nuove tecnologie hanno favorito una “democratizzazione informativa” e attivato un processo bidirezionale per cui ognuno è, nello stesso tempo, consumatore di notizie e origine delle notizie… ma accanto a fattori positivi, c’è anche il rischio di dar vita ad un insieme che sfugge a controlli di veridicità con una proliferazione di notizie false, dovute in gran parte all’inflazione di informazioni.

Il web rappresenta un’inedita e inattesa “età d’oro” per la disinformazione: “produrre” e diffondere risulta facile, sempre più “attori” partecipano con ruoli diversi, all’insegna del minimo sforzo e, se possibile, del massimo risultato.

Siamo giunti ad un livello altissimo di disinformazione: prima tante persone non erano informate, non avevano accesso all’informazione, oggi tanti sono informati male… e il risultato risulta peggiore. Per i poteri politici, economici, finanziari, sociali questa situazione realizza in pieno i loro piani.

Priorità e desideri sono per molte persone determinati dalla propaganda e pubblicità in funzione dell’economia, del successo personale, dell’“avere” sempre più anche a scapito dell’“essere”, con l’obiettivo di far dimenticare quei valori umani intramontabili che superano mode, periodi storici, correnti più o meno passeggere.

I progressi tecnologici dovrebbero permettere di migliorare la vita, dare senso e tempo anche, e soprattutto, per ciò che supera l’ambito strettamente materiale: la bellezza, la spiritualità, la libertà, l’arte, la solidarietà, la conoscenza, la cultura… ma molti non hanno assimilato la tecnologia e finiscono per esserne “assimilati”, incapaci di individuare e neutralizzare gli effetti negativi. Sempre più s’interviene su uno dei tanti social per appagare e soddisfare sé stessi, per affermare sé stessi, per differenziarsi o per “appartenere”.

In ogni “epidemia di disinformazione” s’intrecciano overdose di notizie sociali, economiche, politiche, religiose, sanitarie, culturali (o pseudo-culturali) perché ognuno vuole esprimere la propria “verità”, spesso in un intreccio di accuse e, di solito, di strumentalizzazione per gli interessi di “categoria”.

Negli anni, attraverso i più diffusi mass-media, sempre più concentrati e mercificati, non solo si è cercato di annullare il significato pubblico dell’informazione e della comunicazione, in nome del profitto, ma anche quello di “cittadino” per lasciar libera la strada a quello di consumatore, così le decisioni per il bene comune sono rimaste nelle mani delle élite al potere: sovraesposizione di alcune notizie, strumentalizzazione di altre, silenzio complice di qualche interesse… sino a vere e proprie invenzioni e menzogne.

La verità avvolta dalle nebbie, dal fumo sollevato da un intreccio di interessi economici, politici, sociali, religiosi, pseudo-culturali si fa sempre più lontana.

La disinformazione strumentale entra in pieno e con forza nella vita politica, economica, sociale, culturale, ma anche nella nostra sfera privata e nel nostro linguaggio abituale: decide governi, orienta scelte popolari, indirizza i consumi, crea e diffonde azioni e linguaggi violenti; risponde a strategie di destabilizzazione che mettono a repentaglio valori e istituzioni democratiche. Per raggiungere questi obiettivi cerca di confermare le nostre percezioni ed emozioni (spesso negative) per far accettare notizie e comunicazioni senza alcuna verifica e per farle diffondere il più possibile.

La disinformazione, da una parte, cerca di cambiare ciò che pensa la maggioranza della gente, dall’altra vuol essere una conferma dei suoi pregiudizi; solleva dallo sforzo di pensare, cercare, verificare, confrontare altre concezioni, idee, riflessioni, modi di vivere.

La disinformazione è un’arma pericolosa nelle mani di forze antidemocratiche e autoritarie, di sovranisti e populisti senza scrupoli (sono arrivati al punto di negare l’esistenza del covid-19 e delle sue conseguenze!), e, nonostante le loro reiterate affermazioni, non operano per difendere la libertà di stampa e di pensiero, per dare comunicazioni utili in grado di far crescere la consapevolezza delle persone, ma per finalità di controllo e di consenso elettorale.

Le notizie false sono sempre esistite, però oggi, grazie alla tecnologia attuale, la loro capacità di penetrazione si è moltiplicata non solo per la potenza delle reti sociali, ma per la predisposizione di molti utenti a credervi e condividerle senza alcun dubbio o verifica.

Ogni affermazione, anche falsa, ripetuta all’infinito acquista forza sino ad essere percepita come vera e può annullare l’importanza dei fattori essenziali, oscurare un complesso di fatti veri che finiscono per avere un impatto marginale sull’opinione pubblica; si gioca sui pregiudizi, sull’ignoranza.

Spesso si giunge alla diffusione di teorie cospirative, la galassia del complottismo denuncia dietro ogni avvenimento una trama, un movente nascosto; si rifiuta una lettura della realtà al cui interno esistono numerose sfumature, esiste solo il bianco e il nero e la sicurezza di avere la chiave di tutto. Questo atteggiamento crea una miscela pericolosa con lo scontro tra sistemi e visioni del mondo – si arriva addirittura a parlare di “scontro di civiltà” -, con vere e proprie campagne di odio contro persone, categorie, paesi, culture.

Non è certo una novità, quindi, che qualcuno diffonda menzogne, è un fatto vecchio quanto il mondo, ciò che è nuovo, invece, è la velocità con cui queste falsità si diffondono, l’impatto raggiunto e la difficoltà di trovare soluzioni per contrastarle.

È quasi impossibile fermare le notizie false, ma è possibile diffondere una comunicazione concreta, comprensibile, da parte di fonti istituzionali, dei grandi mass media, della “rete” – nella quale tutti siamo presenti e, in qualche modo, “garanti” – all’insegna di una responsabilità condivisa e diffusa, nella riflessione e nello scambio per individuare alcune linee e metodologie. Tutto ciò, naturalmente, senza toccare libertà di stampa e d’informazione, strumento essenziale di ogni sistema democratico, oltre che elemento indispensabile per comprendere la realtà e il tempo in cui viviamo ed aprirci alla conoscenza del mondo.

Un’informazione affidabile e veritiera contribuisce a dare una visione della realtà nella quale nascono speranze e stimoli per agire, per superare indifferenza e rassegnazione, per intervenire.

Allora la tecnologia attuale potrà davvero divenire uno strumento di crescita, di condivisione, di scambio per la realizzazione di progetti e percorsi che siano cammini concreti verso un nuovo modo di vivere per l’intera umanità.

Uno strumento per dis-informarsi, per disintossicarsi da tutto ciò che oscura e nasconde la verità, per ricercarla e diffonderla è ciò che viene definito informazione alternativa, presente in ogni paese – spesso proprio nei luoghi dove la repressione è più forte e subdola – combattuta dal potere, di conseguenza, un impegno che in certi ambienti – l’elenco sarebbe lunghissimo – può mettere a rischio la vita.

Dis-informiamoci! Per un’informazione alternativa

L’esigenza di un’informazione alternativa rispetto alla “verità ufficiale” è, forse, antica quanto l’uomo.

L’esistenza di mezzi di comunicazione liberi è molto più remota e complessa di quanto si creda, è sempre stata presente nella storia ed ha rappresentato un fattore importante di conoscenza e coscientizzazione. La continuità storica e geografica ne mettono in evidenza l’influenza acquisita nella vita sociale come una delle maggiori espressioni di lotta per il cambiamento.

Il racconto che scende dall’“alto” suona in contrasto con la realtà ed è funzionale a interessi estranei alla vita della gente che, in mille modi diversi, si riappropria della propria cultura e storia lette dalla sua esperienza e narrate con la propria voce.

Questo sia in campo profano che religioso, dove si diffonde una lettura del vangelo nell’ottica della tradizione popolare ben diversa da quella “canonica”. In questi racconti (anche di gruppi non legati a credenze religiose) Gesù percorre la strada comune, dà insegnamenti comprensibili in risposta alla quotidianità dei momenti difficili e partecipa ad occasioni di festa; nelle sue parole si ritrovavano le parole della e per la lotta degli esclusi, dei “nessuno”; un Cristo presente nei conflitti sociali via via che si prendeva coscienza dello sfruttamento da parte delle “caste” politiche, economiche, religiose.

Comunicazione e informazione alternative si propagavano attraverso il passaparola, la diffusione era affidata a chi si muoveva di paese in paese, come i venditori che si spostavano con la loro merce riportando anche notizie e conoscenza di fatti e avvenimenti.

I giullari, presenti non solo nelle corti ma nelle piazze, nei mercati, nelle feste, e i cantastorie popolari, molti con un ampio, se non ordinato, bagaglio culturale formatosi negli anni, comunicavano una visione critica rispetto alla “verità ufficiale”. Erano profondi conoscitori della storia e delle leggende popolari, in contrasto e contestazione con le varie forme del potere. Li trovavi ovunque a cantare storie e leggende della tradizione comune, ma anche fatti contemporanei con interpretazioni che davano alla gente coscienza di soprusi e violenze nei suoi confronti; erano capaci di mettere in comunicazione la letteratura colta e il sapere popolare.

Sono stati definiti “i primi cronisti della storia”. Tutti, pur nelle varie sfaccettature e caratteristiche, erano portatori di una proposta diversa, rompevano schemi di comunicazione regolati da norme e interessi di chi è “in alto”, ed erano sempre, ovunque, «voce di chi dice che altri mondi sono possibili» (Fernanda Corrales García).

Da non dimenticare poi i racconti degli “anziani” che conservano le “piccole” storie della loro comunità e narrano la “grande” storia riletta con parametri critici rispetto alla narrazione ufficiale, per trasmettere una conoscenza alternativa alle nuove generazioni e lasciarla in eredità a chi può attingere capacità critica e chiarezza di denuncia dalla tradizione orale.

E poi canzoni popolari, immagini, racconti “apocrifi” della storia ufficiale oltre alle numerose modalità escogitate per sfuggire alla repressione e scambiarsi informazioni. In Brasile, ad esempio, attraverso i movimenti della capoeira si trasmettevano notizie e denunce, si avvertiva di pericoli, si diffondevano messaggi di lotta e d’intervento… (non per niente è sempre stata proibita dalla varie dittature!).

Oggi, le radio comunitarie, i giornali di quartiere, i murales, i comunicati di movimenti e gruppi – spesso online –, la capacità di convocazione dei social…

La funzione critica dell’informazione “è insegnare a vedere”… ma “la rete”, quella che veniva definita, con un po’ di retorica, “una finestra sul mondo” è entrata a far parte del mercato ed è risultata uno degli strumenti più potenti per la continuità del sistema.

Non è però possibile per nessuno controllare totalmente i nuovi mezzi tecnologici, sempre più diffusi anche in realtà che sembravano sino a poco fa lontanissime. I settori sfuggiti al controllo del mercato dell’informazione, sono divenuti un mezzo importantissimo di comunicazione, un ponte tra settori di base, popolari e no; momenti di lotta e resistenza di studenti, giovani, donne, lavoratori, disoccupati, indigeni, contadini, migranti, intellettuali… ed hanno aperto le porte a una unità e condivisione in cui sempre più persone si identificano, riscoprono obiettivi comuni, scambiano esperienze.

Sono spesso i media locali indipendenti a diffondere, con grande difficoltà e spesso rischi, l’informazione per lo sviluppo e la democratizzazione del loro paese. Queste voci libere sono strumenti indispensabili per creare conoscenza, consapevolezza, coscienza del ruolo di ognuno come soggetto sociale e politico; divengono parola e stimolo per lotte nate dal basso, al margine del potere, in molte realtà fanno da portavoce della rivendicazione dell’autonomia dei popoli – prime tra tutte le comunità indigene –, dei vari movimenti e del diritto di decidere il presente e il futuro.

L’informazione-comunicazione alternativa, naturalmente, non ignora l’importanza del “mondo intellettuale” nelle più varie sfumature e presenze, purché sia davvero un discorso alternativo e non asservito a poteri e interessi.

La presenza degli intellettualiè essenziale per aiutare in una lettura che va al di là del contingente e peculiare, per individuare e toccare i temi di fondo, per inquadrare in visuali più ampie problematiche e situazioni attuali e locali ed inserirle nel cammino storico dell’umanità.

Non ci aspettiamo né desideriamo risposte definitive, ma i loro interventi dovrebbero rappresentare una piattaforma di stimolo e riflessione che aiuti a comprendere ogni fatto come parte di un percorso complesso che coinvolge persone, letture della realtà, visioni del mondo, valori, obiettivi, con un pizzico di “profezia”, come denuncia e annuncio, come intuizione di quanto si sta preparando.

Enzo Traverso scrive: «Per definirsi intellettuali, lo scrittore, l’artista, il creativo o il ricercatore devono intervenire nello spazio pubblico, intervenire nella società».

Senza idealizzare la sua funzione, «intellettuale è colui che esercita l’uso critico della ragione ed elabora una riflessione critica sulla società in cui vive. […] Nel mondo d’oggi c’è bisogno di figure che alzino la voce per criticare il potere».

Il “ruolo” degli intellettuali nella società è anche quello di cogliere gli stimoli, gli interrogativi, le necessità, l’interpretazione che vengono dal “basso”, dalla gente comune, da gruppi, associazioni, movimenti… altrimenti il loro diventa un discorso autoreferenziale, un dialogo tra addetti ai lavori che non serve alla crescita culturale e sociale delle persone.

Sono gli “intellettuali organici” di Gramsci (un concetto oggi pressoché ignorato, se non guardato con sufficienza e scherno), appartenenti ad ogni categoria da quella politico-economica a quella teologica, sono indispensabili ovunque, noi ne abbiamo avuto esperienza soprattutto in America Latina, con una presenza diffusa in ogni zona, anche le più isolate, dove danno e ricevono in uno scambio che arricchisce tutti.

Non si sentono “produttori di cultura”, custodi di una continuità che ignora i profondi e rapidi cambiamenti, escono dai luoghi tradizionali della loro presenza, colgono ed elaborano la voce, le parole, le letture diverse dell’ambito popolare, divengono, se necessario, “portavoce” ma non unici interpreti, alla ricerca delle tante culture che intessono una società; “obbligati” a prendere posizione, a “mescolarsi” per divenire utili, per aiutare, impastando le varie argille, a dar forma e risposte al presente e al futuro.

Per il sistema economico-politico nulla può essere tanto pericoloso quanto una buona e veritiera informazione.

Il giornalista spagnolo Ignacio Escolar tenta una definizione del giornalismo che può essere estesa ad ogni fatto informativo degno di tale nome: serve «per spiegare il mondo, per raccontare ciò che qualcuno non vorrebbe che si sapesse, per scrivere la prima bozza della storia, per garantire la democrazia, per fare domande scomode, per cercare le risposte, per non mentire, per chiedere conto al potere».

Non è questa, però, la situazione che descrive George Carlin:

«È tutto controllato dalle multinazionali. Da quando sono nate hanno pagato governi e politici, hanno in mano i giudici e posseggono i media, così controllano tutte le notizie che vi capita di ascoltare. Soprattutto non vogliono una popolazione di cittadini capaci di pensiero critico, non serve ai loro piani, non vogliono gente ben informata, né bene educata con capacità di pensiero critico, questo va contro i loro interessi. Vogliono lavoratori obbedienti sufficientemente intelligenti e addestrati per usare le macchine e riempire carte. E sufficientemente stupidi per accettare tutto ciò passivamente. Vi stanno con il fiato sul collo attraverso i media per dirvi in cosa dovete credere, cosa pensare, cosa comprare. I proprietari di questa nazione sanno la verità. Lo chiamano il sogno americano, perché devi essere addormentato per crederci».

La sfida per un’alternativa nel campo dell’informazione è ardua e di grande vastità. Per entrare tra le maglie di una “rete” che fa di tutto per escluderla, deve essere in grado di cogliere tutte le opportunità, deve cercare ogni mezzo per opporsi ad un uso perverso delle potenzialità del web.

Un’informazione veritiera è essenziale per ogni ambito della vita: dalla giustizia alla pace, da uno sviluppo sostenibile al rispetto dei diritti di ogni uomo e donna, dalla libertà all’uguaglianza…

Una delle conquiste del nostro tempo è stata senz’altro quella di mettere la “comunicazione in movimento”. Iniziata come una delle principali sfide delle forze sociali impegnate nella costruzione di alternative alla globalizzazione capitalista neoliberale, ha acquisito nel tempo caratteristiche e proporzioni tali da divenire incontrollabile facendo emergere numerosi aspetti negativi e pericolosi per l’ambito sociale e democratico.

I vari poteri creano difficoltà e ostacoli perché sono consapevoli che una comunicazione-informazione in grado di coinvolgere la “gente comune” apre la strada alla costruzione di un potere “popolare”, “dal basso”, diffuso tra tutti coloro che rivendicano il diritto a partecipare alle decisioni che li riguardano. E questo non solo nei paesi cosiddetti “in via di sviluppo”, ma ovunque la democrazia sia compromessa o, comunque, di “bassa intensità”, vulnerabile e in continuo pericolo nel suo più profondo dignificato e valore.

«L’opinione pubblicata non ha niente a che vedere con la vera comunicazione, è necessario ricostruire la comunicazione oggi sequestrata dalla propaganda e rafforzare il tessuto tra gli esseri umani e la loro connettività per affrontare la banalità e l’individualismo» (Javier Tolcachier).

È indispensabile, quindi, una democratizzazione della comunicazione affinché in essa prevalga il principio di uguaglianza a tutti i livelli perché i mezzi e i sistemi di comunicazione costituiscono un fattore decisivo nella formazione di soggetti sociali e culturali.

La garanzia di una reale democrazia partecipativa nasce da progetti e processi di comunicazione alternativa, da centri culturali che fanno da supporto ad analisi, ricerche, scoperte, stimoli che vengono dalle basi di ogni comunità e società, con un consenso sempre più vasto; in questo cammino è indispensabile un’informazione che non manipola la verità, non fa leva sulla paura ma crea coscienza, pensiero critico, capacità di scelta.

La comunicazione della e per la gente comune, per ognuno di noi, non può essere lasciata al caso e all’improvvisazione, ma deve costituirsi in progetto politico per trasformare la società e cercare di occupare lo spazio necessario, di essere presenti sino al più alto livello, per una pluralità di voci e di analisi da far arrivare al maggior numero di persone.

Occorre un’informazione che formi politicamente per l’integrazione, l’accoglienza, l’apertura di ogni frontiera, partendo dal locale per giungere a livelli sempre più ampi, in un percorso di integrazione dei paesi, dei popoli, delle comunità sino a giungere all’umanità intera.

Nello scontro geopolitico attuale, le forze che operano per la difesa dell’autodeterminazione e della sovranità dei popoli si battono per il riscatto della verità per riaffermare valori e impegni etici in un’ottica di comunità e solidarietà.

I media alternativi nascono dalla necessità di conoscere e far conoscere una realtà e visione del mondo in contraddizione con quella del sistema e della cultura dominante e danno voce anche a culture emarginate, favorendo così l’uguaglianza e la formazione attraverso il dialogo.

Questi strumenti indicano e aiutano a costruire il cammino verso la partecipazione sociale, che ha come fine ultimo la costruzione di un nuovo ordine in cui ci sia posto per tutti; rappresentano, per molti, la speranza di cambiamento della loro vita, del proprio paese, del mondo intero. Espressa in documenti, immagini, video e audio dà la parola a chi, in uno sforzo di mobilitazione sociale, cerca la coscientizzazione di un sempre maggior numero di persone.

I settori della società che lottano per un’informazione non confiscata dal monopolio dei grandi mass-media e riscattata dal web, la difendono come un diritto fondamentale per una reale libertà d’espressione, rivendicano il diritto di tutti all’accesso a strumenti e possibilità per esprimersi con mezzi e modalità diverse, per fortificare e diffondere una nuova coscienza e consapevolezza, indispensabili nell’attuale mondo globale.

 L’alfabetizzazione mediatica

È facile denunciare ciò che non va bene, i lati negativi di un percorso; è facile definire cosa “non è” informazione, cosa “non è” un uso idoneo del web… più difficile rispondere alla nota domanda: “che fare?”.

Una delle maggiori conquiste della storia è stata l’alfabetizzazione in ogni luogo della Terra, la percentuale di analfabetismo continua a scendere un po’ ovunque… non è ancora – e forse mai lo sarà – un obiettivo raggiunto ma si registra un continuo progresso.

È senz’altro una tappa insostituibile, uno strumento che dà opportunità a tutto campo, che permette di inserirsi nella propria realtà e nel mondo, una sfida sempre aperta con problemi vecchi e nuovi anche perché con il tempo le esigenze e le nuove tecnologie si ampliano.

Oggi non è più sufficiente saper leggere, scrivere e (come si diceva una volta) far di conto… bisogna salire altri gradini, primo fra tutti quello di usare i social senza farsi usare dai social… ma come?

Per prima cosa riconoscere il problema in tutta la sua complessità affinché sia possibile prospettare una “cura”: divulgare le abilità che consentono ad un cittadino del XXI secolo di appropriarsi dei mezzi di comunicazione e di adeguarsi alla tecnologia di cui oggi si dispone; fornire gli strumenti necessari per imparare a “leggere e scrivere” nella rete; far comprendere la possibile marginalità sociale causata dall’analfabetismo mediatico; prendere coscienza dei vantaggi che derivano dall’acquisizione di quelle competenze nel contesto socio-culturale in cui si vive.

E tutto ciò non devono comprenderlo soltanto le persone, i singoli: anche, e soprattutto, le diverse istituzioni interessate devono porsi il problema e cercare la soluzione.

Il fatto che fin da molto piccoli oggi si sappiano usare i social non significa che se ne sappia fare un buon uso, si possa parlare di una diffusa alfabetizzazione mediatica, altrimenti non esisterebbe l’attuale emergenza informativa.

Contro la diffusione virale di una disinformazione che inganna l’opinione pubblica e fomenta odio e violenza, sono indispensabili mezzi d’informazione liberi, indipendenti, laici, pluralisti, ma è altrettanto essenziale, per quanto difficile possa sembrare, trovare metodi e canali di alfabetizzazione mediatica per dare alla gente la possibilità di difendersi dai pericoli derivanti da questa diffusa disinformazione.

Le nozioni verità-menzogna hanno subito un forte impatto con le nuove tecnologie, in una quasi assoluta istantaneità che permette di assistere in tempo reale… ogni voce o chiacchiera o diceria, ogni più vaga notizia priva di fondamento viene accettata senza la minima preoccupazione di verifica… e la gente non ha gli strumenti necessari per discernere vero e falso.

Nessuna democrazia è reale e matura se non garantisce, da una parte, un’informazione veritiera, trasparente, sicura, dall’altra la possibilità che tutti ne abbiano accesso, conoscano gli strumenti necessari, sappiano discernere e farne un uso idoneo.

 Tutto ciò per garantire sia istituzioni imparziali, aperte, includenti, sia cittadini impegnati e disponibili a coinvolgersi nella “cosa pubblica”.

L’alfabetizzazione mediatica è baluardo e garanzia nella difesa della libertà di opinione, nella ricerca del libero scambio di idee e informazioni basato sulla verità, sulla realtà dei fatti. È sempre più indispensabile acquisire competenza e indipendenza, tenere la rotta giusta contro tentazioni di faciloneria e improvvisazione, pronti a smascherare false notizie e false rappresentanze e rappresentazioni.

Il “virus mediatico” può lasciare cicatrici difficili da cancellare, il suo superamento è una sfida per tutti, non esiste un “vaccino informativo” capace di superare la forza virale della disinformazione generalizzata e globalizzata attraverso la manipolazione delle reti sociali… ma non dobbiamo mai smettere di cercarlo.

È necessario recuperare una “salute informativa”, aumentare le nostre difese, riscattare la credibilità dell’informazione e delle sue fonti, promuovere la diffusione dei mezzi critici necessari a una lettura consapevole di qualsiasi notizia

L’analfabetismo funzionale sta diffondendo una crescente tolleranza nei confronti dell’inganno e della menzogna e sembra che non ci siano anticorpi naturali, ma dobbiamo trovare strumenti necessari e soggetti preparati e decisi ad affrontare la situazione per modificarla dalle radici.

È pressoché impossibile controllare gli attuali strumenti informatici, per questo, affinché non vengano vanificate la loro utilità e potenzialità, è essenziale l’alfabetizzazione mediatica di tutti i settori sociali, di ogni persona per risvegliarsi e risvegliare da ogni sonno della ragione e della coscienza, affinché tutti siano in grado di “dis-informarsi” da ogni falsità venga propinata.

Ben pochi se ne rendono conto, ben pochi lo credono, però sempre più voci si alzano e si fanno sentire… piccole casse di risonanza che diventano sempre più forti.

Conclusioni

È necessario, ripetiamo, attivare un percorso di dis-informazione con lo scopo, da una parte, di affrontare e disinnescare la carica e il superpotere dei grandi mass-media e dei social; dall’altra, creare e diffondere un’altra informazione, quella che si vuol mettere a tacere, rendere invisibile e muta… è qui dove la nostra voce deve non solo denunciare, ma prospettare e creare nuovi orizzonti e cammini.

È qui dove entriamo in gioco noi, ognuno di noi, perché in un contesto che supera ampiamente la nostra percezione, nessuno è esonerato dal prendere consapevolezza, accettando la sfida di coscienza e giudizio, rifiutando chiusure e paure, per comprendere ed evitare le tante assurdità (“virali”, appunto) dei social network… strumenti in sé “innocui”, come tanti fattori tecnologici, di grandi potenzialità in senso positivo ma anche negativo.

Dobbiamo decidere.

Possiamo compattarci come il branco che si muove, corre verso uno stesso punto in seguito allo scatto di qualcuno, senza verificare se vi sia davvero pericolo, senza porsi il problema se si vada nella direzione giusta: si imitano gli stessi movimenti, si ripetono gli stessi gesti, si scrivono le stesse parole, si lanciano le stesse accuse, si danno le stesse (dis)informazioni… per sentirsi all’altezza dei tempi, si “deve” essere presenti, perché così fanno tutti ed io non posso non esserci… l’emulazione è sempre la scelta più facile.

Oppure prendere coscienza e, in questa routine dell’ovvio, rifiutare di essere uno dei tanti che subiscono passivamente l’informazione.

Non dimentichiamo che l’infodemia è un nostro comune nemico e pericolo perché condivide con tutte le pandemie la virulenza e la diffusione globale, ma può essere neutralizzata se si trovano i “vaccini” adatti, se un sempre più alto numero di persone si sente responsabile per ostacolare la diffusione di grandi danni politici, economici e, soprattutto, sociali.

Non esistono facili soluzioni… ma in questa situazione il nostro ruolo è decisivo: ognuno ha accesso a informazioni e, più o meno inconsapevolmente, può essere megafono di fattori determinanti per il presente e il futuro, in una dinamica di difesa della verità e diffusione di una vera informazione.

Il futuro sarà determinato dalle domande che ognuno si pone, prima ancora delle risposte che sapremo dare, per un domani di cui siamo tutti responsabili: ognuno di noi può fare la differenza.

In questo settore sensibile del vivere insieme, per una collettività unita, presente, inclusiva, condivisa, un numero sempre più alto di persone coscienti e consapevoli del proprio ruolo possono avere grande influenza sulle istituzioni politiche ed economiche, prime fra tutte le regole del mercato.

In un mondo dove tutto, positivo o negativo che sia, viene globalizzato, dobbiamo porci come obiettivo essenziale il “riscatto” della verità per riaffermare valori etici, l’obbligo del dubbio, il diritto alla denuncia, il dovere di sperare, il rafforzamento dei rapporti di solidarietà e la creazione di una comunità internazionale basata su giustizia, libertà, rispetto di ogni persona, della sua storia, cultura, visione del mondo.

giugno 2020


Note

[1] Vedi Renato Piccini-Paola Ginesi, Il potere e la paura. La violenza del linguaggio neoliberale, QFGP 008, FONDAZIONE GUIDO PICCINI 2014

[2] Quando a Madeleine Albright, allora ambasciatrice all’ONU e poi segretario di Stato con l’Amministrazione Clinton, fu chiesto, a proposito delle sanzioni americane contro l’Iraq, se valesse la pena la conseguenza della morte di oltre mezzo milione di bambini, più di quanti ne uccise la bomba di Hiroshima, rispose: «Credo che sia stata una scelta molto difficile, ma quanto al prezzo, pensiamo che ne valesse la pena»… certo, nessun prezzo è troppo alto per raggiungere obiettivi politici ed economici!

[3] Estefanía S. Vasconcellos, Van ganando, La marea 27-04-2020

[4] Idem

[5] Intervista a Franco Berardi, www.other-news.info

[6] Franco Berardi, Verità e simulazione, ALFABETA2 14 aprile 2017

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