Appunti per tornare a casa, come uomini e come padri


È difficile avvicinarsi ad una notizia tragica come quella dell’omicidio dei figli e del successivo suicidio compiuti da Mario Bressi a Margno, in provincia di Lecco. Difficile commentare questo ennesimo plurimo omicidio compiuto da un uomo di 45 anni con lo scopo di punire una donna e la sua scelta di libertà, che nel caso di cui parliamo è la scelta della moglie di separarsi.

Difficile soprattutto perché la gravità del gesto richiederebbe un certo tempo di riflessione, forse un po’ di silenzio anche, magari per mettere in relazione questo fatto con i tanti altri femminicidi e figlicidi compiuti da uomini ogni settimana, ogni mese, ogni anno, con frequenza e costanza allarmanti.

Ma il bisogno del sistema mediatico di coprire la notizia con tempi brevissimi non è una scusa per spiegare certi scivoloni, come il titolo dell’articolo che Il Mattino ha pubblicato: Il dramma dei papà separati (come se fosse stata la separazione a causare questo gesto, e quindi la moglie e la sua scelta di autonomia).

Ancora una volta però, come associazione che si occupa a vari livelli di evoluzione del maschile in senso non violento, paritario e compartecipe, sentiamo la necessità di fare una riflessione che metta in collegamento i vari piani coinvolti.

Si potrebbe quindi parlare del costante e continuo attacco ai diritti delle donne tutt’ora in corso (si veda la recente abrogazione in Umbria da parte della giunta leghista della legge che permetteva di somministrare la pillola abortiva Ru486 in day hospital e poi a domicilio), oppure del linguaggio sessista e offensivo nei confronti di tutte le donne, presente ormai da più di mezzo secolo in pubblicità e ancora oggi largamente diffuso, o ancora la pretesa di certi maschi di definire la femminilità e il modo in cui dovrebbe essere o comportarsi una donna, con conseguenti insulti se proprio una donna prova a controbattere.

Insomma, potremmo far riferimento ad un contesto sociale e culturale ancora fortemente intriso di misoginia, così come di mancato riconoscimento, rispetto e valorizzazione delle differenze, una cornice di riferimento che forse andrebbe tirata in ballo per fornire almeno un quadro semantico in cui inserire il gesto di quello che La Stampa definisce un «placido e taciturno impiegato commerciale della provincia milanese».

Eppure, c’è una riflessione che come padri ci sembra in questo momento urgente sollevare: cosa intendiamo quando parliamo di paternità e cosa proiettiamo verso l’immagine dei nostri figli? C’è l’idea di una relazione? Di un dono? Di una responsabilità? O l’idea di un possesso, di una proprietà da esercitare proprio come quella sul corpo delle donne? Uccidere i propri figli per ferire la propria ex moglie significa prima di tutto uccidere il proprio ruolo di padre, sacrificato sull’altare del bisogno di possesso e di controllo maschile che sono la base del patriarcato, confermando in questo modo proprio lo stereotipo che da millenni considera i figli e le figlie come essenzialmente “della” madre.

E forse, se così tanti uomini sono pronti a uccidere i propri figli per punire una donna, è l’idea stessa della paternità a non godere di una buona salute. Forse questo ruolo non è così solido come pensiamo (e in effetti qualche indizio lo avevamo avuto, se guardiamo alle statistiche sull’utilizzo dei congedi di paternità e parentali, e sulla distribuzione del carico di lavoro familiare e domestico nelle famiglie). Più che all’idea di responsabilità e investimento che una relazione come quella padre-figli/e può implicare, il nostro contesto sociale sembra ancora legato ad una cornice da pater familias, un maschio che pare fregiarsi dell’anacronistico titolo di capo-famiglia rimanendo però prevalentemente fuori dalle mura familiari, senza partecipare veramente a quella rete di solidarietà e sostegno reciproco che un progetto come quello di una famiglia richiede, checché facciano pensare i ritratti di famiglia scattati in contesti bucolici e riproposti dalla cronaca nera della stampa nazionale a mo’ di necrologi funebri.

Dentro questo quadro, si può comprendere allora come non sia la separazione coniugale a distruggere la vita di un uomo, privandolo di un ruolo nella famiglia che spesso ancora – malgrado un contesto sociale in netta evoluzione – non esercita e a cui non tiene, ma la perdita di uno status, di un’immagine di sé come maschio-capo, forse anche la prospettiva di non essere più il beneficiario di un lavoro femminile gratuito proprio perché dato per scontato.

C’è bisogno perciò di continuare a parlare di paternità, e non solo perché sappiamo dalle evidenze scientifiche che la promozione della paternità non violenta, partecipe e paritaria a partire dalla gravidanza è diventato ormai uno strumento di riduzione del rischio di violenza maschile verso donne e minori, ma anche per continuare a mostrare all’universo maschile un mondo nuovo, che non ha niente a che fare con la performance, il dominio e il privilegio verso tutte le altre categorie di esseri viventi, dove al paradigma della competizione e dello sfruttamento possa sostituirsi quello della condivisione e della felicità.

Più che protestare e cercare la vendetta dietro l’irrealistica e comoda motivazione del dirsi estromessi dalla famiglia, il nostro auspicio è che sempre di più, come uomini e come padri, possiamo tutti trovare il coraggio, il tempo e l’impegno per entrarci davvero, in famiglia, indipendentemente dal fatto che la relazione con le madri dei nostri figli e delle nostre figlie sia terminata o meno.


Fonte: Il cerchio degli uomini


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.