L’infanzia ‘qui e ora’. Cosa ci sta insegnando la pandemia di Covid-19 e perché occorre cambiare rotta | Elisabetta Forni

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Infanzia, diritti, responsabilità, generazioni future

Noi adulti dobbiamo aprire subito gli occhi e abbassare lo sguardo. Se lo faremo, ci accorgeremo finalmente che lì in basso c’è un mondo popolato di esseri viventi, di dimensioni più piccole ma pur sempre human beings.

Abbiamo convenuto di chiamarli ‘minorenni’ – ossia di età minore dei 18 anni che segnano il passaggio ai diritti e doveri della condizione adulta – e abbiamo convenuto di riconoscere alla childhood (quella che noi riduttivamente chiamiamo infanzia) lo status di categoria sociale con particolari diritti alla tutela, votando la Convenzione ONU del 1989. Impegnandoci a ratificarla ed implementarla nelle legislazioni nazionali. Ma poi dimenticandocene, o quasi.

Quando ce ne ricordiamo è per affermare che ci dobbiamo curare dei bambini perché sono gli adulti di domani, intendendo che saranno quelli che reggeranno il mondo sulle loro spalle. Quindi, prima di allora sarebbero solo human becomings?

Si tratta di una visione distorta e miope del mondo dell’infanzia, denunciata da tempo dagli studiosi, e che va superata riconoscendo l’infanzia ‘qui e ora’ come soggetto prioritario delle nostre attenzioni e azioni.

Una prospettiva temporale attenta al presente ma non per questo insensibile alla prospettiva diacronica del principio di responsabilità, seppur ribaltato: se è vero, come recita la Costituzione francese del 1793, che “una generazione non ha il potere di assoggettare alle proprie leggi le generazioni future” ancor più vero è ciò che ci hanno insegnato i Nativi americani, un antico e ormai famoso detto dei quali recita: “non abbiamo ricevuto la terra in eredità dai nostri padri, ma in prestito dai nostri nipoti”.

Il tema ambientale, che emerge prepotentemente nella saggezza indigena così come nell’analisi scientifica della crisi climatica ed ecologica contemporanea, dovrebbe essere posto anche al centro delle azioni di tutela dell’infanzia ‘qui e ora’ per le gravi ricadute che ha dimostrato di avere sulla salute, il ben-essere e la qualità della vita dei minori.

La fase più recente e devastante dell’antropocene, quella che viene denominata capitalocene per indicare la potenza trasformativa tanto omologante e globale quanto energivora, squilibrata e ‘omicida’ delle forze economiche-sociali rispondenti alla sola logica capitalistica del massimo profitto a breve termine, sta precipitando l’umanità in una spirale negativa a velocità esponenziale.

Intervenire qui e ora, non tra 20 anni, è vitale nel vero senso della parola. E 20 anni sono il tempo necessario ad una bambina o bambino che nascessero ora per diventare adulti.

Si pone allora una domanda. Quali effetti ha avuto il capitalocene sui bambini delle ultime 3 generazioni e cosa sembra essere cambiato nella vita dell’infanzia da quando, 3 mesi orsono, la pandemia di Covid19 si è diffusa nel nostro Paese?

La mia convinzione è che la parola-chiave che meglio riassume il senso dell’esperienza vissuta dai bambini nati dagli anni Sessanta in avanti sia ‘segregazione’ e che si tratti di un fenomeno protrattosi sostanzialmente senza soluzione di continuità.

È così che – per via del connubio industrializzazione-urbanizzazione e della progressiva privatizzazione dello spazio pubblico (strade e piazze) e di quello condominiale comune (cortili e fronte strada) – si è risposto alla massiccia crescita e alla trasformazione delle città in spazio privilegiato della mobilità automobilistica, etichettando i bambini come intrusi, come dei ‘fuori posto’ che con la loro presenza indisciplinata e imprevedibile disturbano il regolare e sacro ordine del consumo di massa e della produzione del valore.

E, per rendere socialmente accettabile un’operazione dai caratteri intrinsecamente violenti e anti- democratici, la costruzione sociale che è stata architettata ha preso subdolamente il nome di ‘protezione’: togliere i bambini dagli spazi pubblici, disciplinarne i corpi esclusivamente in spazi istituzionali, è stato giustificato da motivi di sicurezza e protezione dei minori dai pericoli della città anomica e violenta, piena di minacce.

Anche il traffico è stato interiorizzato come minaccia, ma il suo carattere anche simbolico di emblema della modernità l’ha reso ineluttabile e inevitabile, ribaltando sui pedoni la responsabilità di evitarlo e sui genitori quella di farsi garanti dell’incolumità dei loro figli. Come? Segregandoli.

La segregazione dentro le mura domestiche ha trovato vieppiù supporti con l’avanzare e il diffondersi dei devices tecnologici, perfetti baby-sitters in grado di intrattenere per ore i bambini nel tempo non segregato a scuola e facilitare la vita a genitori troppo indaffarati, stanchi o indifferenti per prendersi cura dei loro bambini. Sugli effetti psico-fisici di simili strumenti, quando abusati quotidianamente, esiste una letteratura medica talmente vasta da non richiedere altri argomenti.

La città è una scuola a cielo aperto

Perché si può ritenere un atto di violenza l’espulsione dei bambini dalla città pubblica e il loro confinamento in spazi dedicati e costantemente sotto il controllo di adulti?

Perché, come brillantemente dimostrato dagli studi del pedagogista inglese Colin Ward, non esiste scuola migliore per i bambini di quanto non sia la città stessa. La quantità di stimoli che trasmette, la varietà di occasioni di incontro, conoscenza, esperienza, sperimentazione che offre non ha uguali in nessun ambiente scolastico. Il tutto sotto l’ombrello dello strumento fondamentale di cui ha necessità il bambino per apprendere: il gioco.

Garantire il diritto dei bambini alla città dovrebbe fare parte dell’agenda politica di qualunque Stato democratico ed civilmente evoluto e in effetti sono ormai molti gli Istituti di ricerca, in varie aree del mondo, ad inserire parametri di accessibilità, giocabilità, salubrità delle città tra gli indicatori di qualità urbana (le child friendly cities sono quelle che oggi attirano maggiormente nuovi residenti, nella consapevolezza che una città dove i bambini stanno bene deve per forza essere una città dove stanno bene anche adulti, anziani, persone con disabilità).

Laddove sono state create o ricreate le condizioni di vivibilità degli spazi pubblici anche per i bambini, si possono garantire ai più piccoli non soltanto i diritti all’accesso a beni e servizi, o i diritti a godere di spazi protetti, sicuri, sotto un controllo sociale diffuso quanto non invasivo, ma anche i diritti alla partecipazione in progressiva autonomia, senza dover girare sotto imbarazzante scorta adulta fino all’età dei primi baffetti e delle prime curve.

Anche per questo la città può rappresentare un mezzo altamente educativo: andarne alla scoperta, impossessarsi in progressiva autonomia delle geografie sociali che la compongono, l’incontro con il diverso da sé, la crescente capacità di risolvere i conflitti tra pari senza doversi affidare alla supervisione di un arbitro-controllore adulto, ne fanno un terreno propizio per lo sviluppo di una personalità autonoma, non condizionabile, non assoggettabile a meccanismi gregari.

Ma quante sono oggi le realtà urbane in grado di garantire quello che fino a 3 generazioni addietro costituiva la norma per la grande maggioranza degli strati sociali?

Cosa ci ha insegnato di importante il Covid19

Da questo punto di vista, l’emergenza Covid19 e il lockdown che ha reso inaccessibili le scuole e tutti gli spazi che non fossero le abitazioni, non ha rappresentato per i bambini un totale sconvolgimento delle limitazioni alle quali sono normalmente sottoposti quando non sono a scuola o a svolgere attività sotto tutela in orario extrascolastico (l’ora di nuoto, danza, musica, per i bambini che se lo possono permettere economicamente o che hanno un genitore in grado di scarrozzarli da una parte all’altra). Per certi versi, almeno quando si sono avuti i primi timidi rallentamenti dei divieti che hanno consentito in certe città di uscire intorno a casa per fare un po’ di esercizio fisico, si è assistito alla strabiliante ricomparsa dei bambini negli spazi aperti di vicinato, e si è verificato un fenomeno ormai dimenticato: i cortili dei condomini e le vie residenziali normalmente deserte di bambini si sono animati di giochi, grida e risate, incredibilmente terapeutici per tutti, nella loro vitalità che interrompeva il silenzio mortifero dominante.

In tempo di lockdown, fermo restando il dato negativo dell’ assenza di quel rapporto educativo e sociale che purtroppo ormai solo la scuola sembra in grado di offrire ai bambini, e fermo restando lo squilibrio pesantissimo di qualità abitativa, nutrizionale, relazionale-familiare tra bambini di condizione sociale medio-alta e medio-bassa che ha reso ben diversa l’esperienza del Covid19 per gli uni e per gli altri, è unanimemente riconosciuto che quasi tutti i bambini hanno in questo periodo subito un’esperienza traumatica.

Come sottolineato nel corso di un incontro tenutosi a fine aprile tra i Ministri competenti e rappresentanti dell’Associazione Italiana di Pediatria, sono stati assai maggiori i danni che hanno subito i bambini per effetto del lockdown piuttosto che per effetto dell’infezione virale. Se il virus Covis19 li ha penetrati tuttavia li ha quasi completamente risparmiati dal punto di vista sintomatologico.

Paradossalmente, proprio nel momento in cui le condizioni ambientali sono significativamente migliorate per via del crollo del traffico e di molte attività produttive, rendendo l’aria finalmente respirabile e meno dannosa per i più giovani che la respirano quotidianamente a pieni polmoni, la città è stata proibita anche a loro.

Avrebbero potuto divenirne i piccoli ‘angeli custodi’ – variante alla Wenders dell’angelo de Il cielo sopra Berlino – e godersela in tutta tranquillità e sicurezza, e invece sono stati le principali vittime di una reclusione e di una chiusura tanto più irragionevole quanto più chiaro diventava col passare dei giorni che, come ha chiarito un lavoro pubblicato sulla rivista Lancet, i bambini sono anche poco o per nulla contagiosi.

Nel bilancio dei danni prodotti da questa scelta tutta politica e poco giustificata scientificamente, occorrerebbe considerare tutti questi aspetti, attivarsi con molto impegno e adeguate risorse a ripararli, oltre che attrezzarsi per far sì che, nel caso di una seconda ondata pandemica, non si commettano gli stessi errori e non ci si debba macchiare più della grave responsabilità di fare dell’infanzia la categoria più trascurata dalle Istituzioni pubbliche che dovrebbero essere invece le prime garanti della loro tutela.

La questione è stata ripresa in un importante appello sottoscritto il 29 maggio 2020 da un nutrito numero di pediatri alla cui lettura dettagliata rimando caldamente.

Una preoccupata segnalazione di assenza di interesse e di impegno governativo è stata lanciata dalla stessa Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza Filomena Albano, che la vede speculare all’assenza dei bambini dalla scena pubblica, mentre sono gli insegnanti a preoccuparsi di quello che può succedere ai bambini chiusi in casa, perché mentre “l’aula è uguale per tutti, la cameretta no, sempre che ce l’hai”.

Sarebbe in effetti di estremo interesse condurre indagini approfondite sul vissuto dei bambini e consentire loro di elaborarlo in forme liberatorie e costruttive, sia per fronteggiare con strumenti adeguati eventuali recrudescenze dell’epidemia che dovessero ripresentarsi nei mesi venturi sia per trarre tesoro da quanto è stato elaborato come risposta all’emergenza, a volte aprendo vie nuove e molto stimolanti nel progetto quanto mai necessario e urgente di transizione a città resilienti e sostenibili.

Sono in molti a sperare che le misure adottate da alcuni Governi o municipalità per rispondere alle gravi difficoltà prodotte dal lockdown possano divenire permanenti e universali.

A New York per esempio, il sistema scolastico ha continuato a distribuire ai bambini il pasto che era normalmente servito a mezzogiorno nelle mense scolastiche, consentendo così a molti minori quel minimo di alimentazione sana che molte famiglie non sono in grado di garantire ai figli.

Il Governo australiano ha invece votato la gratuità dei servizi di assistenza all’infanzia, smentendo la stantia narrazione che mancano i soldi per questo tipo di politiche pubbliche.

Che si tratti di una svolta che dovrebbe e potrebbe diventare duratura lo affermano ad esempio i cinquemila ricercatori firmatari dell’appello ‘Democratizing work’, tra cui Raj Patel, lo studioso di sistemi alimentari che insiste sul nesso tra razzismo, classismo e Covid.

Ed essendo purtroppo risaputo che anche all’interno degli strati o classi più discriminati, chi paga il prezzo più alto sono sempre i minori, è lì che dobbiamo riuscire ad intervenire.

Ma un intervento altrettanto fondamentale deve riguardare la denuncia e l’incriminazione di tutti gli atti pubblici che violino i diritti dell’infanzia. Un esempio di cosa intendo dire è il regolamento di polizia urbana, citato dall’urbanista Paola Somma, approvato dal Comune di Venezia nel luglio 2019 che, tra le misure “per il decoro e la pubblica quiete”, contiene norme che consentono ai bambini di giocare solo in alcuni campi [piazzette] di Venezia, e comunque solo se di “età uguale o inferiore a 12 anni”, con esclusione di giochi a palla e ogni altro gioco individuale o di gruppo, che possano arrecare pericolo o molestia        alla quiete pubblica.

Ecco che ricompare la criminalizzazione dell’infanzia, pericolosa e molesta, che in molti abbiamo denunciato ormai da decenni e che non accenna a sparire.

I bambini nelle città post Covid-19

Se assumiamo il punto di vista dell’infanzia e dei suoi diritti come bussola per guardare alle questioni che restano drammaticamente aperte passata la fase acuta della pandemia, e volendo ridurre all’osso i temi ineludibili, potremmo concludere come segue.

Messaggio lanciato dal Collettivo di Artisti audiovisuali Delight Lab.

Se dovessimo, come sperabile, prendere sul serio lo slogan tante volte citato in questi mesi e ispirato ad una scritta proiettata lo scorso anno su un muro di Santiago del Cile «no volveremos a la normalidad porque la normalidad era el problema» allora potremmo assumere l’impegno di mettere l’infanzia ‘qui e ora’ al centro della strategia nazionale per non tornare alla normalità e realizzare finalmente una società equa, giusta e quindi sostenibile.

La ricetta comprende un cocktail ben ponderato di ingredienti.

  • Il ripristino di una rete socio-sanitaria territoriale attenta a non lasciare indietro i bambini più fragili fisicamente e psicologicamente;
  • Un welfare in grado di rispondere seriamente ai bisogni dei minori evitando di confondere o spacciare quello che serve pur legittimamente ai genitori (babysitter, asili nido e scuole) con quello che serve ai bambini, per i quali l’asilo nido e la scuola non devono essere il luogo dove vengono parcheggiati per consentire ai genitori di lavorare bensì un luogo veramente educativo, nel senso più bello e ampio del termine;
  • I mesi estivi con un’offerta ricca di attività ludico-formative all’aperto e il ritorno a scuola a settembre in condizioni di interazione normale (senza gabbie di plexiglas o visiere di plastica);
  • Nessun’altra sospensione ingiustificata delle attività educative e ludiche, in forma ‘tradizionale’ o innovativa che siano, coinvolgendo la Città, e tutte le realtà istituzionali e associative nel garantire questo diritto.
  • Una città a misura di bambino, ossia sana, sicura, giocabile, appunto educativa quanto le altre istituzioni più specificamente dedicate a questo scopo. E quindi profondamente democratica, perché garantire il godimento dello spazio pubblico e favorire l’interazione di bambini di genere, età, condizioni sociali diverse significa applicare uno dei pochi principi in grado di cambiare il modello economico nella cui crisi siamo soffocati. E attuare quella ‘giustizia educativa‘ di cui parla Thomas Piketty nel suo più recente saggio.

Avere immaginato (e in certi casi proposto con forza anche nei drammatici mesi appena trascorsi) la città educativa e giusta, dove ai bambini sia concesso studiare nelle piazze, portici, musei, giardini, cinema, teatri, boschi, ha aperto a questioni non più rinviabili, indipendentemente dal Covid-19, sul rapporto tra educatori e genitori e tra bambini e partecipazione, uno dei diritti dell’infanzia definiti dalla carta ONU. E tra i più disattesi (raccomando a tale proposito la lettura del bell’articolo della pedagogista Paola Nicolini, Fare scuola fuori dalla scuola).

Un’ultima questione non più rinviabile, accennata in precedenza, a conclusione di queste riflessioni.

Nella città post Covid non dovrebbero più essere ammesse ordinanze e politiche urbanistiche e di cosiddetta ‘sicurezza urbana’ che violino i diritti dell’infanzia universalmente votati in sede di Nazioni Unite e implementati attraverso sue specifiche Agenzie come l’UNICEF.

Ma affinché questo avvenga, come ha osservato il filosofo morale Giuliano Pontara «accanto a una morale planetaria vi deve essere un adeguato sistema giuridico valido a livello globale e un potere in grado di farlo rispettare».

Ritengo insomma che sia arrivato il momento di pretendere che i diritti di quella che chiamiamo ‘infanzia qui e ora’ siano fatti rispettare con adeguate sanzioni, «così come – secondo Jean Zigler – dovrebbe essere sanzionato chi viola il diritto di ogni essere umano a non morire di fame».


Elisabetta Forni

Elisabetta Forni è Sociologa Urbana e dell’Ambiente, già Professore Aggregato presso il Politecnico di Torino.


Fonte: Unicef Italia, per gentile concessione del presidente del comitato locale di Torino.

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