Contro il razzismo e il cambiamento climatico. Le potenzialità di un doppio impegno | Elena Camino

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Il razzismo fa perdere energie, distoglie dai problemi importanti

Ayana Elizabeth Johnson è biologa marina, consulente politica, fondatrice e amministratrice delegata dell’ufficio di consulenza Ocean Collectiv, co-editrice di un’antologia in corso di pubblicazione dal titolo: All We Can Save: Truth, Courage, and Solutions for the Climate Crisis (Tutto ciò che possiamo salvare: verità, coraggio e soluzioni per la crisi climatica). Ed è nata a Brooklyn: è NERA.

Il 3 giugno scorso ha pubblicato un articolo sul Washington Post in cui ha messo in evidenza e ha collegato tra loro alcuni aspetti della sua vita personale, le proteste che in questi giorni hanno segnato la vita sociale e politica degli USA, e il cambiamento climatico.

«In questi giorni – si lamenta Ayana – non riesco a concentrarmi nel lavoro. Mi occupo di sviluppare consapevolezza nella mia comunità, e promuovere iniziative che contribuiscano a trovare soluzioni (o almeno mitigazioni) al cambiamento climatico».  Ayana è impegnata in studi, ricerche di finanziamenti, produzioni di film, e persino nell’orto dove, con sua madre, cura un ‘Victory garden’.

In questi giorni, in cui il problema del razzismo è esploso in tutto il paese, questa studiosa vuole sottolineare la  particolare relazione che collega il cambiamento climatico con la situazione di ingiustizia e discriminazione verso la componente afro-americana degli Stati Uniti.  Gli Americani neri sono infatti molto più colpiti dei bianchi dalla crisi climatica: ma nelle manifestazioni di razzismo strutturale, nelle incarcerazioni di massa, nelle violenze di stato, questo aspetto non emerge in modo chiaro. Eppure un fatto è evidente: la gente di colore è molto più a rischio – nelle strade, nelle comunità, nelle case stesse – di subire le conseguenze negative del degrado ambientale e delle trasformazioni del clima rispetto alla componente bianca.  

Il razzismo ruba la creatività

Ma come possono, i neri, contribuire positivamente a contrastare il cambiamento climatico, se sono continuamente impegnati a difendere il proprio diritto a vivere e a respirare? Non vorrebbero dover continuamente giustificare la propria esistenza. Il razzismo, l’ingiustizia e la brutalità della polizia sono terribili di per sé, ma sono ulteriormente dannosi a causa del potere che esercitano sulle menti, e del tempo prezioso che sottraggono alla creatività.

Ayana Elizabeth Johnson ricorda a questo proposito un suo amico nero, che voleva diventare astronomo, ma rinunciò al suo sogno perché ritenne più urgente dedicarsi  a organizzare iniziative per la giustizia sociale. «Pensate – scrive – quante scoperte non fatte, quanti libri non scritti, ecosistemi non protetti, manifestazioni artistiche non  realizzate…».

Abbiamo bisogno della gente di colore

Secondo l’Autrice, se vogliamo affrontare con successo i cambiamenti climatici, abbiamo bisogno di persone di colore. Non solo perché perseguire la diversità è una buona cosa da fare, e perché la diversità porta a migliori processi decisionali e strategie più efficaci, ma perché – come risulta anche dalle indagini sociali finora fatte – i neri (e i latino-americani) sono significativamente più preoccupati per i cambiamenti climatici rispetto ai bianchi.  Dunque, più di 23 milioni di neri americani  sono già profondamente preoccupati  sulla questione ambientale, e potrebbero offrire un importante contributo  al grosso lavoro che occorre fare, e con urgenza, per contrastare il cambiamento climatico.

La Johnson riporta l’attenzione alla sua situazione personale: aveva tanti impegni, lavori importanti da approfondire per contribuire con iniziative efficaci e rapide a contrastare il cambiamento climatico… ma invece di lavorare è rimasta tutto il tempo a seguire gli eventi, ad ascoltare le notizie, a cercare di capire.

«Ora sono esausta. Non da un giorno, ma da una settimana, un mese, un anno: questa amministrazione presidenziale, questo paese continua a spezzarmi il cuore. Siamo resistenti, ma non siamo robot».

Diventare antirazzisti per contrastare il cambiamento climatico

La gente di colore subisce gli impatti negativi delle trasformazioni ambientali molto più dei bianchi, dai cicloni alle onde di calore, agli effetti dell’inquinamento.  Impianti industriali, raffinerie, industrie chimiche si trovano in maggioranza nelle aree abitate dai neri: la recente pandemia da coronavirus  ha messo chiaramente in luce i danni alla salute causati dalle emissioni inquinanti, e la conseguente minore resistenza al virus.

Vi è anche un’altra intersezione tra razza e clima: molti neri americani che sono già impegnati nella ricerca di soluzioni ai problemi climatici sono costretti a vivere in un paese dove sono continuamente mortificati dalle istituzioni, e bersagliati da immagini, parole e azioni che ricordano continuamente che tanti concittadini non credono che le vite nere contino (‘black lives matter’).  C’è tanta gente che non considera urgente l’impegno contro il cambiamento climatico, che non afferra la realtà profonda della nostra dipendenza dagli ecosistemi.  Se a questo scetticismo si aggiunge il razzismo, la situazione diventa insostenibile.

L’Autrice vorrebbe non pensare al razzismo, e concentrare l’attenzione sui problemi climatici. Ma non ce la fa. «Perché sono umana, sono nera. E ignorare il razzismo non lo farà sparire».

La conclusione di  Ayana Elizabeth Johnson è limpida: i bianchi ai quali sta a cuore mantenere un pianeta abitabile devono diventare attivamente anti-razzisti. Le disuguaglianze razziali sono interconnesse con la crisi climatica. Se non si lavora su entrambi gli aspetti, si fallirà.


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