Stati Uniti, un altro giorno di ordinario razzismo omicida da parte della polizia | Alessandro Pes

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George Floyd, è afroamericano: le sue ultime parole, il 25 maggio, poco prima di morire assassinato dalla polizia nel Minneapolis, sono state “Non riesco a respirare”, slogan delle proteste afroamericane del 2014 dopo l’omicidio di Eric Garner. Nello stesso giorno, un caso eclatante di ingiustizia razziale poliziesca avviene anche New York. Dai tempi delle Black Panther al Black Lives Matter, il razzismo organizza le gerarchie sociali e la violenza della polizia è fondamentale per mantenere le diseguaglianze.

Il 25 maggio Amy Cooper si trova a Central Park, New York, con il suo cane senza guinzaglio in un’area, the Ramble, in cui è obbligatorio tenere i cani al guinzaglio per evitare che intervengano sull’ambiente: si tratta infatti di una parte del parco in cui si cerca di non cambiare l’ambiente perché è uno spazio in cui spesso si ritrovano i bird-watchers

Questo è il motivo per cui anche Christian Cooper si trova lì nello stesso momento. Gli avvisi sull’obbligo di tenere i cani al guinzaglio sono presenti in tutta l’area e quando le strade di Christian e Amy si incontrano il ragazzo chiede alla ragazza di seguire il regolamento, mettere il guinzaglio al cane. Amy risponde in maniera sconnessa alla richiesta, dice a Christian di non avvicinarsi e poi chiama la polizia chiedendo aiuto perché un afroamericano sta attentando alla sua vita. 

Amy infatti è bianca, Christian è nero. Perché Christian, che chiedeva ad Amy di rispettare una regola, non ha chiamato la polizia per riportare l’ordine? E perché Amy, consapevole di essere nel torto e di aver trasgredito a una regola, ha pensato di chiamare la polizia per ristabilire l’ordine? Perché nella chiamata alla polizia ha detto di essere in pericolo di vita? E perché ha sentito la necessità di specificare che chi la minacciava era un afroamericano?

Certamente nella dinamica dei loro comportamenti ci sono aspetti specifici che riguardano esclusivamente le vite di Amy e Christian, e che a poco o nulla possono servire per una generalizzazione. 

In parte però i loro comportamenti sembrano rispondere a uno schema di lungo periodo, presente nella società statunitense. Se per Christian evitare il più possibile di avere a che fare con la polizia può essere un comportamento saggio, per Amy la polizia rappresenta la sicurezza di poter far valere i suoi diritti, perfino nel torto.

Forse Amy Cooper non ha mai visto The Birth of a Nation di D.W. Griffith, ma il suo sentirsi in pericolo soltanto per essere vicina a un afroamericano non può non far pensare a come gli stereotipi razziali contenuti in quel film di inizio Novecento, costituiscano ancora oggi una delle fonti principali alle quali la cultura statunitense si abbevera. 

Nello stesso giorno, a Minneapolis (Minnesota), quattro poliziotti fermano un uomo seduto nella propria auto, lo fanno scendere dall’auto, lo stendono faccia a terra, lo ammanettano e, mentre lui cerca di dire che non riesce a respirare, uno dei poliziotti gli tiene schiacciata la carotide premendo il proprio ginocchio contro il suo collo; morirà poche ore dopo in ospedale.

L’uomo, George Floyd, è afroamericano. Le modalità con le quali muore sono molto simili a quelle in cui un altro afroamericano, Eric Garner, morì a New York nel 2014: un poliziotto gli stringeva il collo con una choke-hold e lui cercava di gridare I can’t breathe, non riesco a respirare. 

Le sue ultime parole divennero lo slogan attorno al quale si raccolsero le numerose manifestazioni di protesta di Black Lives Matter che chiedevano l’incriminazione dei poliziotti che avevano effettuato il fermo di Garner e più in generale la fine delle brutalità della polizia nei confronti degli afroamericani. 

Poche parole che esprimono insieme un bisogno elementare dell’essere umano e una necessità politica di una comunità che non vuole continuare a vivere in una condizione di sostanziale diseguaglianza. Oltre ad essere avvenuti nello stesso giorno i due eventi hanno altri elementi in comune. In entrambi i casi delle registrazioni video fatte circolare online e riprese da molti siti e giornali online hanno suscitato reazioni immediate. Amy Cooper, dopo essere stata sospesa dalla società per cui lavora, ha rilasciato una dichiarazione pubblica di scuse nei confronti di Christian Cooper, sottolineando di non essere razzista.

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Nel pomeriggio del 26 maggio a Minneapolis l’incrocio tra la 37esima strada e Chicago Avenue South si è riempito di manifestanti che hanno protestato contro l’uccisione di George Floyd; sul fronte delle istituzioni, la municipalità ha comunicato di avere licenziato i quattro poliziotti coinvolti nella morte di Floyd.

Ma c’è anche un altro elemento che il 25 maggio sembra aver assottigliato le quasi 1200 miglia che separano Minneapolis da New York; il ruolo per niente neutro che la polizia gioca in una società divisa per razze. Se Amy Cooper ha chiamato la polizia per farsi proteggere da una minaccia inesistente George Floyd chi avrebbe dovuto chiamare per farsi difendere dalla polizia?

Quando nel 1966 Bobby Seale e Huey Newton fondano il Black Panther Party il nome per esteso è Black Panther Party for Self-Defence. Perché e da chi ci si doveva difendere? Secondo Seale e Newton le comunità afroamericane negli Stati Uniti vivevano una condizione di colonia all’interno della nazione e la polizia aveva la funzione di esercito d’occupazione nei confronti di quelle comunità. L’autodifesa era quindi da intendersi nei confronti dello Stato e della polizia; l’auto-organizzazione veniva concepita come fondamentale perché gli afroamericani potessero esprimere sé stessi senza i limiti e le discriminazioni imposte nei loro confronti dallo Stato attraverso il disciplinamento operato dalla polizia.

I numeri dell’incarcerazione di massa nei confronti degli afroamericani, le diverse pratiche poliziesche dallo stop and frisk alla profilazione razziale, i numerosi casi di afroamericani uccisi durante fermi di polizia sembrano oggi confermare l’analisi che Seale e Newton fecero quasi sessanta anni fa. 

Nonostante i cambiamenti avvenuti dalla fine degli anni Sessanta ad oggi gli Stati Uniti rimangono ancora una società nella quale il capitale e l’origine etnica definiscono in maniera netta la posizione sociale, i diritti e i privilegi che si possono o meno godere. 

E la polizia nei ghetti e nelle aree più segregate del paese continua a svolgere un ruolo fondamentale nel mantenere in piedi questo sistema di disparità. Esattamente come accadeva ieri, ancora oggi una Amy Cooper e un George Floyd non possono percepire la polizia nella stessa maniera. Per una il suono delle sirene è sinonimo di sicurezza, per l’altro è il segnale per scappare il più lontano possibile, sennò è morto.


Fonte: Dinamo Press, 27 maggio 2020

Una replica a “Stati Uniti, un altro giorno di ordinario razzismo omicida da parte della polizia | Alessandro Pes”

  1. Nella facenda di Amy Cooper ricordiamoci che Christian Cooper stesso ha pubblicato su fb quello che è accaduto prima che lui iniziasse a riprendere.
    Dopo averle chiesto di mettere il cana al guinzaglio ad un certo punto le dice "anch'io farò quello che voglio ma non ti piacerà" e poi tira fuori dalla tasca dei biscottini per cani e chiama a se il cane di Amy.
    Non dico che Christian avesse intenzione di avvelenare il cane di Amy e poi violentarla ma le sue parole ed azioni erano ambigue e penso sia lecito che lei si sentisse in pericolo.

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